Mariangela Melato (1941-2013). “Il volto di Olimpia”

Un aneddoto malizioso. Ieri, tredici anni. Un catalogo di videocassette acquistato presso l’edicola di fiducia sotto casa. Titoli e copertine “strani”, dal sapore vagamente “proibito”, che non avevo mai sentito nominare e neppure potevo immaginare che sarei riuscito a vedere anni dopo. Titoli come Je vous salue, Marie (1985) di Jean-Luc Godard, La ragazza di Trieste (1982) di Pasquale Festa Campanile, Storia di un peccato (1975) di Walerian Borowczyk e … Il generale dorme in piedi (1972) di Francesco Massaro. Di quest’ultimo non mi interessava né la vicenda (un medico militare, che attende la promozione a generale, fa carriera con metodi discutibili) né la performance dell’istrione Ugo Tognazzi: attendevo soltanto l’apparizione di quel corpo femminile stilizzato dall’autore del manifesto cinematografico. Non volgare, “autentico”, da accarezzare.

Erano le forme di Mariangela Melato, attrice colta e duttile che sempre si è portata appresso l’energia di una ragazzina. Una persona bella, di valore, che molti miei colleghi universitari avrebbero voluto incontrare. Fosse anche per poco, giusto il tempo di sentirla pronunciare “Io sono Olimpia”. Nessuno, infatti, dopo lo sceneggiato televisivo L’Orlando Furioso (1974) di Luca Ronconi ed Edoardo Sanguineti, credo possa immaginare il personaggio di Olimpia, infelice e sfortunata figlia del conte d’Olanda, con un volto diverso da quello della Melato, con i suoi occhi larghi e chiari, le movenze ieratiche di un attore del teatro Nō, il timbro di voce capace di passare da quello maschile a quello altissimo da soprano … essa si rivelò all’interno della messa in scena filmica – molta curata e assai somigliante alla versione teatrale – l’interprete più “ronconiana”.

Tornando al cinema (sperando di evitare gli interrogativi da rotocalco), perché insistere a sostenere che il modello odierno dominante nel desiderio maschile debba essere la bambola muta e giuliva? Prestiamo maggiore attenzione quando facciamo la fila all’ufficio postale o ci giunge all’orecchio la conversazione di un gruppetto di passeggeri sul treno! In diverse occasioni mi è capitato di ascoltare degli adolescenti fantasticare sul fisico di Raffaella Pavoni Lanzetti (sic!), la ricca borghese presa a schiaffi dal burino Giancarlo Giannini in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto (1974) di Lina Wertmüller. Antipatica? Certo. Piccante? Parecchio e assai meno artificiosa (e più vulnerabile) di quanto scrissero i critici all’epoca i quali si concentrarono prevalentemente sull’allegoria della lotta di classe sottesa alla trama: povero/ricco, settentrionale/meridionale, signorile/proletario … tuttavia sono abbastanza convinto che nel ricordo delle nuove generazioni, fatte di poca politica, molta ideologia e altrettanta ansia svaniranno gradualmente i personaggi e resterà a lungo la persona. Il suo volto non potrà mai essere un simbolo, un’astrazione poiché asimmetrico, unico, individuale ed è proprio questo che lo rendeva (e lo rende tutt’ora) attraente, fuori dalle storture del Mercato dove tutto (o quasi) diventa “riproducibile”. Mariangela Melato non era un prodotto creato da quegli ineffabili stregoni che ben conoscono le leggi del botteghino. Non vi è una sua occhiata (o scenata) che non trapeli credibilmente euforia, isteria, umori febbrili, sensualità. Sebbene fossi piccolo, ho potuto sfiorare tutto questo nel Duemila durante il Vieste Film Festival (Gargano, Puglia) al quale Mariangela Melato partecipò in qualità di ospite, insieme a Mario Monicelli, per presentare il bellissimo e sottovalutato Panni Sporchi (1999), loro ultima fatica. Lo stesso avvenne due anni fa quando, nei panni di Filumena Marturano, per la regia di Massimo Ranieri, l’attrice milanese fece trascorrere a me e ai miei coinquilini una serata divertente e preziosa.

In vicinanza della sua scomparsa, non occorre renderle omaggio versando lacrime inutili o spendere parole altisonanti ma vuote. C’è solo un modo per tenerla sempre con noi. “Bisogna smettere di produrre capolavori, bisogna essere dei capolavori” diceva Carmelo Bene nel 1995: sissignori, Mariangela Melato è riuscita a diventarlo. Guardiamo, allora, e riscopriamo i mille e uno istanti di questo capolavoro, a teatro come al cinema.

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Frammenti di Mariangela

Lo chiameremo Andrea (1972). Regia: Vittorio De Sica
https://www.youtube.com/watch?v=vb8T38lnMuQ

L’Orlando Furioso (1974). Regia: Luca Ronconi ed Edoardo Sanguineti

http://www.youtube.com/watch?v=Nyr1g-zQrxg

Dimenticare Venezia (1979). Regia: Franco Brusati
https://www.youtube.com/watch?v=iGOmJj9DS_o

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