Intervista a Vladimiro Giacché, candidato per Rivoluzione Civile

Vladimiro Giacché è candidato per  Rivoluzione Civile, la lista dell’ex pm Antonio Ingroia. Giacché è spezzino, laureato in Economia ed è candidato alla Camera dei Deputati in Toscana.
Di seguito l’intervista.

1) Tagliare i salari, sgravare le aziende dalle tasse e aumentare la mobilità dei lavoratori secondo Marchionne, è l’unico modo per aumentare la produttività delle nostre aziende. Lei cosa ne pensa?

Mi verrebbe da dire che la risposta migliore si trova nelle vendite di Fiat rispetto a quelle della Volkswagen, che paga i lavoratori molto di più. Ma soprattutto investe in innovazione di prodotto e quindi consolida le sue quote di mercato, mentre la Fiat sta affondando. Ma entriamo nel merito dei vari aspetti di questa ricetta.

Il primo, il taglio dei salari, in Italia, è una realtà. Infatti i salari crescono meno dell’inflazione, e inoltre le sforbiciate di Berlusconi e Monti a servizi sociali e pensioni rappresentano altrettanti tagli al salario indiretto e al salario differito. Ma questo non ha giovato alla nostra economia. Infatti il risultato di questa vera e propria manovra a tenaglia sui salari è stato il crollo dei consumi delle famiglie avvenuto nel 2012: un -4 per cento che rappresenta il record dell’intero dopoguerra. Il risultato è stato un calo marcato del prodotto interno lordo italiano (-2,2 per cento) e, più concretamente, un colpo formidabile a tutti coloro che producono e vendono merci nel mercato interno. Nel 2012 hanno chiuso 1.000 imprese al giorno, ci sono 800 mila disoccupati in più (tra i giovani la disoccupazione supera abbondantemente il 35 per cento).

Diminuire le tasse alle imprese (e alle persone fisiche, a cominciare dai lavoratori dipendenti su cui grava una parte sproporzionata del carico fiscale) è possibile ma solo a una condizione che soltanto Rivoluzione Civile ha posto seriamente al centro dei suoi obiettivi: se finalmente in questo paese cominceranno a pagare le tasse anche coloro che non lo fanno. Bisogna recuperare i 120 miliardi annui di gettito evaso. Si può farlo: gli strumenti ci sono, sinora è mancata la volontà politica di farlo. Infine, aumentare la mobilità del lavoro in un momento come questo significa soltanto allungare le file dei disoccupati. Anche perché la mobilità in ingresso è già una realtà: negli ultimi anni il 93 per cento dei neoassunti erano precari. Ovviamente molti di loro sono stati mandati a casa non appena la crisi è ripresa.

La ricetta vera è un’altra: meno burocrazia e più investimenti in formazione, ricerca e nelle infrastrutture utili. È così che si aumenta la produttività del lavoro e si migliora la competitività dei nostri prodotti.

 

2) Nei punti del programma di Ingroia leggiamo: ricontrattare il fiscal compact. Nessun altro partito presenta questo punto nel programma: perché per voi è così importante?

Perché le regole di bilancio contenute nel Fiscal Compact (condivise a livello europeo dai governi Berlusconi e Monti) sono estremamente e irragionevolmente punitive per il nostro Paese. Si pensi alla necessità di ridurre del 5% annuo la parte del debito pubblico eccedente il 60% del Pil, che comporterà l’obbligo di manovre correttive di 45-47 miliardidi euro l’anno per molti anni (manovre che oltretutto andranno ad aggiungersi alla spesa per interessi sul debito, che attualmente è sugli 80 miliardi di euro all’anno). Il Fiscal Compact è un’ipoteca gravissima sulla nostra crescita economica per anni e anni, e deve assolutamente essere rinegoziato. Non ammettere che tale rinegoziazione è necessaria significa, non soltanto riproporre una politica fallimentare, ma ingannare gli elettori: perché nessuna della cose che oggi vengono promesse potranno essere fatte se resteranno in vigore quelle regole. Bisogna porre fine alle politiche di austerity fatte di aumenti delle tasse e di tagli ai servizi sociali e alle pensioni. Anche il Fondo Monetario Internazionale e la Banca d’Italia hanno evidenziato gli effetti recessivi di queste politiche sull’economia. E, in effetti, proprio a causa della recessione causata da queste manovre, il rapporto debito/Prodotto interno lordo è cresciuto dal 120 per cento del 2011 al 126,6 per cento del 2012. Questo significa una cosa sola: le politiche di austerity non sono soltanto ingiuste, ma fallimentari: hanno aggravato il problema che dovevano risolvere. Questo problema è oggi eluso da tutti i maggiori partiti che sono direttamente responsabili di queste politiche.

