Antropologia del paesaggio di Piazza Verdi

Il caso di Piazza Verdi alla Spezia, e l’aspra polemica che accompagna il progetto della sua ridefinizione, va al di là del problema estetico-architettonico. Con buona pace delle archi/art-star coinvolte, il punto non è quello di estremizzare la questione in un fortino intellettuale in cui si difendono le ragioni supreme dell’Arte contro un gruppo di Nativi oscurantisti. La giusta domanda da porsi è: dove sono le figure della necessaria negoziazione tra abitanti e professionisti della progettazione paesaggistica? Vista la tendenza a uno scollamento tra l’effettiva committenza (cioè la gente, la comunità locale, le persone reali), e le forze economiche e istituzionali chiamate a risolvere quesiti sulla gestione del territorio, mi sembra che anche questa volta siano mancate delle figure di mediazione super partes. Chi, infatti, sta svolgendo o avrebbe dovuto svolgere quell’indagine necessaria, quel momento autonomo di ascolto delle persone da un lato e, dall’altro, quel lavoro d’interpretazione umanistica delle normative vigenti e di traduzione del progetto in forme comprensibili a tutti? In questa, come in altre occasioni mancate, l’antropologo del paesaggio e il geografo avrebbero potuto aiutare abitanti e professionisti ad allestire un osservatorio privilegiato sugli spazi e sui tempi di Piazza Verdi. E la loro specificità rispetto all’architetto e all’artista, avrebbe potuto essere quella di porre al centro dell’attenzione le attività fisiche, cognitive e culturali dell’uomo, degli abitanti, che non sono né un gregge da guidare né una plebe da istruire. La vera sfida, infatti, non è quella di gestire autarchicamente fondi pubblici e chiamare una grossa presenza mediatica del mondo dell’arte o dell’architettura per “fare luogo”. La vera sfida sarebbe quella di pensare seriamente come poter vivere un luogo, prima di cambiarlo, ascoltando chi lo ha fatto da sempre (la comunità locale) e chi lo ha fatto altrove (le comunità lontane). Solo cosi chi usa, pianifica, gestisce, modifica e costruisce il territorio può arrivare a capire perché e in che modo un luogo è anche un bene immateriale. E solo così potrebbe armonizzare il proprio operare con esigenze collettive fondamentali.

Matteo Meschiari, Università di Palermo

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