Recensioni cinematografiche

Qualche volta può essere utile lasciar decantare l’impatto di un importante prodotto culturale e provare a parlarne a distanza, con un regard levistraussianamente éloigné in grado di darci la misura più giusta del rapporto funzionale tra ragioni dell’estetica e influenza sui meccanismi del tessuto sociale.

Marco Bellocchio, uno dei pochi nostri registi in grado di far discutere sempre senza deludere mai, ha presentato Bella addormentata a Venezia il 4 settembre 2012 e due giorni dopo il film è uscito nelle sale. Ovviamente non ha vinto nulla nel Festival più importante e glam di casa nostra, ma questo stupisce poco perché, al di là del valore della pellicola, si tratta di un prodotto le cui caratteristiche fotografano in modo emblematico il complesso rapporto fra produzione della cultura e inserimento dei suoi prodotti nel sistema di comunicazione/distribuzione rivolto al grande pubblico internazionale.

Il lavoro di Bellocchio costruisce infatti, il suo sistema espressivo su una rete di riferimenti assolutamente italiani (qualche volta ‘italioti’) e perciò ha suscitato parecchi dubbi sulla sua effettiva esportabilità a livello globale, facendogli preferire opere di egual valore, ma forse più ‘fruibili’ come Pietà del grande Kim Ki-duk o The Master di Anderson. Detto questo, aggiungo che lo stretto legame ad una specifica cultura potrebbe essere invocato anche per il maestro coreano (non ho sentito un commento critico alla sua vittoria lagunare in grado di spiegare, o anche di chiedersi, perché alla premiazione abbia intonato Arirang: ne approfitto per consigliare a tutti di accaparrarsi e vedersi l’omonimo documentario che ha riportato tra noi Kim dopo tre anni) o anche per Anderson (non mi direte che Scientology è patrimonio della coscienza culturale del mondo intero…) e quindi farebbe cadere qualsiasi remora di questo tipo anche nei confronti di Bellocchio.

Ma l’importanza del cinema del regista de I pugni in tasca va fortunatamente oltre gli intrighi festivalieri anche di alto livello. Bella addormentata  è comunque un film di cui bisogna parlare: questo l’hanno capito tutti e subito. Tanto che uno dei mensili di cinema più autorevoli e meglio scritti d’Italia, Duellanti, ha fatto del numero 78, uscito a ottobre 2012, un monografico su questo film e su Bellocchio in generale.

E’ passato qualche mese, Bella addormentata è passato nel frattempo almeno da tredici festival internazionali (Mumbai, Tokyo, Lubiana, Londra, San Paolo, Toronto, Tallinn, l’ultimo è stato il Palm Springs International Film Festival il 4 gennaio scorso), mentre il 26 gennaio sarà al Göteborg International Film Festival e forse vale la pena di continuare a rifletterci su, anche se la rete di distribuzione nelle nostre sale se ne è ormai completamente dimenticata, in attesa dell’uscita in home video.

Bella addormentata è, inevitabilmente, un’opera d’arte dal grande impatto politico. Questo non significa affatto che qui si faccia propaganda ideologica o che si sostengano tesi strumentali a favore di qualche parte o partito (insomma, non si tratta di un orripilante pasticcio come il Barbarossa di Martinelli, pellicola inconsistente e quasi offensiva per il cinema stesso, che ben fotografa lo spessore culturale di certa base leghista). Bellocchio è un intellettuale con idee ben precise, che non ha mai nascosto, senza però mai considerare la sua arte come strumento di indottrinamento.

In Bella addormentata egli sceglie di raccontare l’Italia partendo da un evento che ha segnato le coscienze, soprattutto grazie al suo sfruttamento mediatico: le ultime ore di Eluana Englaro nel febbraio 2009. Un dramma privato diventa improvvisamente un tema pubblico per i credenti, per gli atei, per i politici, per gli apparati della Chiesa, per le televisioni, ma soprattutto entra nelle vite di chi per una ragione o per l’altra sta barcollando sul confine tra un’esistenza insopportabile e una morte liberatrice. Bellocchio sceglie tuttavia di tenere sullo sfondo la vicenda, usandola semmai come elemento catalizzatore di una serie di storie ed eventi che, in modo defilato, ruotano attorno ad esso, come a dire e a dirci che la fine di Eluana è solo lo specchio di tanti drammi analoghi, grandi e piccoli, di persone, grandi e piccole, che vivono il nostro tempo e il nostro Paese.

