Fai bei sogni, piccolino.

Massimo Gramellini, vicedirettore del quotidiano torinese La Stampa e presenza fissa a Che tempo che fa è l’autore del libro “Fai bei sogni” (usicto nel marzo 2012, edito da Longanesi), racconto autobiografico della sua vita segnata dalla morte della madre quando lui aveva solo 9 anni.
Chi conosce e apprezza il Gramellini graffiante e ironico lo ritroverà, in parte, anche qui. Il libro strappa sorrisi, pur essendo l’argomento molto drammatico. Commuove, molto spesso. Qualche volta Gramellini indugia forse un po’ nell’autocommiserazione (peraltro giustificata), ma gli va riconosciuto il merito di essersi messo a nudo, di aver raccontato in pubblico ciò che molti di noi non confiderebbero nemmeno agli amici più cari.

“Fai bei sogni” è la storia di un bambino, poi adolescente, poi uomo, che vive nel trauma dell’abbandono e, come scoprirà in un freddo ultimo dell’anno, nella menzogna. Nessuno mai gli aveva detto com’era morta la madre (e ovviamente non lo dirò io, per chi ancora non avesse letto il libro e non lo sapesse). Saperlo, alla fine, sarà una doccia gelida, che lo lascerà prima paralizzato, poi pronto a rialzare la testa, a riconciliarsi con i suoi fantasmi e, infine a perdonare. Forse, bisognerebbe chiederlo a lui, come si sente ora. Se veramente ha fatto pace col suo passato.

E’ un libro che per Gramellini è stato terapeutico, catartico,  e può esserlo anche per chi legge, per chi ha provato sensazioni simili e si è sentito pazzo, un libro in cui sicuramente molti si possono riconoscere. Lo stile è coinvolgente, accattivante, con qualche orpello letterario al punto giusto, si ha la sensazione che chi scrive sia un amico o forse fa solo desiderare che l’autore che sia un amico, per potergli dire qualcosa, per chiamarlo, offrirgli un caffè, condividere un dolore, dargli un abbraccio.

Non è un capolavoro, ma una lettura che può fare del bene. E non è poco.

 

 

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