“Ingroia, figlio di un Dio minore e carne da macello” di Pippo Giordano

Condividiamo il significativo articolo di Pippo Giordano, pubblicato  tre giorni fa su http://www.antimafiaduemila.com

“Mai come oggi mi sento smarrito, perso: sono un palermitano che soffre per quello che potrebbe nuovamente accadere a Palermo. Ninni Cassarà in un momento di lucida follia, mi disse: “ semu morti ca camminamu”. Queste parole riecheggiano nella mia mente, come: “a Roma u capiscinu nenti, stamu pirdendu u tram della storia” (a Roma non capiscono nulla, stiamo perdendo il tram della storia), frase pronunciata, allorquando egli non voleva arrestare il libanese Bou Chebel Ghassan autore della telefonata che preannunciava l’esplosione di un’autobomba, poi avvenuta per uccidere Rocco Chinnici. Cassarà, voleva lasciare libero il libanese per infiltrarlo in Cosa nostra, io ero d’accordo, ma Roma si oppose e quella calda notte di agosto del ’83 scoprimmo tutta la nostra fragilità, la nostra impotenza di fronte all’ordine perentorio: ammanettare il telefonista.

Fummo vinti da meri calcoli di convenienza di Stato o di mafia? Rimase il fatto che entrambi ci accasciammo sulle sedie del nostro ufficio di Palermo, dove passavano tutte le indagini sulla mafia: non ci aveva vinto l’estenuante interrogatorio del libanese e della sua compagna, ma la decisione del Viminale. Soli sempre e comunque soli. Poi vennero tanti morti, E Cassarà non fu più un “morto che cammina”, ma un morto immobile: vennero le stragi del 92/93, aumentando di fatto la crescita esponenziali dei figli di un Dio minore, ritenuti “ammazzabili” perchè considerati “carne da macello”. Oggi sono qui a guardare con ansia e con tanto affetto Nino Di Matteo, Sergio Lari, Nico Gozzi e Del Bene per le minacce loro pervenute. L’attenzione mediatica è sacrosanta, occorre far pervenire ai magistrati siciliani il calore e la vicinanza delle persone oneste. E ancora oggi noto con molto dispiacere che essi vengono di fatto trattati con superficialità e supponenza dall’intera classe politica, compreso chi aveva ed ha l’obbligo Istituzionale di rifiutare il ricevimento di alcune telefonate. Sono fermamente convinto, che anche la decisione della Consulta di disporre la distruzione delle quattro telefonate intercorse tra Mancino e Napolitano, abbia di fatto creato un oggettivo isolamento del PM della Procura palermitana. Io non sono uno storico, ma credo che il diniego a rendere noto il contenuto delle telefonate, sarà una macigno che peserà sulla verità nelle trattative Stato-mafia. Di certo saremmo innanzi al mutismo di Stato che segnerà lo spartiacque tra verità e ragion di Stato. Lo Stato che invece di aiutare i propri figli che lavoravano e lavorano contro le mafie, usa esemplare fermezza quando si tratta di colpire i propri figli migliori. E sotto gli occhi di tutti l’accanimento davvero singolare contro chi ha avuto il torto di scoperchiare la pentola che conteneva la verità negata. Sto parlando di Antonio Ingroia, che per la sua tenacia, per la sua determinazione a non farsi intimorire, è stato il propulsore di quelle iniziative investigative il cui risultato si può ben vedere nelle aule di Giustizia. Però, questa peculiarità, questo attaccamento alla Costituzione, ha fatto divenire Ingroia, “carne da macello”, E badate che abbiamo dei precedenti tragici nella storia della Giustizia palermitana. Abbiamo assistito all’isolamento totale di Giovanni Falcone prima e Paolo Borsellino poi, la cui responsabilità potrebbe essere addebitata ad errate decisioni del CSM. Un CSM che continua ad essere “zelante” con Antonio Ingroia e largamente possibilista con altri. I problemi di Antonio Ingroia, non sono la causa della sua discesa in politica, essi vanno ricercati nelle sue colpe, se di colpe possiamo parlare, ovverosia quello di non stare, zitto, muto e non vedente. La decisione di impedirgli di assumere la presidenza della Riscossione Sicilia, non ha nulla a che vedere con la politica: forse da quello scranno Ingroia poteva far più male che da PM. E, quindi è stato meglio spedirlo tra stambecchi, fontina e polenta, per far vivere sonni tranquilli a tanti palermitani, siciliani e perchè no, romani. Tanto Antonio Ingroia è pur sempre “carne da macello”, col plauso di tanti che all’improvviso gli hanno girato le spalle.”

Per conoscere meglio Pippo Giordano, rimandiamo a questa intervista  e alla recensione del libro Il sopravvissuto.

 

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