L’Università è alla frutta: Jovanotti sale in cattedra

La Facoltà di Scienze della comunicazione di Cagliari con sede a Is Mirrions, nel corpo aggiunto di Lettere, ha invitato Lorenzo Jovanotti il 27 maggio a fare una speciale lezione. La cittadella universitaria era in subbuglio da settimane. Studenti nello staff, servizio d’ordine, transenne, security, segreterie ferme e poi, dentro l’ingresso, quattro banchetti con ragazzi che distribuivano gli accrediti e ovviamente manifesti del tour appiccicati ovunque.

Il dubbio è lecito: è la facoltà ad aver chiamato Jovanotti o piuttosto, è lo staff di Jovanotti ad aver segnalato la “disponibilità” dell’artista?  E cosa avrà voluto in cambio il grande artista per un’ora di insolita esibizione non canora? Circolano voci che a Cagliari e a Palermo avessero venduti ancora pochi biglietti del tour estivo (diciamo non quanto speravano probabilmente) e guarda caso proprio nelle due città vengono fatti incontri dentro l’Università. Non so se corrisponda al vero ma se così fosse, quello di Cagliari non sarebbe più un incontro sulla comunicazione. Sarebbe pubblicità neanche troppo occulta, vetrina promozionale. Certo gli studenti -se presenteranno non ho capito cosa- avranno diritto allo sconto al concerto.  Ma sono pur sempre 25 euro di biglietto e di questi tempi, con una disoccupazione giovanile che va verso il 40% in Sardegna sono una cifra alta che non tutti possono permettersi.

Dunque, il patto potrebbe essere questo: l’Università ha bisogno di clienti, Jovanotti di acquistatori di biglietti, a prescindere da quanti ne abbia già venduti perché il tour cagliaritano è alle porte. Non ci sarebbe nulla di male, dicono alcuni, altri si indignano. E vai di striscioni con il nome della Facoltà che si è aggiudicata l’onore dell’incontro con il personaggio pubblico. E in epoca di preiscrizioni va benissimo. Certo, sicuramente la notizia sarebbe rimbalzata su tutti i giornali e sulle Tv, e ben venga una Università che sa “comunicare” e conosce il “linguaggio dei giovani” . Basta non scendere troppo a patti con le esigenze commerciali e consumistiche della società.

Così, mentre sto per andare a fare esami , apprendo direttamente dal subbuglio e da alcune spillette e magliette inequivocabili griffate Lorenzo indossate dai ragazzi, che sarebbe arrivato il big della canzone.

Che qualcosa di nuovo fosse nell’aria me ne dovevo accorgere subito: i cessi erano puliti, erano stati attaccati gli specchi, c’era il sapone e c’era la carta igienica. Li ho fotografati perché non credevo ai miei occhi, le piastrelle brillavano e ci si poteva specchiare finalmente!

Inoltre un altro indizio era la grande quantità di segretarie phonate di fresco e truccatissime. A una chiedo se potevo avere l’accredito e mi dice se sto scherzando: “Sono settimane che li hanno distribuiti”. Forse la domanda non era così sciocca da parte mia visto che insegno “Storia dello Spettacolo”. Andata buca dalla segretaria rivendico (si fa per dire) il mio titolo (che in certi frangenti non conta nulla) a uno scagnozzo che, pur non avendo capito granché, mi fa sapere, come comunicandomi una soffiata, che “nessun docente è stato invitato”.

Quel pass, che diventava l’oscuro oggetto del desiderio di decine di ragazzine e che qua, nell’atrio della Facoltà che ha visto le lezioni del più grande archeologo nuragico, Lilliu, divideva i “privilegiati” dai poveri sprovvisti.

Avendo preso un treno alle 4 e un aereo alle 6 non vantavo l’acconciatura phonata delle colleghe ma per nulla al mondo mi sarei persa l’evento di cui sicuramente si sarebbe parlato negli uffici per mesi. Orgogliosa del pass avuto come una specie di “concessione”, arrivo al primo sbarramento dove dei “gorilla” controllano le credenziali, e salgo.

Arrivo in ritardo all’incontro perché in Università normalmente si lavora, si fa lezione e si fanno esami. Ma considerato che la segreteria era chiusa per il grande evento e non potendo registrare esami, mi dirigo direttamente all’auditorium. Quando entro, trovo la folla di ragazzi con Ipad e telefonini a registrare l’evento, con braccio alzato in aria per paura di perdersi una sola goccia di saggezza stillata dalle labbra del loro beniamino,  e un’unica certezza: mettere le prove subito su facebook. (Noi sì che frequentiamo una Facoltà ganza e sappiamo comunicare!)

