Un breve commento a Crecchi, di Paola Polito

Come spezzina, ringrazio l’inviato del Secolo XIX, Paolo Crecchi, per il vibrante articolo “Spezia, in Palio c’è il Futuro”, in cui, prendendo le mosse dal Palio del Golfo, ci offre una personale panoramica dello stato della città della Spezia, a suo avviso dibattuta nell’incertezza “se ancorarsi al passato o consegnarsi al futuro”. Le nozioni di passato e futuro rimangono nel suo discorso piuttosto vaghe, forse per rispetto ai lettori, ognuno dei quali avrà certamente una propria visione del passato e del futuro di questa città, della nazione  e del mondo intero. Invece, si tratta proprio di capire a quale passato (a quali passati) e a quali scenari futuri vogliamo guardare. La succitata frase di Crecchi suggerisce come nella sua visione il passato sia qualcosa di deteriore cui non sarebbe positivo “ancorarsi” e il futuro un’inevitabile prospettiva cui sarebbe stolto non “consegnarsi” (= arrendersi?). Sul versante del futuro, il giornalista qualcosa azzarda, là dove pare suggerirci la giusta attitudine per transitare nel “domani”: l’epico volontarismo,  il “Bisogna osare” che accomuna in modo commovente il “tecnologico” muscolaio Paolo Lavalle e il nostro Sindaco Massimo Federici, quest’ultimo occupato nella realizzazione del proprio sogno di “una città com’era tra Ottocento e Novecento, moderna e capace di guardare al domani”.
La Spezia-città modernista, all’altezza delle sfide del proprio tempo, insomma. Ma l’epoca della modernità si è chiusa, e nel frattempo abbiamo anche attraversato le incertezze anarchiche e “liquide” della post-modernità, la crisi di un ben preciso modello di sviluppo, cinico e irresponsabile, che ci ha portato nell’attuale congiuntura. Se la città deve “guardare al domani”, allora, dovrà prima fare i conti col presente, interrogandosi sulle scelte sbagliate del passato di cui la città soffre ancora oggi enormemente, sui rimedi da porvi, sulle direzioni in cui muoversi.

Sono d’accordo con Crecchi sulla necessità di non ancorarsi al passato, se il passato è quello di cui egli offre una carrellata citando le “ferite” di Canaletto, Fossamastra, Marola, Venere Azzurra, Lerici, Tellaro, Pitelli …. A questo passato (che continua a pesare sul nostro presente) bisogna in effetti dire basta; ma in quale direzione? A tale proposito, Crecchi menziona il contestato progetto per il rifacimento (pardon : “restauro”) di Piazza Verdi – un frutto del “coraggio di osare” che ci regalerà addirittura la “bellezza” – cui egli aggiunge la “valorizzazione “ della costa est da parte dei cantieri nautici, le misteriose “clamorose aperture” che la Marina ci riserva… Siamo sicuri che il coraggio di cui abbiamo bisogno sia quello di fare “tabula rasa” dell’identità e del patrimonio locali? possibile che gli unici simboli che riusciamo ad esprimere siano d’importazione, come gli “archi di trionfo” francesi, che – secondo moltissimi cittadini – nulla hanno a che vedere con la nostra cultura, con la nostra tradizione, con la nostra vocazione?

Sorge intanto spontanea una domanda: quali sono le vere emergenze critiche della città? Perché non consultiamo i cittadini, che ci aiuteranno a uscire dai sogni di “grandeur” e additeranno con precisione le problematiche che sono costretti ad affrontare ogni santo giorno?
Paola Polito

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