Conversazione con Marco Risi (Laura Film Festival di Levanto; 17/07/2013)

Marco Risi, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico … Come nasce il soggetto di Cha cha cha (2013), suo ultimo film?

Sai (ride n.d.r.), quando deve nascere un film ci si incontra, ci si vede, si parla di tante cose … prima doveva essere un altro film, poi un altro ancora … e alla fine mi venne l’idea di raccontare la storia di un investigatore che indaga su alcune “rogne romane”. Rogne che a prima vista non sembrano tali ma lo diventano presto: all’inizio lui sta investigando su un ragazzino di sedici anni dacché la madre, una sua ex fiamma, lo ha pregato di seguirlo. Il ragazzino viene investito da un fuoristrada e muore a causa di questo incidente. Da lì partono delle strane coincidenze che portano l’investigatore a credere che forse non si è trattato affatto di un incidente bensì di un delitto volontario. Ci accorgeremo poco a poco di una Roma nera, torva, che trama alle spalle dei cittadini onesti …

So che lei apprezza molto i classici della narrativa gialla e poliziesca. Pensiamo solo a Raymond Chandler, Dashiell Hammett … Mentre tratteggiava il personaggio del detective Corso (Luca Argentero) in fase di sceneggiatura ha tenuto conto di una suggestione letteraria in particolare?

Beh, sì. Mi piaceva l’idea di girare un hard boiled a Roma e rifarmi, in parte, alle atmosfere descritte nei libri gialli che hai citato, alle atmosfere degli anni Quaranta … C’è un po’ di Philip Marlowe nel personaggio di Corso. Forse mi sarebbe piaciuto che questo ricordo emergesse di più ma ce n’è abbastanza, tutto sommato. Volevo inserire una figura simile in una realtà italiana molto cinica e fare di lui la persona onesta e corretta che tutti quanti vorremmo essere. Noi, italiani cialtroni (ride). In questo Corso può assomigliare al Marlowe di Chandler: un tizio che ci appare disincantato ma che in realtà è il più pulito di tutti. Non solo Marlowe, però! Ci sono anche riferimenti ad altre pellicole, soprattutto americane …

Raccontare il lato oscuro dell’Italia attraverso un giallo mi è sembrato un atto di coraggio, non poco rischioso. Nel panorama italiano odierno i pochi esperimenti di genere con annessa critica sociale non sono stati seguiti con l’attenzione che si meritavano. Né dal pubblico né dalla critica. Mi vengono in mente, ad esempio, Arrivederci amore ciao (2006) di Michele Soavi oppure La fisica dell’acqua (2009) di Felice Farina … Dopo il buon riscontro di Fortapàsc (2009) non aveva timore che Cha cha cha avrebbe incontrato le stesse difficoltà de “L’ultimo capodanno” (1998)?

In un certo senso gli sono capitate! Tuttavia, non me la sentirei di paragonare i due titoli: L’ultimo capodanno era un vero e proprio esperimento, quasi un prototipo, tant’è vero che in Italia non se ne sono fatti più di film così! Fu un disastro assoluto, sebbene vi sia tutt’ora qualcuno che mi dice che era molto molto divertente e non si meritava un  tale insuccesso …

Fra i quali il sottoscritto …

… comunque sia con Cha cha cha non credevo che le cose potessero andar male. Non così male, perlomeno. Sicuramente è stata una grande – si fa per dire! – idea della distribuzione quella di far uscire la pellicola il 20 giugno ovvero “finalmente è arrivato il primo fine settimana estivo”: la gente, che non ne poteva più di stare a casa, ha preferito correre al mare anziché andare al cinema. Si può dire che fosse un rischio annunciato … ma non fino a questo punto! Se il pubblico, per quanto scarso, fosse andato al cinema sarebbe andato comunque a vedere i “titoloni” americani. Sono usciti infatti a breve distanza l’uno dall’altro World War Z con Brad Pitt, L’uomo d’acciaio con Russell Crowe … ma non i film italiani. Ogni volta produttori e distributori ti rassicurano dicendo «Ma no! Quest’anno proseguirà la stagione e la gente riempirà le sale». Non è vero! Sanno benissimo che d’estate in pochi vanno al cinema e io ne ho pagato le conseguenze. Certo, l’insuccesso colpisce anche il produttore ma questi ha già finanziato un film precedente che è andato benino al botteghino, senza contare poi progetti venturi, una serie televisiva etc … io invece ho fatto solo Cha cha cha e sono passati quattro anni dal mio ultimo film. Non è una cosa bella vedere un tuo lavoro buttato via così!

Parliamo adesso di suo padre Dino Risi. Anche lui si concesse qualche interessante incursione nei generi thriller e noir. Tre film, per essere precisi. Due che ho amato moltissimo – Anima Persa (1977) con Catherine Deneuve e Fantasma d’amore (1981) con Romy Schneider – ed un terzo purtroppo irreperibile: Mordi e fuggi (1973) con Marcello Mastroianni e Oliver Reed. Pensa che Cha cha cha sarebbe piaciuto a suo padre?

