Salomè (1986) di Claude D’Anna. Miserando mondo fantastico

Questo articolo nasce in primo luogo come risposta all’interesse maturato ascoltando le riflessioni di Ronit Mandel Abrahami e Maria Strova, insegnanti di danza orientale, esposte durante la conferenza L’Archetipo Femminile, tenutasi il 3 marzo dello scorso anno presso il Museo CAMeC di La Spezia. Del secondo referente di spunto (cinematografico) parlerò tra poco. L’incontro tra queste due artiste ha aperto non pochi interrogativi. Su tutti: “Quali sono stati i fenomeni di costume che hanno degenerato la danza del ventre ad un meccanico, volgare spettacolo di seduzione?”. Un po’ rammento, un po’ parafraso … ma la sig.ra Mandel affermò perentoria: “Se questo è stato possibile, dobbiamo ringraziare l’immaginario pornografico!”. Quest’ultimo ha sicuramente influito, tuttavia sono convinto che la spiegazione non sia così semplice. Non dobbiamo dimenticare che nella pornografia audiovisiva – ossia il formato più comune per la comunicazione erotico/sessuale – la regia e, in ampiezza, il punto di vista sono perlopiù assenti. Lo spettatore è solo di fronte alla sua fonte di artificiale eccitazione, la macchina da presa è una mera protesi del suo occhio indiscreto. Non c’è la mediazione di una regia altrimenti, qualora ci fosse, l’illusione della sua assenza risulterebbe totale. In ogni caso, il suddetto sterile gioco si esaurisce presto con l’eiaculazione. Nessuna traccia, mistero o autentica frustrazione lasciati dalla momentanea seduzione. No, il pifferaio che sa come stordire i “topolini”, distraendoli dal crescente falò sotto di essi, va rintracciato altrove, in un altro tempo. Intuirlo non è difficile. Come un fiume carsico che torna in superficie di quando in quando così agisce ancora il cifrario estetico di fine Ottocento sul ceto medio, conducendolo per mano in un dedalo di chiarore lunare, universi speculari, sogni futuristici, nudi pre-adolescenziali e “magnifiche” gesta di sottomissione. La cultura di massa fin-de-siècle non lascia scampo. La nostra docile anima moderna ne esce a brandelli comunque vada, cedendo progressivamente a scaltre lusinghe figurative per essere, infine, messa a nudo nella propria inadeguatezza spirituale.

Facciamo un esempio pratico. Di recente, ho raccolto le suggestioni che spinsero un caro amico, nella circostanza dell’esame di maturità, a fare del personaggio biblico di Salomè il nucleo dell’esposizione della sua tesina multidisciplinare, passando ora per l’omonimo dramma (1891) in un atto unico di Oscar Wilde (1854-1900) ora per il libretto di Hedwig Lachmann che Richard Strauss (1864-1949) tradusse in musica con fortuna nel 1905. Era quindi necessario prendere coscienza di chi fosse per me Salomè: esaminandone i motivi pittorici in Idols of Perversity: Fantasies of Feminine Evil in Fin-de-Siècle (1986) di Bram Dijkstra, testo imprescindibile non solo per la ricchezza delle nozioni ma anche per la bellezza delle sue immagini, scovo soprattutto lo spettro della donna originaria, vorace. Un archetipo femminile la vita del quale non ha nel progresso materiale la propria forza trainante. Una ninfetta viziosa e volitiva che prima titilla il tetrarca Erode ed accoliti fino all’esplosione dei sensi e in seguito si pone in grembo la testa ancora sanguinante del profeta Jokanaan quasi a coglierne meglio gli incomprensibili (a noi) frutti. Un’adolescente che rivolge allo spettatore lo sguardo sperduto di una sognatrice soddisfatta, proprio come nel celebre dipinto “Salomè trionfante” (1886 ca.) di Edouard Toudouze (1848-1807), anche se il primo pittore che diffuse le gesta della figlia di Erodiade fu il parigino Gustave Moreau (1826-1898), aggiungendola al suo repertorio muliebre che già comprendeva Leda, Europa, Pasifae nonché sfingi e chimere. Senza contare poi una certa interpretazione del mito di Orfeo (assai in voga sul finire del XIX secolo) che emerge in filigrana da questo patrimonio artistico: fonti classiche rivelano, infatti, che il poeta, dopo aver perduto per sempre l’amata Euridice, concepì un odio spietato per le donne, per la perfida influenza che esercitavano sul cuore degli uomini. Particolarmente duro nel condannare lo stile di vita e i rituali delle Baccanti, Orfeo venne da queste aggredito e maciullato ma poiché continuava instancabile, pur con la testa recisa dal busto, a cantare il futuro ideale dell’uomo le donne furenti assicurarono il capo alla lira e lo gettarono in mare. Orfeo, addomesticatore di fiere con il solo potere del canto, assurse così a simbolo ideale del trionfo dello spirito sulla materia. Da una parte abbiamo la bramosia bestiale della donna, dall’altra la tensione idealistica dell’uomo. Un passaggio perfetto, dunque, per introdurre alle svariate, masochiste fantasie iconografiche sulla fanciulla reggente una testa mozza!

