Albertone, stammi attento di non farci troppo male! (1920 – 2003)

 

Nel decimo anniversario della scomparsa di Alberto Sordi, dopo aver letto diversi articoli circostanziati, storici, commossi, precisi mi permetterei solo qualche nota in margine. “Calcava la scena e in chiesa ci veniva per pregar”, ecco le parole di addio che ho deciso di scrivere all’attore romano, parafrasando – con arroganza, magari – la maliziosa insinuazione del barone Scarpia verso il mestiere d’attrice di Tosca, che pregiudizio e luogo comune vorrebbero contiguo a quella del “mestiere antico”. In teoria, ci sarebbe ben poco da ridere: integre in superficie, ciniche e simulatrici nel profondo, le maschere di Sordi non possiedono l’umorismo che caratterizza il loro interprete. Che cosa possono dirci ancora e fino a che punto possono ancora esercitare influenza sui nostri atteggiamenti? A questo proposito, lo scrittore Alberto Arbasino provocò così Mario Monicelli durante una puntata di Match (1977): “Vorrei tornare su un problema di portata un po’ più vasta … la commedia all’italiana ossia una considerazione comica, grottesca del carattere italiano … Monicelli ha detto in molte interviste che, in realtà, ha portato alla maturazione politica e di costume degli italiani. Rovesciamo un po’: non sarà che ad un certo punto gli italiani, vedendo i loro vizi, i loro difetti rappresentati con delle regie così straordinarie e delle interpretazioni così portentose si compiacciano nell’imitarli poiché rappresentati con tanta efficacia?”. Che avesse ragione lui? Meglio fare un passo indietro: quelli di Sordi sono sì personaggi odiosi eppure fortemente sopra le righe, irreali e presentati, a ben vedere, senza odio autentico. Non c’è nessuna presa in giro, nessuno viene offeso completamente. Non si tratta, però, di qualunquismo. Tratteggiando, infatti, la piccineria, l’indolenza, il bisogno irresistibile di ridere (e far ridere) dei suddetti “antieroi” prevale un sentimento semplice: quel trasporto verso gli altri tipicamente “romano”, quasi materno. La stessa ricerca dell’agio, del potere, del piacere individuali è quasi sempre accompagnata dall’arcaica consapevolezza dell’illusorietà dei medesimi. Sordi è affascinato e innamorato di tutti gli uomini, compresi i volgari e i furbi come se anch’essi fossero pervasi da una certa forma d’innocenza che ogni tanto li trascina indietro, in un mondo dove erano infinitamente migliori (vedi la confidenza del Marchese del Grillo al capitano Blanchard: “[…] Tu mi sei simpatico ma parli proprio come un francese! Credi che sia facile nascere da una famiglia come la mia, a Roma, con i cardinali, il Sant’Uffizio? Quand’ero ragazzino avevo delle idee. Sognavo di diventare chissà cosa: volevo fare lo scienziato, l’esploratore … ma a chi dicevo queste cose?”). Un universo particolare, tutto loro, nel quale avvenimenti, abitudini e icone della media borghesia (l’immaginario del gretto sig. Bartoloni ne Romanzo di un giovane povero [1995] di Ettore Scola, popolato dalle creature a fumetti di Alex Raymond) vengono vissuti con la stessa grazia e la stessa naturalezza di un popolano che vive le sue feste e gode dei frutti del proprio lavoro. Un’innocenza, insomma, che non ha nulla da invidiare a nessun’altra innocenza. Tanto basta a farci attenuare il giudizio morale su questa galleria di macchiette e lasciarci ipnotizzare dalla ghigna malandrina di Albertone? E’ probabile.

Per concludere, vi invito a riscoprire La più bella serata della mia vita (1972), uno dei film più belli e meno visti di Ettore Scola, con un Sordi “inedito”: tratta dall’adattamento per il teatro di “La panne. Una storia ancora possibile”, racconto (1956) di Friedrich Dürrenmatt, la pellicola narra la strana avventura di Alfredo Rossi, industriale milanese recatosi in Svizzera per depositare in modo fraudolento un’ingente somma di denaro. Attratto da una procace ragazza in sella ad una sfrecciante moto da corsa, Alfredo deciderà di “tampinarla” con la sua automobile. Mal gliene incoglierà: smarrisce la strada e la sua vettura si arresta improvvisamente in mezzo ad un ponticello. Per fortuna, troverà rifugio presso il castello del conte Brunetière, ex avvocato, il quale proporrà all’inatteso visitatore di trascorrere la serata insieme agli altri suoi ospiti, tutti professionisti del settore giuridico in pensione, come lui. Accetterà, inoltre, di partecipare ad un gioco cerebrale e sottilmente sadico: “tradurre” la propria vita e le proprie gesta in materia processuale … Pur discostandosi dalla pagina scritta (molti lettori di Dürrenmatt non gradiranno le eccessive libertà che Scola e lo sceneggiatore Sergio Amidei si concedeno rispetto al racconto, eludendone quell’impalpabile atmosfera di severità “luterana” che soffocava il protagonista nella sua colpa morale), il senso di vertigine che accompagna il fittizio processo ad Alfredo Rossi / Alberto Sordi riesce, comunque, a trasformare, poco a poco, la vicenda in un’intelligente metafora sull’arte performativa, sulla realtà distorta che scaturisce dalla recitazione e su come questa può essere portata all’estreme conseguenze, fino a prendere addirittura il posto della realtà vera ed osservabile. Da segnalare, infine, nella compagnia d’attori la presenza di tre mostri sacri del cinema francese quali Pierre Brasseur (Amanti perduti, Occhi senza volto), Michel Simon (Boudu salvato dalle acque, Il porto delle nebbie), Charles Vanel (Vite vendute, Se il sole non tornasse) e della graziosa Janet Agren nei panni della cameriera Simonetta.

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