Il cambiamento che vorrei

Il Sindaco Federici ieri, all’inaugurazione del Ponte Revel, ha detto una bella frase, e cioè che è “attraverso il cambiamento che Spezia ritrova se stessa“, non nell’immobilità. E ha ragione: una città ha bisogno di evolversi, di cambiare, di tendere sempre al miglioramento. Peccato che, spesso, io mi trovi in disaccordo con il cambiamento che il signor Federici ha in mente. Ma potrei anche sbagliarmi io e potrebbe avere ragione lui quando spende parole di elogio per il progetto Vannetti/Buren. Potrebbe avere ragione quando dice che bisogna smantellare la Scalinata Cernaia e ricostruirla. Io, lo ammetto, spesso sono refrattaria al cambiamento, perché “chi lascia la via vecchia per la nuova… etc etc” e mi scuso per il luogo comune, che tanto farebbe infuriare il commissario Montalbano.

Divagazioni a parte, il cambiamento fa parte comunque delle nostre vite, quindi bisogna adattarsi all’idea che non tutto possa sempre rimanere com’è. Allora ho pensato a come vorrei che cambiasse la mia città. Il cambiamento che vorrei, però, non prevede archi (pardon, portali) colorati e cementificazione. Il cambiamento che vorrei è quasi semplice. Vorrei la mia città pulita, senza sacchi di spazzatura accumulati ovunque. Vorrei che l’Enel smettesse di bruciare carbone. Vorrei poter andare a fare una nuotata a Cadimare (dove c’è l’unica spiaggia del comune) senza timore di diventare radioattiva. Vorrei che gli alberi tagliati al Parco della Maggiolina fossero ripiantati. Vorrei i marciapiedi e le strade senza voragini. Vorrei un ospedale efficiente. Vorrei che chi ha sbagliato su Acam lo riconoscesse e vorrei non dover essere io a pagare i milioni di debito di cui non ho colpa. Vorrei vedere i Giardini Pubblici tornare belli come lo erano un tempo.

Ecco cosa vorrei. Non m’interessano piazze da fantascienza, ponti da milioni di euro e ricostruzioni di scalinate centenarie.

Credo che attraverso questi cambiamenti (alcuni semplici, alcuni più impegnativi) Spezia potrebbe davvero ritrovare se stessa, tornando a essere una città di mare (e non perché c’è un ponte che collega due moli), una città a misura d’uomo, di anziano, di bambino.

Ma io sono solo una semplice cittadina. Non so quanto contino le mie parole e i miei “vorrei”. Sicuramente meno dei “voglio” di chi comanda in città. Ma è ancora lecito parlare, anzi scrivere. E so di non essere l’unica con queste “folli” idee di cambiamento.

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