La tragedia dei profughi vista dal teatro:Ariane Mnouchkine e Le dernier caravansérail

Laspeziaoggi si unisce al lutto nazionale per le vittime di Lampedusa. E condivide un ricordo.

Era il 2003 quando vidi a teatro uno degli spettacoli più folgoranti di tutta la mia vita di spettatrice. L’ultimo caravanserraglio, di Ariane Mnouchkine, fondatrice del Théatre du soleil, storicocollettivo di ricerca francese con base a Parigi, presso un teatro ricavato dentro il Bosco di Vincennes. Il sottotitolo era altrettanto significativo: Odissee

Mi sembra di essere ancora lì, in quelle 5 ore di spettacolo, a sentire i racconti agghiaccianti dei profughi raccolti da Ariane nel suo certosino lavoro  tra gli emigrati clandestini,  nei campi profughi di Sangatte, nei territori di confine di tutto il mondo. Racconti diventati immagini sublimate in gesti, movimenti, fughe, tentativi di oltrepassare confini che sono gli stessi in qualunque posto, in Afghanistan come in Europa, con poliziotti corrotti e mafiosi che gestiscono i punti di fuga.

Con gente che muore tra rotaie, dentro “fiumi crudeli”, al largo di mari in tempesta mentre le autorità governative li rimandano indietro. Rifugiati politici che non riescono a dimostrare la loro provenienza e vengono rispediti in paesi in guerra. Mnouchkine parla di un’umanità intera che vaga alla disperata ricerca di un approdo.

Il teatro racconta questo movimento di fuga, questo viaggio incessante con assi con ruote, sopra cui sono appoggiati i personaggi, spinti da altri da cui dipenderà il loro destino futuro. La ragazza albanese deportata per prostituzione, l’iraniano che si imbatta in una cattiva traduttrice che non sa la differenza tra Iraq e Iran e per questo errore non ottiene il visto, le autorità australiane che intimano a una carretta del mare da un elicottero di ritornare indietro….

Le immagini agghiaccianti che ho visto alla Tv questi giorni mi hanno fatto venire in mente l’episodio iniziale dello spettacolo: i personaggi devono attraversare un fiume impetuoso, reso acusticamente da un frastuono di acque e visivamente da un telo mosso da alcuni attori, che copre l’intera la scena. Qualcuno è riuscito a passare, qualcuno è rimasto dall’altra parte. Il passaggio avviene attraverso una corda tesa da una parte all’altra. La scelta è di separarsi o di correre il rischio di essere inghiottiti dai flutti, e cadere in una separazione irrimediabile.

Ero a Parigi da molti giorni per una ricerca. Avevo lasciato mio figlio piccolo a casa, in Italia. Sono scappata fuori appena finito il secondo atto per chiamarlo, per sentirlo. MI sono improvvisamente sentita sola in una terra straniera. Il teatro mi aveva trasmesso quella sensazione di privazione e di abbandono degli affetti che provano i rifugiati, i profughi e tutti coloro che lasciano una terra che forse non rivedranno mai più.  Da quella volta faccio vedere sempre a lezione il film che Ariane ha realizzato da questo spettacolo nella speranza che il teatro trasmetta una testimonianza e un messaggio non solo d’arte ma anche di umanità.

Hélène Cixous, la scrittrice del Théâtre du Soleil, scrive nella premessa che apre il libretto:

Oggi, nuove guerre gettano sul nostro pianeta centinaia di migliaia di nuovi fuggitivi, frammenti di mondi disgregati, brandelli tremanti di paesi devastati i cui nomi non significano più rifugi-riparo natali, ma rovine o prigioni: Afghanistan, Iran, Irak, Kurdistan…, la lista dei paesi avvelenati aumenta ogni anno. Ma come raccontare queste innumerevoli odissee? Quanti nuovi piccoli teatri bisognerebbe inventare per dare a ogni destino impazzito il suo effimero asilo? Come non sostituire la tua lingua straniera con la nostra lingua francese? Come conservare la tua lingua senza mancare di gentilezza e di ospitalità nei confronti del pubblico, il nostro ospite nel teatro? Come comprendersi col cuore senza comprendersi a parole? Come non appropriarsi dell’angoscia altrui facendone del teatro? Come non sbagliare per illusione o per paura di comprensione? Come dire tutto senza una parola? E se non ci riusciamo? È la domanda del rifugiato nel suo viaggio

 A chi legge, lascio queste frasi di Ariane che sono toccanti, ad accompagnare le terribili immagini da Lampedusa di questi giorni.

Qu’est ce qu’un réfugié ? Etes-vous un réfugié ? Pouvez-vous prouver que vous êtes, point par point, l’être défini par les lois internationales comme ” réfugié ” ? 

Le réfugié est celui qui doit avoir les preuves qu’il a tout du ” réfugié “. C’est-à-dire, qu’il a bien rien. Qu’il obéit aux critères qui font d’un homme un ” réfugié “. Qu’il est en danger de mort pour de bon. Qu’il n’est pas un faux. Un simulateur. Un menteur. Un imposteur. Un voleur de droits. Qu’il est orphelin comme il faut. Qu’il est sans sol, sans patrie, sans ressource, sans secours. Devant le tribunal qui l’examine, le voilà soupçonné, accusé, prévenu et, si par malheur il s’est présenté en suppliant devant l’Australie, le voilà appelé agresseur et enfermé au Bagne, sans forme de procès, sans avocat, sans terme assigné au supplice, expulsé et du lieu et du temps. On est en fuite devant les sbires de Saddam Hussein depuis vingt ans, errant caché, du Koweït aux lisières des pays d’Iran, on est citoyen de nulle part et propriétaire de rien, et, pour couronner le tout, on arrive en Australie ! 

Là, même les enfants ne trouvent pas grâce ni pitié. 

……

http://www.theatre-du-soleil.fr/thsol/nos-spectacles-et-nos-films/nos-spectacles/le-dernier-caravanserail-2003/extraits-du-programme/qu-est-ce-qu-un-refugie-etes-vous?lang=fr

Dopo la tragedia di Lampedusa

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