Franco Zeffirelli e István Szabó. Mai contro la musica

 Dopo “Luci del varietà” (1950) e “Sigfrido” (1957), ancora un doppio appuntamento con la Società dei Concerti onlus della Spezia, che continua a proporre i suoi percorsi di Musica e Cinema, introdotti da Giordano Giannini:
Venerdì 15 marzo, ore 21:00, in occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi (1813-1901), i locali del Cinema “Il Nuovo” di La Spezia ospiteranno la proiezione di “Otello” (1986), libera versione cinematografica dell’opera del compositore emiliano, firmata dal maestro Franco Zeffirelli. Fra gli interpreti gli intensi Placido Domingo, Katia Ricciarelli e il “ronconiano” Massimo Foschi.
 Per celebrare, invece, il duecentesimo anniversario della nascita di Richard Wagner (1813-1883), venerdì 3 maggio, sempre presso “Il Nuovo”, ore 21:00, sarà la volta de “La tentazione di Venere” (1991), radiosa pellicola di István Szabó incentrata su una doppia passione sessuale e artistica, la quale sublimerà i sensi e lo spirito di un direttore d’orchestra e di una riottosa primadonna della lirica (una bravissima Glenn Close), entrambi alle prese con un periglioso allestimento del Tannhäuser (1845) all’indomani del disfacimento del blocco sovietico.

Ho tra le mani il numero 13 della rivista “Amadeus” (1990) che contiene un’intervista a Franco Zeffirelli (firmata Luigi Gianoli) e, accanto, un paragrafo sul pittore Domenico Ghirlandaio tratto dal bellissimo saggio L’arte classica di Heinrich Wölfflin (Abscondita Ed.). Sono nello stato d’animo di chi sa di scrivere un articolo perlopiù riassuntivo su un maestro del cinema italiano. Zeffirelli sembra guardarci dall’alto, con sufficienza, chiuso in un silenzio glaciale. Veniamo respinti poiché è lui a respingerci. Appartiene davvero Zeffirelli a questa società? Non credo che la sua vita assomigli ad alcuna delle quali ho ricordo. Egli proviene da una famiglia molto ricca, era nipote della celebre soprano fiorentina Ines Alfani Tellini, suo zio era amico di Giuseppe Verdi, si è battuto a fianco del mentore Luchino Visconti affinché tornasse alla luce ciò che negli anni Cinquanta veniva considerato ciarpame, fumisteria, kitsch: l’opera. Non perde occasione per ribadire che l’Italia è riuscita a penetrare nel vivere quotidiano del mondo (gli Stati Uniti, in primis) soprattutto grazie a quest’arma fortissima che è il teatro lirico. Finché il teatro lirico sarà vivo, noi saremo vivi. Non c’è un’altra soluzione: è importante, dunque, invitare i più giovani a tener d’occhio costantemente questo mondo permeato di armonia, musica e illustri predecessori. Dichiara, inoltre: “La cosa che non perdono a nessuno è di vergognarsi dell’opera. Tutti i travisamenti che compiono i registi sono provocati dalla non conoscenza dell’opera, della quale si vergognano. […] Trovo osceno che si consenta di vergognarsi a questi turisti improvvisati che vengono a visitare l’opera, perché altrimenti non si spiega come essi possano violentare le opere così impunemente mentre il pubblico, che crede di essere acculturato le accetta, proprio perché sono travisate e falsate”. Perciò dico sarcasticamente che Franco Zeffirelli ci respinge, magari mentre ci affanniamo a trovare il significato di talune scelte di regia apportate da Marco Bellocchio o Emma Dante rispettivamente per Rigoletto (Rai, Settembre 2010) e Carmen (Teatro della Scala, Stagione 2009-2010): siamo il frutto di una cultura sbagliata, ignorante della letteratura ottocentesca? Non è da escludere. Non importa se le nostre argomentazioni possano essere sincere. Anzi, credo sia proprio questa sincerità, questa buona fede che disgusti Zeffirelli sopra ogni cosa: la sincerità individuale con la quale uno studente universitario (o un maturo intellettuale) portano avanti le proprie tesi in un contesto culturale e politico che egli giudica insincero, spiritualmente nero e affatto stimolante. Tuttavia, come certi cantanti si lamentano di una regia sbagliata ma la accettano perché è loro dovere obbedire (e cantare), così “obbedisco” e descrivo l’opulento e cupissimo “Otello”, elaborazione cinematografica dell’omonimo dramma lirico in quattro atti di Giuseppe Verdi, diretta dal cineasta fiorentino nel 1986 e presentata in concorso al 39° Festival di Cannes.