Non saprei. Forse no. (Ride) Ti sarebbe piaciuto sentirti dire di «si», non è vero? Diciamo che non era il suo genere preferito e poi queste storie sono sempre molto difficili da raccontare. Devono essere perfette in ogni meccanismo. Secondo me Cha cha cha lo è abbastanza ma non così tanto da farlo diventare veramente un «caso». Preso atto che se oggi non diventi un caso rischi di rimanere ai margini … sì, anche a me è piaciuto molto Anima Persa, meno Fantasma d’amore … Mordi e fuggi non era un noir! Era un road-movie che pencolava in parte verso il film d’azione, influenzato anche da fatti di cronaca. Erano gli anni del terrorismo, degli attentati della banda Baader-Meinhof in Germania, ancora prima delle Brigate Rosse …  era quasi un Sugarland Express all’italiana: un gruppo di malviventi sequestrano un uomo tranquillo, lo portano in giro per l’Italia e la polizia comincia a inseguirli lungo tutto il territorio …

Restiamo ancora un attimo sulla filmografia di suo padre. Di recente ho rivisto Caro Papà (1979), del quale lei curò soggetto e sceneggiatura insieme a Bernardino Zapponi. La critica tutt’ora lo ritiene un film malriuscito, un titolo minore nella carriera di Dino Risi. Devo dire, invece, che mi ha toccato molto. L’Ing. Millozzi di Vittorio Gassman, prima uomo rampante e vincente, poi in crisi, moralmente discutibile fin che si vuole ma sinceramente ostinato a voler comprendere le ragioni della rivolta di suo figlio (Stefano Madia), credo abbia ancora molto da dire al pubblico giovane, oggi più di ieri … Cosa ricorda di quell’esperienza di scrittura?

Secondo me non è un gran film, invece. Se lo prendi sul versante rapporto padre-figlio è riuscito abbastanza bene, assai meno quando affronta il fenomeno del terrorismo in Italia che già di per sé era un tema delicato. In quel periodo occorreva fare molta attenzione a toccare certi tasti … non era una grande sceneggiatura, insomma, benché firmata dal bravo Zapponi. Sì, avevo partecipato e me ne prendo anche un po’ la responsabilità ma … non ho un ricordo felicissimo a riguardo. Sul piano della scrittura, anche se si tratta di un genere completamente diverso, una commedia, quasi quasi era meglio Sono fotogenico, che feci subito dopo con papà, scritto insieme a Massimo Franciosa e interpretato da Renato Pozzetto. Funzionava tutto molto meglio, dalla sceneggiatura ai dialoghi. Come accennavo prima in Caro Papà sentivamo maggiormente la difficoltà di affrontare un argomento spinoso come il terrorismo. In definitiva, non lo metterei tra i film di mio padre che preferisco!

Tornando a Cha cha cha, come ha scelto gli attori?

Beh, selezionare il cast è sempre una fase delicata. Luca Argentero poteva essere un nome di richiamo. Lo vidi in alcune delle commedie che aveva interpretato e mi sembrava sempre al posto giusto. Inoltre mi serviva qualcuno che avesse un bel fisico – nel film c’è una scena di nudo –  e che sapesse correre bene. Volevo sporcarlo un po’ (ride)! Non volevo che avesse il suo solito viso pulito, sorridente, ben educato … al punto che finii per mettergli una barba di qualche giorno, il pizzetto alla De Niro ne Il cacciatore … e una bella cicatrice che si porta per più di metà del film! Eva Herzigova non nasce come attrice ma a mio parere è più brava di tante attrici. E’ una bionda alla Alfred Hitchcock. Nei film noir la femme fatale ci deve essere sempre, meglio ancora se bionda. Pippo Delbono, invece, lo scoprii ne Io sono l’amore di Luca Guadagnino: appena lo vidi dissi fra me e me «Ammappete, che bella faccia!». Ci tenevo che nella vicenda vi fosse un cattivo inconsueto, non scontato, e Pippo era perfetto con il suo modo di «arrotare» i discorsi e le parole. Claudio Amendola poi è una vecchia conoscenza: era giusto per quel ruolo. Infine, Bebo Storti è stata una bella scoperta: un comico sì ma perfettamente a suo agio nei panni dell’intercettatore che sa tutto di tutti.

Se le fa piacere, possiamo salutarci con un piccolo gioco. Le farò i nomi di alcuni attori ed attrici con i quali ha lavorato e se vorrà potrà regalarci un breve pensiero per ciascuno di essi.

(Ride) D’accordo!

Diego Abatantuono

Molto simpatico ed intelligente. E’ uno che ha capito come funzionano le cose. Va molto d’istinto, dovrebbe studiare di più la propria parte, i singoli dettagli … però è dotato di un tale talento da riuscire spesso a sopperire a questa mancanza di disciplina.

Monica Bellucci

Monica è bellissima. Quando guardavo nella macchina da presa, davanti a me c’era un profilo degno di Ava Gardner!

Francesca D’Aloja, che vidi per la prima volta ne La cena (1998) di Ettore Scola

Che posso dire? E’ stata mia moglie … una donna di carattere, simpatica, molto spiritosa ed intelligente. Abbiamo avuto insieme un figlio meraviglioso. Una brava attrice, dunque, che secondo me meritava anche maggior successo.

Corso Salani

Corso Salani è una delizia, veramente. Forse la persona che avrei sempre voluto essere. Una persona perbene come poche, tant’è vero che faceva film poverissimi. Ma che amava. E intanto girava il mondo, conosceva sempre persone nuove … Mi piaceva moltissimo.

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