Razzabastarda, in uscita il film con l’attore spezzino Matteo Taranto

Abbiamo intervistato Matteo Taranto, giovane attore spezzino interprete teatrale, di fiction e cinematografico che da anni vive a Roma, ma torna spesso nella sua città di nascita. Con lui abbiamo parlato del suo film in uscita e della short list per il Civico, alle cui selezioni aveva partecipato anche lui. Matteo è in partenza: lo aspettano gli impegni promozionali per il suo nuovo film, Razzabastarda di Alessandro Gassman.

  • Parlaci del tuo film in uscita.
  • Razzabastarda è l’opera prima di Alessandro Gassman ed è tratto dallo spettacolo teatrale Roman e il suo cucciolo, che abbiamo portato in giro per l’Italia in tre anni di tournéé. Il film è girato tra Roma e Latina e qui abbiamo girato a stretto contatto con i nomadi di un campo.
  • Di cosa parla il film?
  • Si parla del difficile rapporto tra un padre e un figlio, nato e cresciuto in Italia, di origini rumene, ma ciò è solo un pretesto per affrontare la tematica dell’integrazione. Il film è ispirato all’opera teatrale “Cuba and his Teddy Bear”, da cui fu tratto un film con De Niro nel 1984. Lì però si parlava di integrazione di portoricani. Gassman l’ha volouto rivisitare ai giorni nostri, spostandolo in una comunità di nomadi rumeni. A mio modo di vedere quando si parla di integrazione non esiste razza o colore, si parla di povertà, di razzismo, ci si rivolge a tutte quelle persone che vivono un disagio fortissimo, come accade anche a molti italiani che abitano le periferie, quindi a tutto ciò che è legato alla difficoltà dell’essere accettati, popoli che perdono la propria identità e finiscono per sentirsi costantemente sgraditi ospiti a casa di un altro.
  • Qual è il tuo ruolo?
  • Io sono Dragos,  uno degli amici di Roman, un pappone romeno cocainomane che gestisce un night di prostitute, che però ha la fortuna di averne come compagna una decisamente avvenente, Madalina Ghenea, che in molti sono certo mi invidieranno, interprete di spot televisivi che si sta facendo strada nel cinema.
  • Da quant’è che lavori con Gassman?
  • Sono 5 anni, abbiamo fatto due spettacoli teatrali e ora questo film.
  • Quando esce il film?
  • La prossima settimana. Il 18 c’è la prima nazionale. Il 15, invece, saremo a Latina: al mattino c’è la conferenza stampa, alla sera l’anteprima assoluta. Abbiamo scelto Latina perché è lì che abbiamo girato la maggior parte delle riprese, è  un modo per ringraziare la città e Latina film commission per il contributo e l’attenzione che ci ha riservato durante le riprese.
  • Qui a La Spezia c’è qualcosa in programma?
  • Probabilmente si organizzerà una visione al cinema Il Nuovo, che fa anche una programmazione d’essai. Perché questo è un film che sicuramente rientrerà nella programmazione d’essai, anche se speriamo che, come Basilicata Coast to Coast, possa rientrare anche nei grandi circuiti, incrocio le dita per questo.
  • Tu vivi a Roma per la maggior parte dell’anno. Ogni quanto torni a Spezia?
  • Cerco di tornare una volta al mese, una volta ogni due mesi perché la mia famiglia è qua, il mio mare è qua, sento proprio la saudade, mi sento un po’ brasiliano. Qui vado a pescare, è un momento per stare in pace con me stesso, ne sento il bisogno perché Roma è una città molto dispersiva, è straordinaria, ma per chi non è romano può essere difficile da gestire, anche se poi la romanità la acquisisci, io ormai mi sento un romano adottato.
  • Quindi è per questo che sei stato escluso dalla short list, non sei abbastanza spezzino?
  • (ride) Io credo di esserlo, spezzino al 100%, ma se come spezzinità s’intende l’essere sempre sul territorio allora non lo sono abbastanza. Il problema, per chi fa il mio mestiere, è che questa città non sostiene molto questo tipo di percorso, anche se recentemente ho visto qualche produzione spezzina, ma poca roba. E mi dispiace, perché penso che qui abbiamo delle location spettacolari perfette per essere valorizzate sul grande schermo.
  • Tra i criteri di giudizio della short list, qual è stato quello che ti ha lasciato più perplesso?
  • La valutazione in termini di età: ho tanta esperienza in teatro e ho notato che in Italia c’è la tendenza a pensare che i giovani, solo perché sono giovani, abbiano poca esperienza e siano poco credibili. Ad esempio Alessandro Gassman, che ha 47 anni, è considerato tra i più giovani direttori artistici in Italia: il più giovane, che ho conosciuto personalmente, è Andrea De Rosa che, quando è stato nominato (al teatro Stabile di Napoli), non aveva ancora 42 anni. Nel resto d’Europa, invece, ci sono artisti trentenni che guidano grossi enti teatrali. Ad esempio Thomas Ostermaier (ora 44enne), che guida dal 1999 la Schaubühne di Berlino. Oppure Emmanuelle Demarcy-Mota, direttore del Theathre de la Ville a Parigi dal 2008 (aveva 38 anni). Anche a Londra ci sono teatri diretti da persone molto giovani, che funzionano bene.