Mi fermo nella sala antistante a fotografare il frontespizio gigante del giornale-murales dell’Università dove mensilmente i ragazzi scrivono a caratteri cubitali, una frase di un autore. Il nome di questa settimana è Pasolini.
La frase scritta da futuri giornalisti, letterati, scrittori, professori, pensatori e non semplici “consumatori di pubblicità” era:  
Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non cresce più.
Finito di leggere entrando, comprendo che quella spettacolarizzazione debordiana della società era qua, intervenuta al gran completo. Ecco l’“estetica della superficie” di cui parla Andrew Darley, in cui ci siamo volontariamente appiattiti come in un videogames, che ci ha avvinghiato dentro il suo quadro, facendoci diventare non più spettatori critici, ma semplici figurine.
 Non lo dico da intellettuale che schifa la cultura popolare. Amo gli allestimenti di Jovanotti, apprezzo la tecnologia che mette in campo,  ho persino “studiato” il Safari tour e ne ho pure scritto in alcuni libri (e lo sa benissimo l’amico Sergio Pappalettera, suo stage designer). Ma credo che non si debba confondere la “comunicazione” con il chiacchiericcio vuoto a cui ci ha abituato la TV, la sperimentazione artistica con l’estetica del meraviglioso effimero, la cultura commerciale con Pasolini e Gadda.
Non spenderò molte parole sull’incontro (peraltro ammetto, visto solo mezz’ora), che era in fondo, pura aneddottica, un racconto autobiografico senza capo né coda, dove come in un zapping velocissimo si passava senza soluzione di continuità dalla telefonata alla mamma con il telefono mobile dalla macchina di Cecchetto (beh era pur sempre un incontro sulla comunicazione), al piacere di bimbo di “unire i puntini numerati nella settimana enigmistica” (sic). Simpatico e divertente,  i ragazzi hanno sicuramente apprezzato la semplicità e il linguaggio diretto. Ma le perplessità restano sull’utilità di un simile incontro ( al prossimo consiglio chiederò che venga invitato il sociologo dei media Giovanni Boccia Artieri su pubblici connessi e culture partecipative, cosa che mi sembrerebbe più pertinente).

Difficile per i docenti intervenuti al tavolo dei relatori, fermarlo, proporgli una domanda, riportarlo a un filo logico. Non so se gli abbiano dato un argomento o piuttosto se gli abbiano detto “di palo in frasca va benissimo”, propendo per questa seconda ipotesi. Ma è un mio azzardo. Magari gli hanno chiesto di intervenire sulla comunicazione relativa alla sua figura di personaggio che nasce da una cultura mediale.

Ammetto di essermi sentita un pesce fuor d’acqua mentre vedevo perfettamente a loro agio fior di professori che facevano domande schematiche degne di Domenica in (“Se l’Università fosse una canzone che canzone sarebbe?”) e proponevano argomenti neanche lontanamente al livello non solo della loro preparazione, ma anche di quella dei ragazzi che erano di fronte, cioè dei loro stessi allievi. Come se, influenzati appunto, dall’estetica della superficie, anche loro si sentissero in dovere di non dire nulla di particolarmente profondo, interessante o minimamente problematico.

Quindi, dopo che per 3 volte un professore ha tentato di dire qualcosa al microfono, zittito però dal flusso di parole di Lorenzo, arriva una domanda che poteva segnare un crocevia tra il Jovanotti leader dei teen ager da discoteca e l’uomo che ha sapientemente fatto tesoro del bagaglio di tecnologia di cui si circonda, quale sicuramente è. Una domanda sulla rete, sulla privacy, che sottintendeva tutti  i recenti terribili fatti di cronaca che hanno messo in luce un uso distorto della tecnologia.

Che sottintendeva una riflessione sulla mediologia, sul pensare i media come fattori condizionanti per il sociale. Jovanotti avrebbe potuto istruirci a lungo su questo tema. Invece il cuore della  risposta è stata che “quando sei un personaggio pubblico in rete, sei come uno spartitraffico dove ci pisciano i cani”. Alla fine della frase uno scroscio di applausi come da fantozziana memoria (la citazione è ovviamente al commento di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin). Sembrava un film.

E poi vai con la storiella di twitter e dei suoi milioni di followers (da domani ne avrà una in meno): ha cancellato solo 5 molestatori! E comunque suggerisce di usare quella opzione di twitter che ti permette di nascondere o bannare la persona (“che è una figata!”). Non ci aveva pensato nessuno, infatti…

Non so dove fosse collocata invece questa riflessione che vale la pena di ricordare: Lorenzo ringrazia il direttore o preside della facoltà  che sa essere (glielo hanno detto) un importante grecista; anche lui ama il greco, la letteratura greca è fortissima…, e insomma Le metamorfosi di Ovidio sono un gran libro (che sono scritte ovviamente in latino….ndr). Che anzi, bisogna tutti pensare a questa cosa della metamorfosi, che è profondamente attuale: per esempio lui si sente “italiano ma anche un europeo, ma anche toscano” (sic). Vorrei capire il senso del legame di questa frase con le Metamorfosi di Ovidio.

Insomma, io che vado a vedere spettacoli che durano 6 ore senza perdermi una battuta, in quella situazione non riuscivo a a stare dietro a un solo suo discorso, ma che dico, neanche a mezza frase. Forse avrebbe avuto senso ed era più logico, accompagnarlo su certi temi e non lasciargli dominare la situazione come se fosse intervistato dal conduttore di Dj tv. L’Università non è un salotto televisivo.

Di tutto questo rimarrà un segno nei bagni puliti (ancora per poco), nella carta igienica al suo posto (ancora per poco) e nella foto ricordo di molte ragazze su facebook.

Potenza della comunicazione! Potenza dell’Università!

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