E invece la rinegoziazione del Fiscal Compact è oggi non solo necessaria, ma anche possibile: infatti, con l’aggravarsi della crisi in Europa (dovuta proprio alle politiche di bilancio depressive), oggi non sono soltanto i paesi del sud Europa ad avere interesse a un alleggerimento delle regole di bilancio, ma anche gli esportatori e i sindacati tedeschi. Anche la Francia è in difficoltà con le regole di bilancio europee. Ma il governo Monti non ha fatto nulla per creare un fronte contro queste misure irragionevoli. E Bersani è volato a Berlino ad accreditarsi presso Schäuble, il ministro delle finanze tedesco che è tra i principali responsabili di questa situazione. E in tutte le interviste che ha rilasciato a giornali stranieri si è affrettato ad assicurare che se vincerà le elezioni non rinegozierà il Fiscal Compact. È il modo sbagliato di affrontare questo problema.

 

3) La lista Ingroia rivendica un ruolo al pubblico di maggior peso in settori in cui tradizionalmente il pubblico è considerato meno efficiente, come quello economico, finanziario e bancario. Dunque siete contrari alle privatizzazioni che sono state fatte in questi anni? E perchè “pubblico” dovrebbe essere meglio che “privato”?

Rovescerei la domanda: il privato ha dimostrato di essere meglio del pubblico? La risposta, purtroppo, è negativa. Negli anni Novanta abbiamo privatizzato l’intero sistema bancario. Il risultato è stato questo: concentrazione tra le banche (e quindi minore concorrenza tra di loro), inseguimento del profitto di breve termine (e quindi operazioni spericolate e in qualche caso, come in quello del Monte Paschi, trucchi per falsare i bilanci) e la corsa verso la grande dimensione. Il risultato di tutto questo è stato catastrofico: imprese che in molte zone hanno più solo due o tre banche a cui rivolgersi, banche che in una situazione di crisi come l’attuale chiudono i rubinetti del credito, buchi di bilancio creati da acquisti di altre banche effettuati a prezzi irragionevoli. E tutto questo, perdipiù, senza che venissero meno i condizionamenti politici nei confronti delle banche, come il caso Montepaschi insegna. La verità è dalle banche privatizzate negli ultimi anni non ci ha guadagnato nessuno: né i dipendenti (esodati in massa: oltre 20.000 esodi tra Unicredit, Intesa e Montepaschi), né gli imprenditori (che si vedono negare il credito) e neppure gli azionisti, che hanno perso un sacco di soldi (il valore di Unicredit è meno di un quarto del valore che aveva nel 2007).

Oggi abbiamo bisogno di una correzione di rotta: di un sistema misto in campo bancario e finanziario. Rivoluzione Civile ritiene che sia necessario e urgente ricostruire una banca pubblica per il credito a medio e lungo termine, che possa prestare denaro alle imprese a tassi ragionevoli. Il credito è un bene pubblico e le banche devono essere considerate come fornitori di un bene pubblico. Soprattutto per quanto riguarda il credito alle PMI e a medio-lungo termine. Questi concetti, che in Italia nella furia privatizzatoria degli anni Novanta sono stati dimenticati, ormai vengono recuperati anche nei Paesi anglosassoni: persino l’insospettabile Regno Unito ha creato una banca pubblica per il credito alle piccole e medie imprese. Mentre la Germania, come è noto, non ha mai smesso di giovarsi di una grande banca pubblica che fa credito alle imprese, il Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW). Una banca del genere può svolgere un ruolo economico essenziale e contemporaneamente essere in attivo (il KfW ha guadagnato 2 miliardi di euro lo scorso anno). Farlo anche in Italia non è difficile. Come per quasi tutto, basta volerlo. Certo, se si pensa che questa crisi si batta con più mercato e meno Stato (come pensano Monti e purtroppo anche Enrico Letta), non lo si farà mai.

 

4) Lo spread è sceso, dunque possiamo tirare un sospiro di sollievo? 