Alla luce del contesto storico accennato, ci interessa veramente la figura di Salomè? All’inizio prevale un sentimento di indifferenza e distacco. E’ inutile negarlo. Oscar Wilde fa sì capolino in molte notizie biografiche e letterarie come un autentico martire, un eroe tragico, incompreso dai suoi contemporanei bigotti e, in teoria, spiritualmente vicino a quell’inconsapevole, plagiato, strumento di vendetta che fu Salomè. Ma il clima di ingombrante simbolismo che circondava il grande drammaturgo irlandese non risparmia neppure la sua fine penna: il seppur casto corpo di Salomè (vergine e dissipatrice ad un tempo) vampirizza chiunque lo guardi; il profeta Jokanaan si presenta come un araldo del regno della parola, dell’intelletto, opponendosi fieramente all’oltraggio del desiderio femminile; il carnefice Erode – riuscendo a non perdersi del tutto nella contemplazione inerte del corpo di Salomè – sembrerebbe dimostrarsi in extremis capace di trascendenza (“Non voglio guardare nulla. Non voglio che niente mi guardi”), scampando alla morte per consunzione carnale “esorcizzando” l’immagine della fanciulla. Parafrasando Dijkstra, l’esecuzione finale di Salomè ristabilirebbe, agli occhi del maschio della classe media del tardo Ottocento, l’equilibrio della natura, respingendo l’essenza bestiale e restituendo all’uomo la sua giusta posizione di predominio.

Parlai prima di indifferenza e distacco senza rendermi conto che il fatto stesso di continuare a scrivere ha in sé il seme di un’ossessione. Perciò affermo che a dispetto dell’attrazione prosaica, effimera, della pornografia l’immaginario di fine XIX secolo, del quale la semitica lolita danzante è colma, scorre in modo meno tangibile nella coscienza del lettore (per i racconti Hérodias [1876] di Gustave Flaubert o Salomè di Jules Laforgue, contenuto in Moralités légendaires [1887]) o dello spettatore (osservando i dipinti menzionati) e mentre questi “si perde” non riesce seguirne il processo con lucidità: questa è la forza del gioco di Salomè! Ineffabile e paradossale, come suggerì Al Pacino presentando il suo personale ed intenso Wilde Salomè (2011) alla 68ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Tralascio volutamente l’esplorazione del rapporto fra la settima arte e l’iconografia di Salomè giacché la discussione ci porterebbe lontano. Prima di avviarmi alla conclusione vorrei, invece, osservare più da vicino la pellicola Salomé, una delle opere più bizzarre fra quelle apparse nella sezione Un Certain Regard del Festival del Cinema di Cannes 1986, firmata da Claude D’Anna, autore fra l’altro di un discusso e controverso adattamento del Macbeth (1847) di Giuseppe Verdi (presentato fuori concorso l’anno seguente, sempre a Cannes), interpretato da Leo Nucci e Shirley Verrett. Il cineasta francese, coadiuvato dallo sceneggiatore Aaron Barzman, ci fa assistere al rapido declino del tetrarca Erode (Tomas Milian) e ai suoi meschini, disperati, tentativi di conservare il potere, sottraendosi all’occupante esercito romano guidato da Nerva (Tim Woodward). Il suo palazzo è ridotto ad un nido di vizi capeggiato segretamente da Erodiade (Pamela Salem), regnante avida e dissoluta in attesa del ritorno della figlia Salomè (Jo Champa), presa in ostaggio da Nerva anni addietro per fini politici. L’inviato imperiale, con la connivenza dell’insidiosa regina, mirerebbe al trono facendo leva proprio sull’inesperienza della giovane e le manie di Erode, ormai anziano e schiavo delle debolezze della carne … ma non ha fatto i conti con Jokanaan (Fabrizio Bentivoglio), collerico predicatore che il tetrarca ha rinchiuso nelle segrete. Egli risveglierà involontariamente i sentimenti sopiti di Salomè, alimentandone il lato spirituale. Basterà forse una frase, apparentemente oscura: “Occorre ridursi” …

