Un prato disegnato dal vento. Pensiero breve su Paolo Rosa (1949-2013)

Paolo Rosa, storico fondatore del gruppo Studio Azzurro (che considerava affettuosamente una “bottega d’arte contemporanea”) ci ha lasciato all’età di 64 anni, mentre si trovava sull’isola greca di Corfù. Come reagire a questa notizia? Non è possibile dirlo. Nessuno, dalle persone che gli erano più care agli studenti che lo hanno conosciuto solo attraverso le sue opere (o nella circostanza di una tesi di laurea), credo sia in grado di trovare le parole giuste. Personalmente, ho in mente solo una banalità: l’incapacità a tollerare l’idea della scomparsa. Intollerabile perché … con il passare degli anni i defunti si avvertono, paradossalmente, presenti come e più di prima. E così Paolo Rosa. Se la nostra vista vorrà i suoi occhi, una foto ce li restituirà; se il nostro udito desidera la sua voce, potremo riascoltarne alcune registrazioni. Ne sentiremo il bisogno. Lo cercheremo, lo troveremo ma, allo stesso tempo, lo perderemo ancora. Leggeremo cosa scrivono i quotidiani circa il suo lavoro e la sua personalità … ma quelle frasi non ci piaceranno, ridondanti come sono. Il dolore autentico non è “grande”, non suscita quasi mai interesse nell’impiegato della carta stampata, né compassione … e forse neppure il peso delle opere del caro scomparso a meno che non vi siano elementi da esacerbare o romanzare.

Paolo Rosa non potrebbe interessare, dunque. Perché non era “grande” ma “piccolo”. Infinitamente, umilmente, luminosamente “piccolo” come i granelli di terra ai quali si confondevano i suoi abituali attori, o meglio, i suoi “corpi”. Corpi vivi, impazienti, ansimanti, che nuotano irrealmente negli acquitrini, nel vento, nel terriccio pregno di pioggia. Corpi d’amore che popolano ad esempio lo spettacolo “Il fuoco, l’acqua, l’ombra” (1998) i quali, simulando un contatto con la terra, sembravano raggiungere un tale senso di pienezza e libertà. Un amplesso fra corpi e corpi, fra corpi ed elementi terrestri. Intimamente spirituale eppure concreto, “umido”. L’umida sapienza del mondo della vita (quel Lebenswelt di cui parla il filosofo Edmund Husserl), in definitiva.

Omaggiando il maestro russo Andrej Tarkovskij (1932-1986), il filo cronologico (e forse anche logico) de Il fuoco, l’acqua, l’ombra cominciava a vacillare: il ricordo di una radura mai percorsa … sussurri e fragore di percussioni … piccole scalinate alla Powell & Pressburger ascendenti verso il buio … lo stridore di un carrello sulle rotaie proveniente dal film Stalker (1979) del cineasta suddetto … arbusti flessibili riflessi su quattro specchiere che, unite, formano una corona di spine … il tepore delle fiamme sulle mani … una gallina che sbatte le ali, contorcendosi intrappolata in una lucente fessura: la memoria torna subito alla gallina inseguita dalla giovane Marta (Filippa Franzén) lungo i corridoi in Sacrificio (1986), quasi fosse in balìa di forze arcane. Un lavoro che ho amato molto.

Non voglio celebrare il talento di Paolo Rosa. Ho paura di “catalogarlo”, di renderlo innocuo, e anche un po’ ridicolo e ufficiale. Un uomo è scomparso, semplicemente. Non compiangiamolo. Non ha alcun senso. Non potremo incontrarlo di nuovo, perlomeno non nel senso comune della parola. Non lasciamo che vaghi infelice in ricordi che muoiono e risorgono automaticamente in brevi, intensi, insopportabili istanti proprio come muore e ritorna il corpo di Harey (Natalya Bondarchuk), involucro senza connessure, in Solaris (1972). Nulla ci impedisce, però, di provare ad accostarci al mondo della vita rammentandone lo sguardo e la sensibilità delle mani. Mani intrise di sabbia, di acqua … mani intrise di esistenza, così rare nella fredda Milano di vetro e acciaio.

Se soltanto potessimo capire, se soltanto diventassimo capaci di vedere … l’idea della scomparsa ci ferirebbe di meno.

https://www.youtube.com/watch?v=QnRD47if1l4

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