“Quello che so sull’amore – Playing for keeps” (2012) di Gabriele Muccino

Regia: Gabriele Muccino. Interpreti: Gerard Butler (George Dryer), Jessica Biel (Stacie), Noah Lomax (Lewis), Uma Thurman (Patti King), Catherine Zeta-Jones (Denise), Dennis Quaid (Carl King).

George Best, leggenda del calcio negli anni Sessanta, diceva compiacendosi: “Ho speso un sacco di soldi per l’alcool, le donne e le macchine veloci … tutti gli altri li ho sperperati”. Anche il protagonista di Playing for keeps (titolo originale della pellicola di Muccino, trad. Giocare sul serio) è inglese e si chiama George (G. Butler), dal 1998 al 2005 era considerato un asso del pallone di cuoio, i manager e le ammiratrici cadevano letteralmente ai suoi piedi … si sa, comunque, che i momenti di gloria passano in fretta e la stella di George Dryer si appanna altrettanto presto. Niente più nome, niente più telefonate allettanti e nemmeno più quella bella grana alla quale cominciava ad abituarsi. George, però, è alla ricerca di un pronto riscatto dopo la batosta ricevuta dal mondo dello sport: sembra trovarlo, attirandosi le simpatie di una squadra di bambini che lo eleggono a loro beniamino ed allenatore. Per abbondare, l’esuberanza e i pettorali scolpiti dell’ex campione titilleranno le voglie sopite delle mamme dei piccoli giocatori sicché George si ritroverà suo malgrado non solo a comportarsi come il gallo nel pollaio ma a dover compiere una scelta importante e, stavolta, senza tempi supplementari: accettare il posto di cronista sportivo offertogli dall’avvenente Denise (C. Zeta-Jones) oppure vivere fino in fondo le sue responsabilità di padre riacquistando, così, la fiducia dell’ex-moglie (J. Biel)?

Preso atto degli scandali che negli ultimi anni hanno investito il mondo del calcio, credo che nulla possa interessare di meno al pubblico che le vicissitudini di George Dryer, dei letti sfatti che ha lasciato, della sua immaturità mai del tutto superata, della sua ricchezza assurdamente bruciata, della famiglia che ha trascurato, dei giorni felici in Italia dove possedeva una casa in riva al lago e, insieme alla consorte Stacie, andava matto (sic!) per la pizza. Senza dimenticare la morale, incorporata a qualunque favola degna di questo nome: occorre mettere la paternità prima delle smanie del successo e se le nostre intenzioni resteranno salde giungerà anche quello, prima o poi. Per lo più illusioni che si sentono, appunto, soltanto nelle fiabe o in taluni film troppo ottimisti. Dopo il provocatorio, criticabile ma commovente Sette anime (2008), viene spontaneo chiedersi che cosa abbia spinto Gabriele Muccino a portare sul grande schermo questa piccola storia facile facile. Comunque sia, il motivo per cui Playing for keeps è stato un fallimento nelle sale statunitensi ci risulta evidente e comprensibile: di americano c’è l’ambientazione, il glamour degli interpreti ma non la storia o i personaggi. Con il Tim Thomas (Will Smith) di Sette anime era ancora possibile identificarsi. Lo spettatore non desiderava giustificarlo (Tim ha sei morti sulla coscienza!) tuttavia riusciva ad accettare che la grandezza d’animo possa sussistere anche nella consapevolezza di una grave colpa, partecipava alla sua perseveranza tanto nell’azione quanto nell’espiazione.

Su nessuno, invece, dei protagonisti di Playing for keeps Muccino prende una posizione e in questo, purtroppo, il film in esame si ridurrebbe a degno epigono degli esiti italiani del regista: quasi tutti i personaggi mentono, a se stessi come agli altri (George nasconde a Stacie e al figlioletto le sue scappatelle, Stacie nasconde al suo attuale compagno di essere ancora innamorata dell’ex-marito, il cafone Carl [D. Quaid] pur essendo al corrente dei tradimenti occasionali della moglie Patti [U. Thurman] è convinto di avere ancora il controllo sulla sua vita e sulle vite di chi lo circonda, complici l’intervento di un detective privato e di bustarelle zeppe di soldi …), sballottati dal Caso, immobili nella propria debolezza ma uscendo, in fin dei conti, in vantaggio più o meno rilevante rispetto alle precedenti condizioni. Nessun reale cambiamento interiore, in definitiva. Perché allora, a proiezione conclusa, mi sento disposto a preferire Playing for keeps piuttosto che Ricordati di me (2003) o Baciami ancora (2010)? Per malcelata esterofilia? E’ probabile. Qualche capriccio lo dobbiamo avere tutti! Ciò non toglie che nel momento in cui riguardo i titoli suddetti, non posso fare a meno di sentire a pelle il disprezzo e l’impeto punitivo che Muccino proietta verso i suoi personaggi (quelli femminili, in particolar modo) che è ben diverso da esprimere un giudizio morale su di essi.

Playing for keeps è una pellicola tutt’altro che compiuta eppure il suo piccolo fascino sta proprio in questo, senza contare che gli attori (Jessica Biel su tutti) si impegnano visibilmente: sembrano credere davvero agli eventi inscenati, si divertono (e noi con loro) senza preoccuparsi di tante ingenuità o schematismi. Infine, va detto che il lieto fine non ci appare poi così lieto. E’ un finale a doppio taglio: pur ricompattandosi il ridente nucleo familiare lascia dietro di sé un desolante quadretto di provincia colmo di manie, rimpianti, frustrazioni, sociopatia e tanta venalità piccolo borghese (incarnata da Carl, un Dennis Quaid sopra le righe). Senza sbavature o possibili equivoci. Il tutto condotto da Gabriele Muccino sotto il segno di un elemento finora estraneo al suo cinema: l’ironia. Poche storie: l’America gli ha fatto bene.

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