La carne, tratto dal romanzo “Centogiorni” di Massimo Lazzari

L’avesse saputo. Cosa? Chi? L’animale. Il vitello. L’avesse saputo, forse avrebbe abbattuto il recinto e
sarebbe fuggito. Per andare dove? Ma, da qualche parte, qui di certo non sarebbe rimasto. Tutti i giorni lo
foraggiavano bene. Al caldo o al fresco. Pulivano la sua parte di stalla, gli hanno persino permesso di
prendere il latte per un po’ di tempo dalla mamma. Quello stesso latte che mangiano (o bevono?) anche gli
umani. Poi lo portavano ogni tanto fuori, gli facevano vedere il sole, nel recinto e lui era tutto contento. Non
che ne capisse qualcosa del mondo intorno. Sempre uguale, sempre quello. Alcuni suoi simili, dopo un po’ di
tempo sparivano e non si vedevano più. Capiva la stranezza, senz’altro. Ma d’altronde, non stava male.
L’avesse saputo, non sarebbe rimasto. Un giorno, proprio mentre cominciava ad abituarsi a tutto ciò, proprio
quando sentiva che un cambiamento avveniva in lui, insomma se lo sentiva che era più grosso, non si sentiva
come quando la grande mamma gli offriva a lui, piccolino, le grandi tettone dalle quali succhiava con
avidità, un giorno, dicevamo è successo qualcosa di sgradevolmente diverso. Gli uomini, che fino a quel
tempo lo avevano accudito con grande cura e premura, improvvisamente cambiarono atteggiamento. Non
erano più gentili ed educati. Uno lo tirava per la coda, l’altro, urlando gli disse di uscire. Lui pensava al sole
e al recinto. No, uscì ed era buio. Il buio, non lo aveva mai visto, sul serio, di fuori. Era nero, nero, nero,
nero. E mentre la sua coda veniva tirata con forza, una corda gli si era imbrigliata fra le sue corna. Giovani
corna di animale. L’aveva passata proprio quell’uomo che tutti i giorni gli portava il fieno, l’erba tenera, e
quegli strani pezzi di roba che uscivano alla grande dai sacchi tutto intorno alla stalla, la sua casa. La corda
gli scivolò intorno al collo. Si strinse. Ancora di più. Poi un altro uomo, ancora più grosso, più forte, tirò e lui
si girò. Vide un pezzo di ferro, sporco, logoro, puzzolente. Lo tirarono e lo costrinsero a salire lì dentro. Ma
cos’è? Che puzza, di piscio, di merda, di vomito… Una porta si chiuse alle sue spalle. Un rumore sordo
arrivò alle sue orecchie. Uno sbalzo ed avvertì una scossa che quasi lo fece cadere. Meno male pensò,
almeno così legato, non sono caduto.
Non passò tanto tempo. Quanto? Non se ne rese comunque conto. Altrettanto maleducatamente lo fecero
scendere, il posto dove arrivò non gli piacque. Proprio no. L’odore… l’odore… non era quello del fieno, del
latte della mamma, dell’erba fresca… L’odore … il puzzo era insopportabile. Lo trascinarono dentro un
capanno. Non è uguale alla stalla. È un capanno di metallo. E le assi di legno dove sono? Ahia!! Che dolore
all’orecchio! Cosa mi ci hanno appiccicato? AHIA!!! Ma non riesco a staccarmelo!!! Che strani uomini sono
questi… perché sono vestiti così, di chiaro? E i capelli? Perché non si vedono? Cosa hanno intorno alla testa?
E perché siamo così tanti? Quanti siamo? Ecco, io mi metto qui, un po’ più distante… Un pungolo lo fece
subito desistere. In fila vogliono che ci mettiamo in fila. Uno dietro l’altro. Quello poco più avanti a lui
incominciò a scalciare, a dimenarsi. Perché? Non capiva bene. Non era così vicino. Lo tennero fermo. La
porta si aprì. Intravide… ma non vide… pensò, ma non pensò… Sperò, ma non sperò… sentì, ma non
sentì… odorò, ma non odorò… Si spalancò di nuovo, ancora… ancora… ancora… ancora. Ed infine si
spalancò davanti a lui. L’avesse saputo, non sarebbe rimasto. Gli venne da vomitare. Gli venne da scappare.
Ma perché? Lo spostarono, lo tirarono. Davanti a lui, una catena sospesa portava in alto i suoi compagni,
immobili. Sospesi, continuavano ad emettere escrementi e piscio e vomito. Gli uomini, in basso
continuavano a parlare e con grandi getti di acqua profumata, pulivano quello schifo, che si infilava in canali
di lato, che sembravano fatti apposta. Era lui, ora, che doveva andare vicino ai due, in fondo. Uno con una
tabella in mano, che scriveva. L’altro con uno strumento lucido, che finiva con un filo di gomma, impiantato
nel terreno. No, non vado. Si fermò. Lo spinsero. Si rifermò. Si guardò indietro. Vide i suoi compagni, ormai
divenuti consapevoli. Era il suo turno. Ormai era tutto chiaro. Il freddo dell’arnese lucido se lo senti fra gli
occhi, sulla fronte. In un attimo un punzone grosso come un asse gli si conficcò nel cervello. Un urlo. Basso,
soffocato, gli si fermò in gola.
Il fieno, il latte, la mamma…
Tutto ora era nero, nero, nero, nero… nero. L’avesse saputo, non sarebbe rimasto

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