La vicenda è nota: il moro Otello (Plácido Domingo) approda vittorioso a Cipro dopo aver sbaragliato in mare aperto la flotta musulmana ma non tutti sono pronti a dargli un benvenuto da eroe. Malgrado la bella consorte Desdemona (Katia Ricciarelli) lo colmi di affetto e di attenzioni, Iago (Justino Díaz), un suo geloso luogotenente, trama in segreto di rovinarlo. E quando Iago fa leva sulla gelosia del Moro, semina disaccordo fra i felici sposi …

Poco fa ho usato appositamente il verbo descrivere e qui riprendo una formulazione del citato Wölfflin, adattandola alla pellicola in esame: Zeffirelli è, in definitiva, un solido “raffiguratore”, non un narratore. La sua osservazione non penetra mai nell’intimo, nella dimensione soggettiva o negli aspetti quotidiani dell’esistenza che potrebbero esalare dall’opera (come farà, invece, Luigi Comencini due anni dopo con la sua controversa Bohème). Tutto ciò che è “monumentale”, festosamente vivo si schiude davanti ai suoi occhi (e a quelli dello spettatore) come un prodigio. Lo insegue, lo pretende e, alla fine, ci entra dentro, a tempo e in tono. Egli non vuole essere uno sperimentatore sebbene non resista a piccole vanità, idee clamorose (ad esempio, il balletto del terzo atto, composto per la prima all’Opéra di Parigi e di rado inscenato, viene traslato nella sequenza dei festeggiamenti del primo atto, altrimenti le parole di Iago circa la condotta di Cassio che generano in Otello spaventose allucinazioni …) e soluzioni criticabili (i diversi tagli rispetto al libretto originale come la soppressione integrale della Canzone del Salice, effettuata obtorto collo per rispettare il limite di due ore impostogli dai produttori Yoram Globus e Menahem Golan) ma fa in modo che il pubblico possa, comunque, accettarle e, soprattutto, che siano da lui medesimo accettabili purché non entrino in conflitto con la musica.

Già, la Musica … dimenticavo che Franco Zeffirelli non ha cessato tutt’ora di battersi perché lo Stato non possa più speculare sulla produzione teatrale, in particolar modo quella lirica. Peccato che la Storia abbia percorso la strada opposta. Sovente lo Stato si è annidato nell’Arte, rivestendola di un fuoco rilucente ma che non ha irradiato alcun calore. Dispose dei mezzi necessari per censurarla, semplificarla, ridicolizzarla. Questo lo sa fin troppo bene anche István Szabó, un altro maestro del cinema che ha saputo ragionare, come nessun’altro regista europeo, sul problema della creazione artistica sotto una dittatura, fornendo pungenti ritratti di intellettuali ed artisti assoggettati ad un Potere che ostacola lo sviluppo dell’intera collettività (vedi il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler [1886-1954], protagonista del coraggioso A torto o a ragione [2001]). Personalità non necessariamente opportuniste, tutt’al più imprudenti, persuase che la sola Bellezza sarebbe bastata ad elevare (e, in un certo senso, ad “assolvere”) gli animi dei propri compatrioti. Dopo i visionari Mephisto (1981) e Hanussen – La notte dei maghi (1988) il cineasta ungherese tornò sulla breccia nel 1991 con il brillante Tentazione di Venere dove parlò nuovamente delle contraddizioni della storia contemporanea adottando, stavolta, il punto di vista di Zoltan Szanto (Niels Arestrup), direttore d’orchestra magiaro convocato dall’Opera di Parigi per dirigere una rappresentazione “audace” del Tannhäuser (1845) di Richard Wagner. L’uomo si troverà, però, alle prese con incomprensioni linguistiche, noie sindacali, vecchie ruggini proprie di una compagnia di artisti che patisce tutti gli stridori e le forzature all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Tradirà perfino la moglie Edith (Dorottya Udvaros) con la primadonna Karin Anderson (Glenn Close, doppiata nel canto dalla soprano Kiri Te Kanawa). L’opera potrà andare finalmente in scena, ma a sipario abbassato e affidata soltanto alla musica e ai cantanti che rinunciano al proprio “divismo” …

