La donna del mese: Margaret Atwood

Note biografiche: Margaret Eleanor Atwood (nata 1939), poetessa canadese e novellista, ha già conquistato un generale riconoscimento come la più importante donna di lettere del Canada; i suoi lavori degli anni ‘90 hanno visto una sua continua e profonda preoccupazione per la civiltà occidentale e per la politica, all’ultimo stadio di disintegrazione. Da “La donna da mangiare” (1969) e “Tornare a galla” (1972) fino alla raccolta “Vera spazzatura e altri racconti” (1991), Margaret Atwood è stata uno dei più tormentati e visionari autori del nostro tempo. La sua è una voce a cui dobbiamo prestare ascolto all’inizio di questo nuovo, incerto secolo. Ella ha fatto notare di aver cominciato ad occuparsi di temi come la liberazione della donna e il cambiamento dei ruoli sessuali nel 1950 prima che venissero divulgati dal movimento femminista.

Una voce femminile speciale nell’odierno panorama letterario? Difficile stabilirlo a priori. Possiamo valutarlo cercando di rispondere ad una seconda domanda, ognuno secondo la propria sensibilità: cosa speriamo di trovare in un personaggio femminile incastonato fra le pagine di un romanzo? Personalmente inseguo con ostinazione una figura che mi “smascheri”. Un essere puro, che mi metta a nudo. Una leonessa che abbatta le mie certezze, facendomi capire quanto vuote siano state finora le mie letture, quanto volgare sia stato l’immaginario erotico sul quale mi adagio tutt’ora. Una Tatjana che frughi negli scaffali, in mezzo a libri da noi uomini, frivoli Onegin alla moda, abbandonati e cominci a comprenderci dal di dentro, a vedere con i nostri occhi: non possiamo non uscirne come parodie, pallide imitazioni della realtà che ci circonda.

Di-Fred, protagonista del romanzo allegorico Il racconto dell’ancella (1985) della prolifica Margaret Atwood (nella foto), è sicuramente una delle creature letterarie che resterà a dispetto di molti titoli altisonanti, appetibili ma vuoti che si accumulano dietro le vetrine dei negozi. Esagero? Appena appena. Antefatto: in un imprecisato prossimo futuro l’America del Nord è diventata la teocratica Repubblica di Gilead. L’inquinamento ha reso il 90% della popolazione femminile sterile: le poche fanciulle ancora in grado di portare a termine una gravidanza vengono indottrinate al Culto dell’ Ancella ossia cedere il proprio fertile utero alle coppie privilegiate della Repubblica. Vediamo affiorare in questo nuovo implacabile ordine ricordi dell’Antico Testamento accompagnati da riti sadici e violenti quali la Confessione/Purificazione Collettiva. E fin qui, direte voi, niente di nuovo (lo spettro di George Orwell sembra aleggiare su ogni pagina) ma, giunti al terzo capitolo, si fanno strada con prepotenza questi pensieri:

Occupare il tempo. Questa è una cosa alla quale non ero preparata: la quantità di tempo vuoto, le lunghe parentesi di niente. Il tempo come un canto fermo. Se solo potessi ricamare, tessere, lavorare a maglia, se avessi qualcosa da fare con le mani. […] Ricordo le visite ai musei, nelle sale dell’Ottocento: l’interesse che avevano allora per gli harem. Decine di quadri di pingui donne sdraiate sui divani, con turbanti o berretti di velluto in capo, rinfrescate da ventagli di code di pavone, un eunuco sullo sfondo che fa da guardia. Studi di carne sedentaria, dipinti da uomini che in un harem non erano mai stati. Si riteneva che fossero quadri erotici, e anch’io pensavo che lo fossero, allora, ma adesso capisco di che si trattavano veramente. Erano quadri sull’animazione interrotta; sull’attesa, su oggetti non in uso. Erano quadri sulla noia. Ma forse la noia è erotizzante quando a viverla sono le donne, per gli uomini.”

Quello di Di-Fred non è un cammino verso un’emancipazione che non avrebbe più alcun senso (e della quale non saprebbe, comunque, che farsene) piuttosto un avvicinamento lento e costante verso la conoscenza. Ne è rimasta poca, in effetti: un goliardico epigramma latino intagliato sulla scrivania, tuniche costose ed eleganti, riviste di moda che non sono certo capolavori della letteratura … eppure i veli scarlatti dell’ancella cadono poco a poco e con essi ogni timore o interdetto. Forse neanche l’ombra della morte fa più paura. Il racconto dell’ancella è senz’altro un testo da leggere, conservare ed eventualmente confrontare con l’omonimo adattamento filmico (1990) di Volker Schlöndorff, uno degli autori più significativi del “nuovo cinema tedesco”.

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