Marco Risi e Pippo Delbono. Due amici, una focaccia e una carezza

Nell’occasione della decima edizione del Laura Film Festival di Levanto ho voluto incontrare ed intervistare il cineasta Marco Risi e l’acclamato attore Pippo Delbono (insieme a me nella foto), entrambi invitati a presentare il giallo investigativo Cha Cha Cha (2013), frutto della loro recente collaborazione. Mi reco alla stazione in anticipo per accoglierli. Sono piuttosto emozionato e come se non bastasse si aggiunge un caldo “assassino”. Li vedo scendere e già mi viene da sorridere un po’: Jacques il Fatalista e il suo padrone, Don Chisciotte e Sancho Panza, Jack Lemmon e Walter Matthau … scegliete voi la “strana coppia” che preferite! In effetti, siamo sempre portati a credere che gli artisti si presentino come personalità seriose, composte, discrete. Tuttavia, la realtà ci riserva spesso delle sorprese. Se quest’ultime siano piacevoli o meno dipende non tanto dalla nostra capacità di adattarsi alle singole situazioni quanto dal gusto personale, dal temperamento e, perché no?, anche dalle esigenze del momento. Personalmente amo tener fede a questa frase di Alfred Hitchcock, presa a prestito dal romanzo Agapornis di Franco Ferrini e Pia Arletti: “Io sono i miei film”. Quindi non “Sono l’autore dei miei film” e neppure “Il mio vissuto trapela dai film che ho realizzato” ma “Io sono i miei film”, per dimostrare che l’immaginazione creativa è inscindibile dalla vita. Anzi, qualche volta può e deve prendere il posto della vita stessa: il corpo di Dorian Gray, uguale a tanti altri, giace a terra decomposto ed incolore, ma resta però l’opera d’arte a testimonianza di una realtà superiore, bella, compiuta, da ammirare.

Fantasticando, dunque, sulla mia possibile conversazione con Marco Risi speravo (pretendevo?) di intravedere la Terra del Fuoco, remota e quasi “antonioniana” de Tre mogli (2001); il Belpaese caleidoscopico, disturbante, casinista, insopportabilmente vero che emergeva dal mosaico di episodi ne L’ultimo capodanno (1998); i suoi ricordi di collaboratore per il soggetto e la sceneggiatura (firmati insieme a Bernardino Zapponi) di Caro papà (1979) diretto dal padre Dino, pellicola imperfetta ma sincera, vulnerabile e soprattutto non schematica nel voler ritrarre un ingegnere (Vittorio Gassman) con le mani sì sporche ma pienamente consapevole che esisterà sempre un globale “tavolo operatorio” con un paziente disteso e starà solo a noi, anime candide, prendere posizione e scegliere se continuare a guardare il bisturi sanguinante oppure l’esito dell’operazione. Tutto qui.

Negli occhi di Marco Risi, nella sua voce, nei suoi tratti (vagamente mediorientali), nelle sue mani, persino nella sua camminata dinoccolata desideravo scorgere tutto questo, come se fossero note di un invisibile spartito musicale … Ed ecco invece un giovanotto (lo chiamerò così, con simpatia) svampito, sottilmente provocatore (come d’abitudine, immagino), deciso a trasmettere buonumore a tutti i costi nonché intriso di quell’ironia tipicamente nordica cioè di chi, in fondo, sa bene che i rapporti umani (duraturi oppure occasionali, d’amicizia come di lavoro) difficilmente hanno un fondamento diverso da quello dell’interesse, fosse anche minimo ed inconsapevole, e perciò si diletta a “punzecchiare” chi gli sta accanto, soppesando ogni sua parola e cercando di individuare, con compiaciuta indolenza, piccoli segni di “cedimento”, gentilezze di circostanza, falle nei ragionamenti etc … insomma, una partita a ping-pong snervante e stimolante ad un tempo. Insieme alla sudata intervista mi è stata offerta anche una buona focaccia genovese alle olive. Un gesto gentile. Grazie, sig. Risi! Per abbondare, durante la presentazione dei film della serata presso il Giardino di Piazza della Compera, alla domanda ironica “Il suo film, «Cha Cha Cha», le piace?”, il regista milanese risponde sorridendo: “A me no … già questo dovrebbe creare qualche interesse, no? Già, perché tutti dicono quanto sia bello il mio film! Scherzo, in realtà mi piace abbastanza. E’ un esperimento curioso, di genere. Ogni tanto viene fuori qualcuno che si domanda perché in Italia non si fanno più film di genere … decidi dunque di farlo … e allora capisci il motivo per cui non si fanno! Perché non ci va nessuno a vederli! Ci resti male, è innegabile. Oltretutto la brillante idea della distribuzione O1 è stata quella di far uscire «Cha Cha Cha» il 20 giugno, quando è scoppiata l’estate e tutti quanti hanno avuto, giustamente, il desiderio di andarsene al mare o ai laghi. […] Credo proprio vi sia una strategia dietro questi «signori» della distribuzione, come se alla fine volessero dire «Eh, noi ve lo avevamo detto che forse non era il film giusto!». O un regista fa le commedie o, nel mio caso, dovrei rifare «Mery per sempre», ad esempio, e non cercare di sbandare. Siccome a me piace fare cose diverse – ma mal me ne incoglie! – ogni volta ci casco, provocando così dei disastri commerciali! Qui lo possiamo dire perché siamo fra amici …”.

