Perché non condivido le ragioni del NO

Dunque: non ho votato Federici, sono molto sensibile alle tematiche ambientali e di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, ho frequentato per 5 anni della mia vita Piazza Verdi quando era (da molti anni ormai non più) il ritrovo serale degli iscritti a quell’Istituto, ignobilmente e vergognosamente, di recente definito “lager” dalla sempre amabile stampa locale, avrei preferito che la scelta fosse ricaduta sul progetto di “Studio Azzurro” e sono preoccupato soprattutto per le difficoltà realizzative e di manutenzione, nelle quali certo il Comune non brilla, del progetto Vannetti/Buren.

Nonostante ciò non riesco ad aderire alle ragioni del no. Sono, anzi, colpito, amareggiato e deluso rispetto all’inconsistenza argomentativa, anche quando encomiabilmente ricca di preziosissimi e puntualissimi riferimenti tecnico-giuridici, nonché della ristrettezza del punto di vista del fronte del no.

Sappiamo tutti che quella attuale non è una piazza quanto piuttosto uno slargo di quattro corsie separate da uno spartitraffico in cui qualcuno, oltre 70 anni fa decise di piantare dei pini – specie non autoctona ed espressione di un’estetica di regime come autorevolmente sostenuto dal Dott. Donati, ex Responsabile della Sovrintendenza, in una recente intervista.

Attribuire a quegli alberi una forza centripeta, un ruolo di catalizzatore dello sguardo significa mortificare o annullare l’azione centrifuga svolta dai mirabili segni architettonici e dalle visioni prospettiche, allo stato attuale solo suggerite, peraltro in modo caotico e frammentato, se non addirittura totalmente vanificate. Il progetto Vannetti mi sembra vada in questa direzione, così come quelli di molti altri architetti partecipanti al concorso.

Consultando periodicamente il sito del Comune ho seguito con attenzione l’iter procedimentale riguardante Piazza Verdi, mi sono documentato attraverso la lettura delle deliberazioni consiliari e di Giunta nonché delle determinazioni dirigenziali sull’argomento. Ho apprezzato l’idea di un progetto affidato al lavoro congiunto di architetto e artista per il valore aggiunto che avrebbe potuto dare allo spazio urbano oggetto dell’intervento. Ho apprezzato, altresì, la decisione di affidare la scelta del progetto vincitore ad una Commissione esterna di alto profilo e ad una distanza siderale dalle misere questioni locali, Commissione che ha deciso, tra l’altro, all’unanimità. Ancor prima avevo accolto favorevolmente la notizia che due macroprogetti riguardanti il centro storico – in cui quello di Piazza Verdi si inserisce – e il levante fossero stati premiati con il riconoscimento di quanto mai provvidenziali finanziamenti europei a fondo perduto. A fronte di un rituale contributo economico a carico dell’ente, il finanziamento avrebbe consentito di effettuare lavori, alcuni dei quali assolutamente necessari altri meno, ma tutti importanti nell’ottica di rinnovamento dell’immagine della città.

Regole basilari di buon andamento, di efficienza e di buona prassi amministrativa impongono l’utilizzo di questi fondi, visto che l’endemica incapacità di gestione degli stessi è, purtroppo e da sempre, uno dei principali fattori di sottosviluppo del nostro Paese in ambito europeo.

Decine e decine di attori, istituzionali e non, hanno lavorato alla redazione, alla presentazione, al vaglio, all’esame e al perfezionamento della fase di acquisizione dell’efficacia di un atto amministrativo così complesso e articolato. E il Sindaco eletto, piaccia o no, al primo turno alle ultime elezioni amministrative, non può che agire nell’interesse dell’ente che rappresenta.

Travalicare i limiti del dibattito e del confronto, acceso se del caso, e sconfinare nel campo dell’offesa gratuita e dell’irrisione verso l’opera di un artista che, piaccia o no, annovera, tra l’altro, un Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nonché diverse opere nelle collezioni permanenti dei più prestigiosi centri di arte moderna e contemporanea del mondo (MOMA tanto per citarne uno), manifestare il proprio disprezzo nei confronti di una motivata decisione presa all’unanimità da una Commissione, ricercare ossessivamente l’errore o il vizio procedurale o sostanziale nella complessa procedura, ricorrere ad una strumentale spettacolarizzazione, e, in ultimo, utilizzare indiscriminatamente gli esposti in Procura che, lungi dall’essere strumento di affermazione della tanto decantata democrazia partecipativa, si risolvono, nella loro ridondanza rispetto al procedimento amministrativo, quali strumenti di indebita pressione e fattori di alterazione dell’evolversi del normale e corretto processo decisionale, travalicare questi limiti pur di non vedere realizzato un progetto che a noi non piace mi sembra espressione di una prepotente istanza individualistica più che di un’istanza genuinamente democratica.