Sarebbe interessante appurare in quale misura István Szabó e il suo sceneggiatore Michael Hirst abbiano preso spunto da Prova d’orchestra (1979) di Federico Fellini (e dalla pellicola di Szabó, più di recente, Radu Mihaileanu per il suo Le concert [2009]) ma sono costretto a passare oltre e ad avviarmi alla conclusione dell’articolo. A differenza di Zeffirelli, per il quale lo scopo principale era illustrare amorevolmente la musica senza cedere all’ansia della “novità” ad ogni costo, Szabó propone una vicenda che ruota intorno all’allestimento di un’opera di Wagner e la narra attraverso le convenzioni drammaturgiche dell’opera stessa, rendendo riconoscibili agli spettatori le affinità tra le due storie mediante una gustosa serie di sovrapposizioni e rime interne. Ad esempio, il regno di Venere si riflette in diversi aspetti della sceneggiatura sia per quanto riguarda il conflitto interiore di Zoltan – il quale, come il cantore Tannhäuser, è dibattuto fra passione terrena e spirito di sacrificio – quanto per il conflitto sociale tra Europa orientale ed Europa occidentale: quest’ultima con la sua democrazia avrebbe dovuto essere garante dei diritti civili e della libertà ma sembra aver generato soltanto caos e della gaia corte di grazie, ninfe, fauni ed amorini che popolava il monte Hórselberg sono rimaste piccole ombre della vita, un vero e proprio pulviscolo di personaggi (ha ragione Paolo Mereghetti quando parla di “galleria di macchiette felliniane”) i quali non sembrano mossi da nulla fuorché dall’amore per il lusso e dal profitto, araldi incoscienti di una barbarie politica che declassa l’Arte ad impresa industriale, con tanto di scioperi e associazioni sindacali. Confida, infatti, una soprano ucraina al direttore d’orchestra: “Penso che la grotta di Venere oggi corrisponda alla nostra società, sempre alla disperata ricerca di piacere. Ecco come la raffigurerei: come un enorme specchio di fronte allo stupido pubblico! E’ un mondo così crudele, capisco che Tannhäuser ne voglia fuggire!”.

Ma come ne uscirà questo Tannhäuser di Szabó? A quale Europa si rivolgerà? Ha ragione Zoltan Szanto quando afferma entusiasta “Il Tannhäuser non è solo un mito ma una cosa che riguarda tutti noi”? Richard Wagner ne sarebbe stato fiero? Così scriveva il compositore di Lipsia nel saggio teorico “L’arte e la rivoluzione” (1849): “Soltanto la rivoluzione, non la restaurazione, può ridarci quella suprema opera d’arte. Il compito che vediamo davanti a noi è infinitamente più grande di quello che fu già risolto una volta. Se l’opera d’arte greca comprendeva lo spirito di una bella nazione, quella dell’avvenire deve comprendere lo spirito dell’umanità libera al di sopra di tutte le barriere della nazionalità; il carattere nazionale non potrà che essere un ornamento, un’attrattiva della varietà individuale, non mai un ostacolo.” Forse è ancora possibile sacrificare la propria individualità in nome di qualcosa di più grande. Ben nascosti nel mezzo del Coro dei Pellegrini penso si possano scorgere anche Zeffirelli e Szabó, mentre intonano la loro onesta preghiera. Cantano soltanto per la musica, con incredibile chiarezza.

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