Un’idea per Piazza Verdi: parla Mirco Manuguerra

Ho osservato con attenzione gli ampi sviluppi della contrapposizione in atto tra Comitati e Amministrazione e, alla luce delle informazioni raccolte in ormai due anni di discussioni, credo sia venuto il momento di tentare una soluzione mediata. Se il Comune, per più di un motivo, non può ritornare sul noto progetto di restyling di Piazza Verdi, né tanto meno sui propri passi, è poco saggio continuare un braccio di ferro che non potrà portare a nulla di costruttivo: meglio pensare tutti quanti assieme ad una soluzione di giusta mediazione. Ne propongo dunque una io, sperando di trovare il favore dei più.

Prendiamo atto una volta per tutte che una modifica al progetto è impensabile: i due “maestri”, veri o presunti che siano, non acconsentirebbero mai. Dunque non c’è altra via che l’orientare la nostra attenzione su una possibile “integrazione” del piano. Una integrazione nostra, dico, cioè della Città, non una ‘variante’ al progetto, che sarebbe una sua modifica. Consideriamo: una volta completata l’opera, una volta pagati i professionisti, c’è qualcuno che può mettere in dubbio che la Piazza sia della Città? Direi proprio di no.
Se questo è vero, allora si può affermare che se il giorno dopo la consegna la Città decidesse la distruzione della Piazza a colpi di piccone ciò sarà precisamente nella sue più legittime ed ampie facoltà. Lo stesso dicasi per l’apposizione di un monumento: volendo un giorno erigere un
obelisco o una statua in Piazza Verdi, chi potrebbe mai impedire un simile atto? I due progettisti, forse? Manco per sogno: il proprietario unico
della Piazza sarà sempre e soltanto la Città, cioè sempre e soltanto noi, e ne disporremo esattamente come noi – nel senso democratico
dell’affermazione – meglio decideremo.

Per quanto detto, a me pare del tutto ragionevole volgere la mente ad un piccolo intervento, immediatamente successivo alla consegna della Piazza, da portare nella sola parte centrale, là dove nel progetto virtuale si vede un chiaro rettangolo di pavimentazione. L’idea è quella di una
sovra-pavimentazione leggera, a quadrati colorati, disposti opportunamente a riprodurre, in forma stilizzata, i celebri mosaici futuristi del Palazzo delle Poste.

È questa la soluzione che io offro alla Città: in questo modo passato e futuro resterebbero strettamente legati per il tramite di un elemento artistico assoluto ed immanente. Meglio se il nuovo mosaico – da pensare come un richiamo stilizzato al grande capolavoro di Fillia – fosse ben visibile solo dall’alto: più alta sarebbe la funzione dei pianori e delle scale superiori del Palazzo delle Poste se deputati al dono di una visione specifica della piazza. E meglio ancora sarebbe se a questa nuova valenza artistica del luogo venisse associata la possibilità, tramite una convenzione Poste-Comune, di fare del mosaico originale di Fillia un’esposizione artistica permanente fruibile a turisti e visitatori, ovviamente a pagamento.
In questo modo direi che la Città avrebbe la sua dovuta parte di soddisfazione, fino ad oggi negata da un sistema di comunicazione ostentato dall’amministrazione oggettivamente deficitario, vedendo finalmente riconosciuto e rispettato il canone tradizionale della Piazza Verdi; da parte sua, il Comune risolverebbe brillantemente una situazione di molesta contrapposizione non solo portando avanti un progetto su cui ha molto lavorato e investito, ma operando una committenza artistica aggiuntiva suscettibile di assumere un respiro propriamente europeo: il Futurismo sta guadagnando una posizione di sempre maggior rispetto nel panorama vasto e complesso della storia del Novecento continentale, e Spezia ne è una vera capitale.
Considerando, infine, che la questione del verde è sostanzialmente risolta con il ripristino delle parti alberate – pur dovendo sopportare l’abbattimento di pini che sono divenuti per l’intera città fedeli e buoni compagni di parecchi, troppi, decenni di vita – il cerchio potrebbe
dirsi finalmente quadrato.

Non sono pochi gli artisti spezzini titolati a lavorare ad un progetto di riproduzione stilizzata, ancorché certamente in chiave più moderna, del capolavoro di Fillia. Ma attenzione a non sbagliare nei metodi ancora una volta: sarebbe di troppo. Non è più tempo di giocare con la Cultura alla Spezia.

Mirco Manuguerra

presidente Centro Lunigianese
di Studi Danteschi

promotore
del Festival Wagneriano

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