Il non lavoro culturale

In questi anni in città nel settore cultura non si è badato a spese.

Mostre, piazze e tetti riempite di sculture colorate, stipendi per direttori artistici di teatri e grandi eventi. E tra poco pure il restyling di Piazza verdi. Il motto “si può fare tanto con poco” dell’assessore Boeri di Milano (che con questo motto ha messo in piedi un colosso come Book city) da noi era diventato: “Si può fare poco con tanto”.

Nonostante i finanziamenti infatti la città non è decollata e il Camec diventa uno spazio gelido come un frigorifero e il Civico uno spazio vuoto (ma non nel senso dato da Peter Brook…)

Anzi, paradossalmente alcuni eventi sono finiti nel loro stadio più basso nella totale assenza di giustificazioni e rimedi da parte di dirigenti con stipendi dai molti zeri.

La crisi economica è arrivata e oggi limita le risorse e le ambizioni di un tempo. I finanziamenti alla cultura continuano a diminuire e razionalizzare le spese non basta più come forse neanche fare rete (anche se è indispensabile).
Quelli per la direzione (o presunta tale) del Camec e Civico sono bandi “senza impegno di spesa”. Il fortunato investito di tale onore, lavorerà un po’ per la gloria. Ci risiamo. Gira ancora questa diceria che il lavoro culturale sia un “non lavoro”, quello a perditempo, per chi se lo può permettere, da pensionato, o da ricco, tra una partita a burraco e un thé.

L’assessore è uno storico, conosce biblioteche e frequenta archivi e sa che a fabbricare una macchina e fabbricare un libro la fatica è identica. Forse col libro ci si sporca di meno. Il problema è un altro: si risparmia in un settore in cui non si crede, che si pensa non porti ricchezza, un ramo secco da tagliare, un obbligo morale ma di fatto, un peso materiale da sobbarcarsi o da eliminare alla radice. Si tagliano gli alberi in città, si può anche tagliare uno stipendio per un inutile direttore artistico.
Diventa poco digeribile sapere che nonostante gli slogan elettorali sugli investimenti per la cultura di cui ci hanno intasato le caselle della posta (elettronica e fisica) si continui in realtà a credere che un lavoro intellettuale (di qualunque genere) possa essere sottopagato e precarissimo in quanto socialmente poco utile o indispensabile. Quello che viene chiesto da questi bandi è un lavoro pagato una tantum e somministrato “a chiamata”: che differenza c’è, allora, tra un Comune e un call center di Bangalore? Perché non lo dite ai politici, ai nostri amministratori, agli assessori di lavorare a spot ed essere pagati poco e di tanto in tanto? O di fare sacrifici per la comunità mentre tutto intorno è uno spreco di economie continuo?
In fondo quello che chiediamo è molto semplice: se la contrazione delle risorse pubbliche alla cultura è inevitabile può comunque, essere guidata da strategie consapevoli, piani organici, visioni politiche coerenti? E’ possibile che questa progettualità anche al ribasso, possa essere resa pubblica, senza bisogno ogni volta, di mettere i cittadini nelle condizioni di fare comitati, lettere pubbliche, appelli?

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