 

No. Lo spread è sceso perché attualmente i mercati finanziari ritengono meno probabile la fine dell’euro, dopo che la BCE ha dichiarato, per bocca del suo presidente, Mario Draghi, che farà tutto quanto in suo potere per evitare la fine dell’euro. Ma la nostra situazione debitoria, dopo 6 manovre di stretta di bilancio, è peggiorata perché l’attività economica è stata messa in ginocchio proprio da quelle manovre. Quindi è tutt’altro che improbabile una ripresa della speculazione al ribasso sui nostri titoli di Stato. L’unica cosa che ci può salvare è una ripresa della crescita. Che è una cosa che non si può ottenere aumentando le tasse a chi già le paga e diminuendo ulteriormente i servizi sociali e la spesa pubblica in istruzione e sanità, come hanno fatto i due governi precedenti.

 

5) Lei ritiene che Monti abbia salvato l’Italia dal baratro?

 

Penso che sia vero il contrario. Dopo un signore che andava in Europa a raccontare barzellette, abbiamo avuto lo scolaretto ubbidiente che faceva i compiti a casa dettati dalla Merkel. Purtroppo però erano i compiti sbagliati. Il baratro lo vedo nel numero dei disoccupati e nelle aziende che chiudono, non negli alti e bassi giornalieri dello spread. I numeri dello spread riguardano il giorno per giorno di borsa, ma i dati importanti per il nostro futuro sono il numero di disoccupati e di aziende che non ce la fanno più. Nei miei viaggi elettorali per l’Italia in ogni incontro che faccio c’è sempre qualcuno che si alza per dire che una crisi così non l’aveva mai vista. Dobbiamo capirlo tutti, prima che sia troppo tardi.

 

6) Quali scelte andranno fatte sul piano economico, fiscale e d’investimenti per far ripartire l’economia?

 

Sul piano economico è essenziale un rapporto diverso tra pubblico e privato. E’ essenziale che il pubblico sia più efficiente, ma anche più esigente nei confronti del privato. Ad esempio, le agevolazioni alle imprese (ogni anno vengono ne vengono attribuite per 30 miliardi di euro) devono essere date a chi assume e devono essere condizionate a un vincolo a non delocalizzare la produzione negli anni successivi. Se questo accade, l’impresa dovrà restituire i contributi percepiti. Lo Stato deve intervenire direttamente nelle crisi industriali, soprattutto dei settori strategici della nostra economia, e non lasciarle marcire come nei casi di Alcoa e Ilva. E soprattutto effettuare subito investimenti in formazione, ricerca e nella messa in sicurezza del territorio. Quanto alla fiscalità, il recupero dell’evasione (attualmente 120 miliardi di euro sottratti ogni anno all’erario), che può ragionevolmente portare a rientrare in possesso di cifre ben superiori al 6 per cento attuale, deve essere messo a servizio della riduzione delle aliquote per le fasce meno ricche della popolazione e dall’altro per gli investimenti di cui parlavo prima. Qui va considerato che un 20 per cento recuperato sarebbero la bellezza di 24 miliardi l’anno. E nell’arco di una legislatura si può ragionevolmente pensare di pervenire a un tasso di recupero del 50 per cento.

 

7) Come vede il futuro dell’Italia nei prossimi anni?

 

Io ho molta fiducia nel futuro dell’Italia. Mi sembra che le persone siano consapevoli che occorre un cambiamento vero. Le politiche degli ultimi anni non hanno funzionato. Bisogna restituire al lavoro e alla giustizia sociale la loro centralità, battere davvero la corruzione e la criminalità economica e ridare dignità alla cosa pubblica. E ovviamente essere meno accomodanti in Europa. Siamo il 3° paese europeo, ma oggi contiamo molto meno di quanto dovremmo. Questo paese ha immense risorse: pensiamo alle strutture del volontariato che sempre più spesso sopperiscono a uno Stato latitante, alla gente che lavora dalla mattina alla sera per stipendi e salari sempre più bassi, agli imprenditori onesti che si trovano a competere con gente che non paga le tasse e quindi può fare prezzi più bassi, a chi difende l’ambiente contro chi vuole soltanto depredarlo. Bisogna liberare queste risorse e queste energie dai vincoli, dalla zavorra. Pensiamo a cosa significherebbe porre i soldi delle mafie, della corruzione e della grande evasione al servizio dell’economia reale. Se ci riusciremo il nostro paese potrà riprendere un percorso di sviluppo con pochi eguali

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