“Il grande e potente Oz”. Mago per professione, falso dio per inclinazione

Titolo originale: Oz the Great and Powerful. Regia: Sam Raimi. Interpreti: James Franco (Oz), Mila Kunis (Theodora), Rachel Weisz (Evanora), Michelle Williams (Glinda/Annie). Durata: 130’ – USA, 2013.

Kansas, primo decennio del Novecento. Oscar (J. Franco), soprannominato Oz, non è esattamente il mago saggio e potente delle fiabe: proprietario di uno sgangherato padiglione da circo, farfallone, borghese incantato dagli studi ottici di Thomas A. Edison, “adolescente cronico” che aspirerebbe a diventare, un giorno, un “grande uomo” ma che, al momento, si accontenta di dispensare ai compaesani trucchi da due soldi e donare carillon ai suoi amori occasionali. Al termine di una delle sue esibizioni il nostro attira su di sé – ahi! – l’ira dell’Uomo Forzuto, che lo insegue a perdifiato. Oscar scorge una mongolfiera come la sua unica possibilità di fuga. L’illusionista salta, taglia le funi e si invola … fino ad incappare in una tromba d’aria che, magicamente, lo trasporta nel meraviglioso mondo di Oz. Lì farà subito la conoscenza di Theodora (M. Kunis), una strega “buona” e insolitamente attraente, la quale intravede in lui il Mago che porta il nome della loro terra, predestinato a sventare le insidiose trame di Evanora (R. Weisz), sorella di Theodora, e salire sul trono della Città di Smeraldo …

Tenendo bene a mente il passo falso di Alice in Wonderland (2010) di Tim Burton, l’incontro tra il talento visionario di Sam Raimi e la fucina Disney poteva sollevare non pochi dubbi. A sorpresa, pur trovandosi evidentemente al servizio della produzione, l’autore de L’armata delle tenebre (1993) e Soldi Sporchi (1998) riesce dove Burton ha parzialmente fallito ossia adeguare un classico della letteratura fantastica per ragazzi (The Wonderful Wizard of Oz [1900] di L. Frank Baum) al proprio universo poetico. Il risultato è una pellicola interessante, discontinua nei toni (in alcune sequenze il dinamismo dei videogiochi la fa da padrone almeno quanto il registro fantastico/bellicoso memore de The Chronicles of Narnia [2005]), sfaccettata, tutt’altro che gioiosa e assai meno adatta ai bambini di quanto appaia ad una prima visione.

Certo, la storia incorpora uno dei temi più classici dell’animazione disneyana (lo scontro tra il Bene e il Male) … ma con quali personaggi deve vedersela lo spettatore più piccolo? Dunque, abbiamo per “eroe” un mago da fiera cacciaballe, vigliacco, mai del tutto simpatico, combattuto fino all’ultimo tra i personali sogni di gloria (e oro) e il voler servire una grande causa; una maga timida, inesperta d’amore, che sceglie tragicamente di votarsi al Male dopo essere stata corteggiata e abbandonata da Oz; una strega tirannica per antagonista, insinuante ma al tempo stesso lucidissima, malinconica, perfettamente conscia non solo del peso (illusorio) che ricopre la ricchezza materiale nella felicità umana (vedi la delusione negli occhi di Evanora nel vedere Oz tuffarsi letteralmente nel tesoro reale) ma anche del fatto che il ridente popolo di Oz non ha mai avuto un’autentica sete di verità ma solo di illusioni che potessero conservarlo nel proprio stato di “innocenza”.

La stessa maga Glinda (M. Williams) – bionda, materna e conciliatrice secondo il più usurato stereotipo della sposa americana (non è un caso che l’attrice offra il proprio volto anche al personaggio di Annie, primo amore di Oz che gli rammenta i doveri della comunità d’origine) – non esita a sfruttare con astuzia il potere conservatore delle illusioni, al punto di confidare sottovoce ad Oz – un po’ cito, un po’ parafraso: “Ho capito che non sei il mago che il popolo attendeva. Credo anche tu sia egoista, egocentrico, codardo … ma non è questo che conta, ciò che conta è che sia il popolo a crederti. Glielo dobbiamo. Con i tempi che corrono abbiamo bisogno di miracoli”. Sembra di ascoltare il discorso ipocrita di Fred MacMurray in Il miracolo delle campane (1948) a proposito della fede popolare! Viene da chiedersi, insomma, chi sia realmente buono o malvagio?

In conclusione, mi sento di considerare Oz the Great and Powerful come l’altra faccia di Hugo Cabret (2011): laddove Martin Scorsese rifletteva sulle angosce e le paure dell’Europa di inizio Ventesimo Secolo, riponendo, tuttavia, nel Cinematografo una certa forma di purificazione (o sana evasione) dagli stravolgimenti della Storia, Sam Raimi, invece, fa sì che nella sua riduzione del classico di Baum si possa leggere in filigrana un pensiero sulla narcosi della finzione scenica, sulla cinematografia delle origini come potenziale incubatrice degli spettacoli odierni; luna-park colorati e scherzosi, inconsapevoli strumenti dell’Ordine, all’interno dei quali il senso delle parole è spesso coperto dal frastuono del Dolby Surround e gli occhi non sono più in grado di vedere, saturi come sono di paillettes, fuochi d’artificio e, perché no?, immagini tridimensionali. Non sapremo mai per quanto tempo il popolo di Oz sarà tenuto all’oscuro del fatto che il suo salvatore altro non è che un bonario prestidigitatore. Il faccione di James Franco che infervora e atterrisce le masse, ergendosi tra sbuffi di fumo, ricorda non poco la maschera fluttuante di Zardoz (1974) di John Boorman – grottesco simulacro “divino” inventato dal mastro burattinaio Arthur Frayn per mantenere l’umanità nella paura e nella barbarie – e quella bambina paraplegica, incontrata da Oz nel prologo in Kansas, resta immutata nella propria disgrazia, in vana attesa di un miracolo che il sedicente mago potrà compiere solo in un universo immaginario, concepito a suo nome e somiglianza.

Oz the Great and Powerful non è un capolavoro (non lo sarebbe stato comunque) ma la volontà del cineasta Raimi di raccontare una fiaba “adulta” è senz’altro ravvisabile.

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