“Tradimenti” in equilibrio sul filo della vita

Venerdì 7 e sabato 8 giugno è andato in scena alla Spezia “Tradimenti”, l’ultimo spettacolo della compagnia degli evasi, testo di Harold Pinter per la regia di Marco Balma, con Marco Balma, Bruno Liborio, Elena Mele.

Sono andato a vedere la replica di Sabato 8. Anzitutto una nota sulla quantità di pubblico che muove questa compagnia, in parte di amici e conoscenti, in parte di affezionati e allievi, in parte di pubblico e basta, ma sempre su numeri importanti.
Hanno riempito il Teatro Impavidi l’11 maggio, più di 300 spettatori, con un’altra prima, Tempo di Semidei (testo e regia di William Cidale), e hanno riempito ora per due sere di fila l’Auditorium del Dialma Ruggiero (che fra i vari comfort che offre non ha le poltroncine, ha delle sedie che sono le più scomode del reame, ma d’altra parte al Teatro Civico so che ci vogliono aprire un Basko, o forse un parcheggio a più livelli).
Più che una recensione, termine pretenzioso e che lascio ai critici d’arte che amano pontificare altrove, scrivo una impressione, in amicizia e affetto (anche se marginalmente negli ultimi tempi, per altri giri della vita, ma faccio parte di questa compagnia) e soprattutto con schiettezza.
Lo spettacolo ruota intorno ai tre attori, Marco, Bruno ed Elena, che sono allo stesso tempo protagonisti e coro (letteralmente, visto che -sorpresa!- cantano), in un doppio piano che è in armonia rispetto al cardine attorno a cui vive tutta la storia, ossia l’ambiguità, lo sdoppiamento -o triplicamento- dell’identità di una persona che il tradimento crea, ambiguità che deve essere anche “dote” fondamentale per chi tradisce.
La messa in scena è pulita, la recitazione molto lineare -a volte leggermente troppo di maniera e sbilanciata nei toni fra i tre attori- così come richiede un copione di Pinter, fisicamente molto precisa, pochi gesti, quelli che servono e si ricordano, i silenzi molto azzeccati e sempre pieni di senso.
Il tutto è reso brioso, oltre che dal testo che ha dei momenti quasi comici, anche da scelte di regia lievi ed indovinate, come gli stacchi cantati, fra l’altro molto bene, o i giochi di suoni, non esagerati -che bella cosa la misura-. Divertente anche il cambio di ruolo di Elena, improbabile bionda cameriera ad un bar per qualche minuto. Insomma, si tradisce, e si recita, per davvero, ma allo stesso tempo per giocare, senza prendersi troppo sul serio, cantandoci e scherzandoci su.
Marco Balma affronta spesso nelle sue regie i toni “medi”, che sono i più complicati a teatro, come camminare su un filo sospeso per aria, confezionando spettacoli comprensibili a tutti, gradevoli e ben costruiti. È un regista senza pose, con molta sostanza e qualità, e in questo spettacolo ha con se, oltre allo stesso Marco, due attori, Bruno ed Elena, che non sono da meno, e che quasi sempre camminano sul filo teso dal regista con grande bravura. C’è ancora, a parere dello spettatore che è in me, qualche incertezza e sbilanciamento di troppo, come detto, che pesa sul ritmo, ma è uno spettacolo in divenire, è una prima questa, l’inizio della vita per una rappresentazione teatrale, che è da vedere, e rivedere, perché crescerà ancora, e bene.

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