Perciò il regista frantuma caleidoscopicamente i tempi della storia attraverso una costellazione di narrazioni e di volti che rispecchiano la molteplicità dei punti di vista. Le persone comuni che assistono allo ‘spettacolo’ mediatico dell’atto estremo di Beppino Englaro diventano simboli delle varie sfaccettature che può assumere lo sguardo sul dolore e delle sue implicazioni etiche, come anche significativa è la scelta dei loro nomi. Uliano Beffardi è un senatore del PdL la cui vicenda personale (ha aiutato la moglie malata terminale a morire, regalandole un estremo atto d’amore) lo porta ad una crisi di coscienza profondissima, fino al conflitto etico con i suoi compagni di partito al momento di votare la legge sull’eutanasia presentata strumentalmente dal centrodestra.

Maria Beffardi è sua figlia, una ragazza di stretta osservanza cattolica che va ad Udine a pregare perché Eluana sia lasciata in vita, ma lì incontrerà i fratelli Roberto e Pipino, arrivati per manifestare laicamente contro gli accanimenti terapeutici: il radicalismo schizofrenico di Pipino sconcerta Maria, ma la storia d’amore con Roberto la porterà almeno al dubbio, ad una visione più tormentata e meno schierata di quanto sta succedendo. In una casa/mausoleo invece una celebre attrice francese, detta Divina Madre, si ostina, con una certa nobiltà nel vivere il dolore, a venerare il corpo inerte e vegetante della figlia, recitando parossistici rosari e spettacolarizzando l’agonia della giovane, di fronte allo sconcerto del marito e del figlio Federico. Intanto altrove, nei pressi di un ospedale, la tossica Rossa, intelligente e disincantata, decide di liberarsi da un’esistenza ormai priva di senso, ma viene ostinatamente tenuta aggrappata alla vita da Pallido, un medico che la veglia in corsia, maturando per lei un amore quasi spietato. Questa costellazione di storie è il vero tema del film, un film su un’Italia che fa fatica ad acquisire una vera libertà di pensiero, soffocata da troppe sovrastrutture che invece il pensiero lo preconfezionano, come una macchina che tiene in vita a suo modo un Paese in coma. Bellocchio ci mostra da dentro queste storie, attraverso gli sguardi dei personaggi, i tagli di inquadratura, le luci curatissime, un montaggio attento che conferisce ritmo e unità al film, portandoci a comprendere le loro contraddizioni, più che a prendere una posizione.

Bella addormentata non dà nessuna risposta, illustrando solo le ragioni dei multiformi drammi personali. Visivamente costruisce il collante tematico fra le storie tramite le ossessive inquadrature delle televisioni accese, che portano nelle case il paradossale dibattito politico e l’impietosa superfetazione cronachistica cresciuti attorno alla morte di Eluana. Se vogliamo l’unico ammonimento di Bellocchio è quello che ci mette in guardia da un’accettazione passiva della spettacolarizzazione della sofferenza, invitandoci a pensare da soli, a elaborare le nostre idee, qualunque sia il loro orientamento, sulle strade della vita e ad andare oltre le retoriche stantìe di un pensiero preconfezionato e sedante. Insomma, Bella addormentata è un film molto importante, oltre che molto ben fatto, perché è un invito a sdoganare la cultura dalle maglie del mercato delle idee, a farne un valore problematico e, soprattutto, nostro, quindi per ciò stesso autentico. Vedere e rivedere questa pellicola arricchisce, ricordandoci che l’inutilità dell’arte è una delle cose più utili di cui ancora disponiamo per non perdere un’identità culturale la cui urgenza è troppo spesso e troppo intenzionalmente sottovalutata.
Bella addormentata (Italia 2012); regia: Marco Bellocchio; sceneggiatura: Marco Bellocchio, Veronica Raimo, Stefano Rulli; fotografia: Daniele Ciprì; montaggio: Francesca Calvelli; musica: Carlo Crivelli; cast: Toni Servillo (Uliano Beffardi), Isabelle Huppert (Divina Madre), Alba Rohrwacher (Maria Beffardi), Michele Riondino (Roberto), Pier Giorgio Bellocchio (Pallido), Maya Sansa (Rossa), Fabrizio Falco (Pipino), Gian Marco Tognazzi (marito Divina Madre), Brenno Placido (Federico), Roberto Herlitzka (senatore psichiatra); 110′

 

Roberto M. Danese

 

 

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