  • Perché, secondo te, i teatri diretti dai giovani funzionano bene?
  • Perché sono nuove risorse con genuino entusiasmo legate non tanto al territorio, ma alla realtà che li circonda, alle nuove generazioni che se educate e stimolate alla cultura nella giusta direzione, andranno poi nei teatri magari a vedere uno spettacolo in cui poter rispecchiare le proprie vite.
  • Quindi bisogna puntare su nuovi autori?
  • Oltre al classico, ci sono anche degli autori contemporanei secondo me molto interessanti, sia in Italia, sia nel resto dell’Europa, che in America. Il classico va benissimo, ma non possiamo rifarci solo a quello, non dobbiamo rimanere sempre e solo ancorati a quelle certezze, è necessaria una nuova spinta in termini di fusione e contaminazione come sta avvenendo nei vari ambiti artistici, e nel teatro sta accadendo con un linguaggio spesso cinematografico.
  • Parliamo di competenze.
  • Purtroppo in Italia spesso la figura del direttore di teatro è una figura politicizzata e questo secondo me non è corretto. Questo non vuol dire che non si debba portare la politica a teatro: anzi, ben venga il teatro civile, ma chi crea un cartellone dovrebbe avere prima di tutto delle competenze artistiche. La politica, in questo caso, non dovrebbe avere peso. E un direttore artistico si dovrebbe appoggiare ad altre persone (per ciò che riguarda la gestione economica e altri aspetti) competenti nel loro lavoro.
  • Amareggiato, quindi, dalla tua esclusione?
  • Allora in questo momento ho in uscita questo film a cui tengo molto che andrà al David di Donatello, due video clip musicali uno con Renga che ha scritto e dedicato una canzone al film usandone molte scene, un altro da co-protagonista mi vedrà al fianco di Lili Rocha (una cantante pop rock brasiliana) che uscirà contemporaneamente in Italia e Stati Uniti, sarò protagonista di una puntata del commissario Rex in uscita a breve, e a maggio uscirà al cinema una commedia americana “Ameriqua” con Bobby Kennedy, Alec Baldwin e Giancarlo Giannini dove partecipo con un piccolo ruolo. Questa sarebbe stata per me una occasione in più per contribuire con il mio impegno e mettermi a disposizione della città, il mio dispiacere è sulla spezzinità, credo ci si debba “sprovincializzare”, aprirsi ad un confronto e a collaborazioni esterne per portare nuova linfa. Detto questo, faccio il mio in bocca al lupo a Roberto Alinghieri, che conosco personalmente da tempo e col quale ho collaborato ad interessanti progetti in passato, condividiamo entrambi poi un  percorso comune lo Stabile di Genova.
  • Qual era il tuo progetto?
  • Il cartellone aveva delle sezioni: il teatro ragazzi, teatro civile, teatro danza… avrei voluto creare dei pacchetti per ogni filone. Avrei avuto un occhio di riguardo per i ragazzi, dando loro la possibilità di andare a teatro e di vedere lo spettacolo che normalmente la gente va a vedere la sera, al pomeriggio, a prezzo ridotto. Questa cosa la fanno in Veneto per i ragazzi universitari. Quindi: incentrare il lavoro sui ragazzi, spazio alla drammaturgia contemporanea, spazio al teatro civile. Inoltre, per la stesura del progetto, mi sono rivolto a due direttori artistici di una certa importanza, che conosco molto bene. Mi fa sorridere che non sia stato giudicato all’altezza.
  • Cos’altro c’era nel progetto?
  •   In particolare pensavo ad un luogo che possa configurarsi nell’organizzazione culturale della città come teatro e quindi luogo dove vengono celebrati spettacoli,ma anche come caffè-bistrot, come biblioteca, videoteca, nei quali ogni giorno in una stagione di 365 giorni ci si ferma per la colazione o per la pausa di lavoro, si ascolta musica, si legge un libro, si vede un film o una mostra, si assiste alla presentazione di un libro,  ovviamente al di fuori degli orari di spettacolo e una cosa a cui tenevo molto. Portare a Spezia un festival con i saggi finali dei vari Teatri Stabili d’Italia (ad esempio lo Stabile di Genova, Il Piccolo di Milano, la Silvio d’Amico di Roma…) e dedicare loro qualche giornata. I  saggi finali nascono e muoiono nel teatro in cui vengono rappresentati alla fine dell’anno, sarebbe stato interessante farli conoscere e la spesa sarebbe stata minima. Gli attori non sono ancora professionisti a tutti gli effetti, ma giovani appena diplomati che hanno una gran voglia di farsi conoscere. E’ un’idea che valorizza gli emergenti che provengono da un percorso professionale e hanno tutto il diritto di farsi conoscere, perché ne hanno voglia e capacità.
La pagina FB di Matteo: link.

Paola Settimini e Claudia Bertanza

Advertisements
Annunci
Annunci

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.