Carlo Marletti e Gian Luigi Saraceni rispondono al Gruppo per il Sì al progetto Buren

Un giurista e un filosofo che non fanno parte di consorterie, circoli, associazioni, partiti, che titolo hanno a dire la loro su Piazza Verdi, e sul progetto della sua “riqualificazione”? Nessuno, va da sé, se non forse quello, per poco che possa contare, di essere cittadini di la Spezia e di amare una città “nuova”, ideata e pensata dal nulla non molto più di cent’anni or sono. Basta? Non lo sappiamo, ma sappiamo che la contesa sul progetto non può che essere risolta sulla base di argomenti a favore o contro un intervento che la città ha considerato calato dall’alto, non discusso, non condiviso.

Un errore, certo, anche grave: è l’arroganza del potere, che sceglie, decide, si affida a consiglieri del principe che seguono astrusi percorsi intellettuali, magari pregevoli, in nome di una visione dell’urbanistica , della città, del suo decoro del tutto personale? Non lo sappiamo. Ci auguriamo di no, anche se il percorso giuridico-amministrativo pare costellato di errori, di omissioni, di dimenticanze. Quella che più ha rinfocolato passioni e rabbia non è la più importante, ma certo la più grottesca: la disputa sull’età dei pini è diventata l’occasione per tutti di ripensare la storia della città, di ripercorrere i passaggi stretti della memoria individuale e collettiva, di riaprire cassetti e bauli alla ricerca di foto, testimonianze, prove.

  Ma è stata anche l’occasione, per l’amministrazione comunale, di ricoprirsi di ridicolo, di eccitare gli spezzini ad esercizi di sarcasmo, di far sorgere sospetti di una volontà prevaricatrice: non si poteva, semplicemente, cercare in archivio la delibera con cui venne deciso di piantare i pini, e leggere, sulla prima riga, la data?

L’ironia della sorte ha fatto sì che una decisione evidentemente non partecipata divenisse oggetto, forse per la prima volta in Italia, di un dibattito accanito sulla forma urbana, sulla vivibilità e l’accoglienza degli spazi collettivi, sulla memoria e l’identità. Dobbiamo forse ringraziare il Sindaco: ma  meritava una simile figura? Meritava di esporsi al sospetto che avesse mentito per portare a termine, costi quel che costi, un intervento che certo sapeva o se non sapeva immaginava non condiviso da tutti ?

C’è una situazione di degrado in Piazza Verdi tale da rendere indispensabile un’opera che altera completamente l’aspetto del centro storico? Si dirà: abbelliamo la città, adorniamo la piazza con le opere di un grande artista. Sia pure ma di quale bellezza parliamo? La bellezza di una piazza è disputabile e contendibile, certo: una soluzione può piacere o non piacere, ma c’è un limite: quello dell’uso collettivo, della congruenza con l’ambiente e con tutto quello sta intorno. Non si tratta di un’opera d’arte che viene vista in una galleria o in un museo, ma di una cosa che entra a far parte del quadro percettivo di tutti, che è destinata a durare, a stare in perenne colloquio, nel caso nostro, con i palazzi umbertini e con il palazzo delle poste, capolavoro dell’architettura del novecento. Gli archi c’entrano? E gli archi di Buren? La nostra città ha bisogno di quella “firma” inconfondibile, che Buren dissemina per tutta Europa per celebrarsi?

      A noi, passanti non coinvolti ma oltremodo interessati, la soluzione  Vannetti-Buren non piace: meglio, non piace lì, adesso. Se potessero inserire quel progetto in una città nuova, come lo era La Spezia quando venne progettata, probabilmente il giudizio sarebbe diverso.

Ma il fatto che a noi non piaccia, che ci paia deturpare e sconciare la nostra città conta poco. Il fatto è che non ci piacciono, e questo costituisce invece una discriminante, le ragioni di chi è per il sì. Si è costituito un comitato per il sì. Magnifico, si potranno confrontare ragioni ed argomenti, dibattere, e infine deliberare, per offrire all’amministrazione comunale la forza sia di ripensare il progetto sia di andare avanti. Un Comune che non si confronta, che non si espone convintamente alla critica, alla discussione, alla replica, è destinato a perdere la fiducia dei cittadini.

  Dunque ben venga un gruppo per il sì. Ma le ragioni con cui ritiene di dar forza al progetto sono quelle comparse sulla stampa? 

A noi il progetto Vannetti-Buren su Piazza Verdi non piace, lo  ripetiamo per chiarezza ed onestà. Va detto, però, che se anche il progetto ci piacesse, faremmo molta fatica ad accettare il modo in cui si è cercato di imporlo e ora, come in fondo sembra esigere il neo-comitato dei sostenitori, di farlo piacere per forza.

Nella stessa pagina in cui sono state riportate le ragioni del neo-comitato, il Secolo XIX ha pensato correttamente anche di ricordare ai lettori gli errori e le omissioni nell’iter del progetto, a carico di più soggetti ed autorità, che hanno evidentemente alimentato più di un sospetto. Non entriamo nel merito delle ragioni giuridiche e procedurali che a detta di molti parrebbero conclusive ma certo la voce del neo-comitato del sì sarebbe stata più credibile, se accompagnata dal riconoscere che con il comitato del no ha comunque in comune il rispetto delle regole e il disprezzo per decisioni troppo spesso prese nascondendo la realtà complessa che ogni decisione urbanistica porta con sé. Nella esposizione delle ragioni del comitato del sì non v’è però traccia di questa vocazione, che senza dubbio sarà presente, ma nel caso non è purtroppo emersa.              

 

 La Spezia, 6-7-2013                                                              Carlo Marletti – Gian Luigi Saraceni

 

 

 

 

 

 

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