La donna del mese: Felicia Bartolotta Impastato

In questo appuntamento d’agosto con la donna del mese mi fa piacere parlare di Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato. Spesso le donne dell’antimafia passano sotto silenzio, schiacciate dall’ingombrante presenza di mariti o figli massacrati dalla violenza di Cosa Nostra. Felicia, però, figlia di piccoli borghesi, moglie di Luigi Impastato, che era in rapporti di amicizia con alcuni mafiosi di Cinisi:(nella sua cerchia, Gaetano Badalamenti, uno dei boss più feroci della mafia siciliana) si mette contro il marito, rifiutandone le amicizie equivoche e sostenendo il figlio Peppino nella sua lotta politica e di legalità. Peppino si schiera contro la mafia, mettendo in ridicolo i boss, scontrandosi con la famiglia, combattendo a testa alta contro la criminalità di Cinisi. Non sono anni facili, per Felicia, che verrà fortemente piegata dalla morte del figlio maggiore. Reagendo quasi subito allo smarrimento, la madre di Peppino si costituisce parte civile nel processo per la morte del figlio. Lo scopo della sua vita, dopo il 9 maggio 1978 diventa quello di avere giustizia per Peppino, ma anche sicurezza per Giovanni, il secondogenito. Madre e figlio, rompendo del tutto i legami con la famiglia Impastato, combattono per anni fianco a fianco, accanto ai compagni di Peppino, contro il boss Badalamenti e la mafia di Cinisi, per la giustizia, per la verità. Raccontano la storia di Peppino, aprono a tutti la loro casa e alla fine ottengono quello che hanno voluto e chiesto per anni: Badalamenti e il suo vice vengono condannati e messi in prigione. Dopo 22 anni di lotte, la verità viene fuori: Peppino non è stato né vittima di un fallito attentato, né si è suicidato, ma è stato ammazzato.

Felicia, che non ha mai chiesto vendetta, ma solo giustizia, dichiarò che non poteva esistere perdono per un omicidio così efferato. Badalamenti, secondo lei, non doveva rientrare a Cinisi neppure da morto. Quando le fu consegnata la relazione dell’antimafia in cui si riconosceva il depistaggio (da parte delle forze dell’ordine) sull’omicidio di suo figlio, disse: “Avete risuscitato mio figlio“. Anche dopo la condanna del boss, Felicia continuò ad accogliere in casa giovani e meno giovani per raccontare loro la storia di suo figlio, per mantenerne viva la memoria. Morì il 7 dicembre 2004 nella sua casa di Cinisi.

Ho pensato a lei perché è il simbolo del coraggio, della donna che, pur devastata, riesce a trasformare il dolore in lotta, la disperazione in forza, la paura in coraggio. E’ il simbolo di tutte le donne che, ogni giorno, lottano a testa alta e senza clamore, senza urlare, con tenacia, con l’arma della parola, con tutto l’amore che può avere una madre per un figlio che le è stato strappato in maniera terribile.

 «Tenete alta la testa e la schiena dritta» (Felicia Impastato)

www.peppinoimpastato.it

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