Leggendo la trama si può ben immaginare che la pagina letteraria di Wilde fornisce a Claude D’Anna solamente un palinsesto e ascoltando alcune sue dichiarazioni (cfr. Maria Pia Fusco I sette veli di Salomè cioè la trasgressione in “Repubblica”, 02/06/1985) il regista sembra dimostrare di non avere chiare tanto le idee (fin troppo evidente il debito visivo con il cinema di Derek Jarman e altrettante le concessioni all’erotismo più commerciale) quanto le emozioni dal momento che stende, ad esempio, discutibili paralleli tra l’occupazione della reggia di Erode da parte di Nerva e il coevo colpo di stato in Afghanistan (sic!). Non solo. D’Anna definisce Salomè “un film di fantascienza che si svolge nel passato” il ché non costituirebbe un vero problema (anzi, si avverte perfino una leggera reminescenza di un importante saggio del compatriota Roger Caillois, Au coeur du fantastique (1965), il quale sosterrebbe che negli acquerelli [1876; 1878; 1886; 1890] dedicati da Gustave Moreau al soggetto di Salomè l’accostamento di culture incompatibili e moralità contraddittorie da origine proprio al fantastico) se non avesse poi tratteggiato Jokanaan come un invasato profeta della rivoluzione nonché ideologo deleterio!

Malgrado ciò alla Salomè di Claude D’Anna vanno, comunque, riconosciuti due elementi notevoli, intimamente connessi ed entrambi riconducibili a quella lettura simbolica fin-de-siècle – meno battuta di altre, a dire il vero – secondo cui la figlia di Erodiade avrebbe voluto impadronirsi soprattutto della sapienza contenuta nella testa del Battista: le belle scenografie di Giantito Burchiellaro che ricreano “un universo barbaro, glaciale e di fuoco insieme, con nessun riferimento preciso, mescolando epoche e stili diversi, passato e futuro, elementi improntati alla civiltà precolombiana, intrecciati al disegno industriale del Novecento” (cfr. R. Caillois, op. cit.); ed infine la sequenza della celeberrima danza dei sette veli che ha luogo al centro di una marmorea arena sulla quale spicca il disegno spiraliforme di un labirinto. Qui la memoria dovrebbe tornare subito al bel studio Nel labirinto (1950) di Károly Kerényi (1897-1973) e alle sue argomentazioni circa la geranos, liberamente intesa come “danza del labirinto”, nella quale era ben tangibile un anelito verso la liberazione a cui si mescolava un profondo desiderio di fuggire via. La danza cretese descritta da Kerényi era, appunto, una spirale dalle molteplici volute nella quale il danzatore, una volta giunto al centro, ritornava sui suoi passi e si avviava danzando verso l’uscita. Non credo sia tanto importante chiedersi “Fuggire dove?” quanto “Fuggire da cosa?”. A mio avviso la Salomè di D’Anna (e dell’eterea e imbronciata Jo Champa, è il caso di dirlo) ha eseguito una danza a-storica, fuori dal tempo e dallo spazio, dimenandosi e liberandosi dalle pastoie della materia con la quale, finora, era stata a stretto contatto (tutto ciò che è contingente o, meglio, quanto costituisce bisogno e convenienza, associato figurativamente al colore nero pesante, respingente, quasi “saturnino” degli ambienti). Salomè, al pari di Jokanaan, pochi istanti prima di soccombere alle lance degli aguzzini, sussurrerà “Mi sto riducendo”. Cosa diverrà la figlia di Erodiade? Un infinitesimale. Che importa? Per lei adesso l’infinitesimale e l’infinito sono due termini di un medesimo concetto. Lo spazio più piccolo e lo spazio più vasto sono nella sua mente i punti di unione di un gigantesco cerchio. E’ tornata indietro dalla morte alla vera vita. Al di sopra delle sue spoglie resta l’arazzo argenteo di Dio, sul cielo notturno.

Advertisements
Advertisements
Advertisements

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.