Riflessioni su Piazza Verdi, di Giorgio Di Sacco Rolla

La Spezia è una città incassata tra i colli, nella sacca di un fiordo aperto soltanto a sud. Oltre la passeggiata a mare, oltre i giardini pubblici , una lunga fila di palazzi , come una diga, sembra difendere la città dal mare ;seguono case ammassate contro i colli, arrampicate su di essi.

Gli spazi aperti si trovano ai confini del centro storico. Al contrario all’interno soltanto vie strette e qualche piazzetta, affogata tra i palazzi. In autunno ed in inverno il sole tramonta presto dietro i colli che proteggono dai venti, ma che imprigionano. Solo lo scirocco, caldo e umido , imperversa per quasi tutto l’anno, sciroccando gli umori degli spezzini.

Credo che la città , i suoi abitanti abbiano bisogno di vuoto, di aperture, non di riempimenti. Quanti affermano che piazza Verdi è un inutile non luogo che dovrebbe essere attrezzato e riempito per essere vivibile,credo abbiano trascurato questo bisogno di spazio vuoto, di apertura. Un bisogno che si manifesta in quel senso di soffocamento e di claustrofobia che talvolta sembra colpire coloro che vi abitano. L’abbattimento del colle dei Cappuccini ed la conseguente demolizione del Politeama intesero dare respiro alla città . L’allungamento di piazza Verdi nacque anche da questa necessità , di aprire, non di chiudere.

I palazzi che si affacciano su questa piazza raccontano , con il loro stile , la storia recente della città : che è la storia dell’Italia unita dai Piemontesi fino al futurismo. Un passato che non è più così prossimo. Il tempo ha già iniziato a depositare la sua polvere anche sulla Spezia. E la polvere del tempo richiede rispetto. Richiede continuità nel cambiamento. Modificazioni, non stravolgimenti. Certo si può cambiare . Durante la Roma imperiale, nelle città rinascimentali vennero abbattuti quartieri ,demoliti palazzi e templi per far spazio a nuovi. Così nella Parigi ottocentesca, o nella Grande Vienna.

Ma queste trasformazioni richiedono grandi spinte spirituali e culturali. davvero noi spezzini abbiamo quella forza innovativa? Siamo sicuri che la cultura italiana di oggi abbia questa capacità creativa? Prima di intervenire radicalmente sulla città, prima di distruggere la fisionomia ed i segni del passato, ed anche i platani di viale Amendola lo sono, queste domande devono essere poste.

Perché “c’è un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare, un tempo per buttar via”

Giorgio Di Sacco Rolla

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