In questa fase ormai avanzata della procedura, risibili le richieste di utilizzo dei fondi per la realizzazione di altre opere o servizi pubblici, perché, appunto, di illecita distrazione di fondi vincolati si tratterebbe, faccio veramente fatica a capire a chi gioverebbe la non realizzazione di un intervento che, a questo punto, avrebbe irrimediabili ricadute economiche negative a carico dell’intera collettività, in termini non solo di potenziali danni erariali immediati ma anche di futuri costi che l’Amministrazione dovrebbe affrontare con fondi propri per la realizzazione di opere incluse nel progetto de quo (si pensi per esempio agli impianti di illuminazione).

Non nascondo amarezza e delusione nel dover quotidianamente riscontrare l’ostinata caparbietà, ai limiti del parossismo, di movimenti politici nuovi e non, e di associazioni ambientaliste, cui pure mi sento molto vicino in linea teorica, nell’adesione incondizionata al partito del “no a prescindere”, nell’arroccamento sulle proprie posizioni, nella strenua difesa di 10 pini, già visivamente piuttosto malmessi, e, con buona probabilità, arrivati ormai al volgere del loro percorso di vita, peraltro frutto di un’opera di rimaneggiamento rispetto al progetto originario, privi del requisito della monumentalità (se così non fosse, tenendo presente che un buon 80% del territorio provinciale è ricoperto da boschi che ospitano una varietà impressionante di specie arboree grazie all’unicità di un paesaggio che annovera fiumi, monti, colline e mare nel raggio di poche decine di km, dovrebbero essere sottoposti a vincolo specifico decine di migliaia di esemplari), di assai dubbia valenza connotativa della memoria collettiva, e altrettanto dubbio valore caratterizzante dello spazio urbano su cui insistono. Si vada ad ammirare la maestosità e l’imponenza della plurisecolare Quercia della Gira alla Foce o, rimanendo in tema, il Pino che, poco più avanti in quella strada di straordinaria bellezza panoramica, connota e permea di sé il giardino in cui è inserito (c.d. Villa del Pino) e l’area che, in totale isolamento, domina (c.d. curva del Pino) per avere un efficace termine di paragone. Eppure lì sì si continua a cementificare (non nel progetto di Piazza Verdi dove il “cemento” è, in realtà, travertino al posto del gres di cui, credo, andrebbe conservata una porzione a memoria di ciò che c’era e del bitume) ferendo irrimediabilmente una fascia collinare di grande fascino e bellezza per di più esposta ed un elevato rischio idro-geologico. Non è, dunque, questione di insensibilità ambientale quanto piuttosto di ridimensionamento di quel supposto effetto vincolante di norme di legge astratte che introducono, è vero, una presunzione di interesse, ma che l’autorevolezza di un autorizzazione rilasciata dalla Soprintendenza istituzionalmente competente, è in grado di rimuovere. Nella fattispecie in esame, e prima che intervenissero noti personaggi nonché, molto più realisticamente, denunce penali in funzione di alterazione del libero e discrezionale potere decisionale come ho detto sopra, l’autorizzazione endoprocedimentale c’è stata, ribadita, senza timore di possibili fraintendimenti, nella risposta fornita dalla stessa Soprintendenza al Comitato del no nel mese di Aprile 2013.

Ho esordito dicendo che sono colpito dalla ristrettezza del punto di vista volendo sottolineare il dato che sembra emergere insistentemente da ciò che ho letto in questi giorni, e, cioè, l’incapacità di affrontare un’analisi il più possibile obiettiva della vicenda che non trascuri, accantonando per un attimo l’eccessiva rigidità delle proprie posizioni, di valutare e mettere a fuoco tutti gli interessi pubblici e privati coinvolti, contemperandoli tra di loro in modo non dissimile dal processo decisionale dell’agire amministrativo.

Dall’analisi di molte delle pur legittime opinioni del fronte del no, emerge un’enfatizzazione di interessi individualistici (pur nobili quali la memoria e il ricordo personali) altri più decisamente egoistici che vengono elevati al rango di interessi pubblici di livello superiore tali, cioè, da dover vincolare le scelte dell’Amministrazione, nonostante tutte le implicazioni di cui ho detto e lo svilimento e la mortificazione del lavoro ormai svolto. Percepisco una visione miope, un’attenzione al particolare che faccio fatica a far rientrare entro i limiti della ragionevolezza.

L’ambizione, in ultimo, di portare alla ribalta nazionale un “non caso” come quello di Piazza Verdi è, già di per sé, a mio parere, una forzatura che assume toni che sconfinano nella tristezza se questa tenace lotta viene opportunamente letta e storicamente collocata in uno dei periodi più cupi e drammatici che la storia del nostro paese abbia mai avuto e in un contesto generale di spaventosa e persistente crisi etica, economica e istituzionale senza precedenti.

Roberto Bertonati

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