L’ultima frase mi porta ad una riflessione. Forse la leggerezza di Marco Risi intendeva spronarmi ad essere più agguerrito nei miei obiettivi e maggiormente partecipe di questa atmosfera informale, conviviale. Con onestà e spirito paterno, in un certo senso. Non lo nego. Ma è davvero necessario tutto questo? Quale lezione se ne potrebbe trarre? Più volte, rammentandogli l’orario dell’intervista, mi ripeteva “E’ questa la vera intervista! Approfittane!”. Pensandoci bene, non credo fosse così diverso il messaggio che è stato trasmesso al pubblico del Giardino di Piazza della Compera. Non erano presenti soltanto degli amici, come Risi pensa. Con la fotocamera digitale ho ripreso casualmente volti assai diversi per età e stato d’animo. Alcuni cercavano un diversivo intelligente, altri si scambiavano sguardi d’intesa, di disappunto, qualche volta d’amore (giovani fidanzati) ma ciascuno – inevitabilmente e a sua insaputa – odorava, quasi fosse un’essenza opprimente, della spaventosa, persistente crisi culturale ed economica del Nostro Paese. Sono certo che avrebbero voluto imparare qualcosa di nuovo, cogliere “fiori nuovi” abbinando, si capisce, crescita ed intrattenimento ma, parafrasando il racconto Paura (1920) di Stefan Zweig, per molti di essi le manifestazioni culturali assomiglieranno sempre di più ad un’agenda giornaliera nella quale il ritrovarsi in sé e per sé (come amici, appunto) prevale sull’incontrarsi per uno scopo preciso ed importante. Senza nulla togliere alla disponibilità e all’impegno di organizzatori e ospiti. Da tutto ciò nasce un clima di sazietà mista ad ansia. Mi sembra talvolta di vedere proprio l’ansia negli occhi delle persone, magari mentre si alzano e lasciano la sala biascicando sottovoce qualcosa di polemico. Tirando le somme (e usando una metafora da vero permaloso!), ciò che mi ha lasciato Marco Risi, l’autore che mise coraggiosamente l’accento sulla strage di Ustica (Il muro di gomma [1991]) per non far morire le domande sul caso, è il ricordo di un ottima focaccia offertami. Se provo a cercare dell’altro, non lo trovo. A mio svantaggio, magari. Peccato.

Non posso dire lo stesso di Pippo Delbono. Sapevo ben poco di lui: è stata una vera sorpresa e non lo dico per ruffianeria. Sotto la corazza di omone burbero, disincantato, specializzato in ruoli da “villain” Delbono si è rivelato una persona umile e dolcissima. Nel proprio percorso artistico di regista ed interprete ha avuto l’opportunità di incontrare uomini e donne straordinari, dandomi l’impressione di essersi sentito (e di sentirsi tutt’ora) un allievo. Un allievo fortunato che pur avendo superato i cinquant’anni continua a domandarsi “cosa farà da grande”. Dalla sua bocca sono usciti fuori i nomi di Pina Bausch, Irène Jacob, Gabriele Ferzetti. Il tutto con disarmante semplicità. Forse Pippo Delbono non lo sa ma non mi ha rilasciato affatto un’intervista (che pubblicherò comunque a breve insieme alla conversazione con Risi): mi ha lasciato una carezza. Non intendo però una carezza fisica ma interiore. Quando penso, infatti, alla carezza di un artista torno con la mente al 26 Maggio 2006, quando Vincenzo Cerami (1940-2013) ricevette dall’Università di Pisa la laurea honoris causa in Letterature e filologie europee. Un gran pubblico composto da centinaia di studenti, fra i quali il sottoscritto, partecipò all’evento. Sono convinto che la maggior parte dei presenti attendesse sopra ogni cosa l’arrivo di Roberto Benigni. E’ inutile cercare di addolcire la pillola, tanto è vero che quando passò Cerami in pochissimi lo riconobbero! Lo chiamai. Si voltò, sorrise, mi fece una timida carezza ed entrò in Aula Magna. Non lo dimenticherò. Avrei voluto intervistarlo riguardo al bellissimo Danza d’amore sotto gli olmi (1975) di Gian Luigi Calderone, da lui sceneggiato ma … la morte ha bussato alla sua porta prima di me.

Ho voluto rievocare questo episodio non solo per onorare Vincenzo Cerami nella vicinanza della sua scomparsa ma anche e soprattutto per confidare ai lettori che questi piccoli gesti, questi piccoli segnali, dalla carezza di Cerami alla sincerità quasi fanciullesca di Delbono, in un mondo come quello dello spettacolo, dove ogni pensiero esplicitato suona come una menzogna, non sono di poco valore. Tutt’altro. Per tutto il resto, godiamoci gli incontri offerti dal Laura Film Festival (in particolar modo L’invenzione di Morel [1974] di Emidio Greco – Sabato 20 luglio, ore 23:00 presso il Cinema Sport) e se vi si presentasse l’occasione scendete in pista a ballare il Cha Cha Cha dolceamaro di Marco Risi.

Buona Visione!

Advertisements
Annunci
Annunci

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.