Riflessioni sul 25 aprile, di Giorgio Di Sacco Rolla

Giardini pubblici della Spezia: questa mattina il monumento alla Resistenza funziona. L’acqua scorre lungo  le pareti del monolite di pietra e si raccoglie gorgogliando nelle vasche sottostanti. Viene ripulito e messo in funzione ad ogni ricorrenza, quando bisogna depositare qualche corona, ricordare qualche caduto. Poi di nuovo cade nell’abbandono e nell’oblio: l’acqua viene chiusa, le vasche , vuote, si riempiono di sassi e polvere, fino alla prossima ricorrenza. Troppo oneroso tenerlo in funzione.

Lo stato di questo monumento dice molto sull’uso della memoria della Resistenza. Oggi il sindaco ed altri dignitari hanno ripetuto ciò che bisogna ripetere seguendo una liturgia laica volta più a rassicurare che a ribadire.

Se le parole  sono monumenti, allora anche queste sono abbandonate a loro  stesse, come quel monolite,  per il resto dell’anno. Nella prassi politica si fa altro perché è troppo oneroso seguire certi principi di onestà e coerenza morale; l’esempio partigiano tanto esaltato, l’eroismo della libertà così sottolineato, passano in secondo piano: disseccata la fontana, disseccata la politica. Così le parole suonano retoriche, chi ha condiviso preferirebbe il silenzio, la riflessione, per  evitare che i morti si rivoltino nelle tombe. Si vorrebbe che non fossero morti, che non fossero stati torturati  soltanto per garantire carriere politiche.

Si sostiene che l’8 settembre 43 morì la patria, ma che ne nacque un’altra. L’impressione, a distanza di 70 anni dalla guerra civile e di liberazione, è che continuino ad aggirarsi fantasmi che i riti sciamanici del 25 aprile non riescono più ad esorcizzare.  E  che la Costituzione stia lì, abbandonata e sola come quel monumento, ripulita curata  ed innaffiata solo per fare bella figura.

Giorgio Di Sacco Rolla

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