Cartolina dal Kosovo n.4

Theatre in place of war?

Il teatro può non essere protagonista assoluto in questo territorio in cui la divisione territoriale serbi-kosovari in forma di barricate di sassi e terra e la difficile convivenza etnica e religiosa nel post war Kosovo viene chiamata con un titolo shakespeariano: romeo and juliettism? Il teatro può essere la vera piattaforma di dialogo tra i popoli, un ponte tra culture che non si incontrerebbero mai?

A teatro la “normalizzazione” -per dirla con i termini burocratici di Bruxelles-, imposta dall’alto, frutto di negoziati, bilaterali, piattaforme o attraverso meccanismi di controllo di polizia internazionale, non funziona: si usa con assai migliore efficacia, quel genuino senso di ricerca collettiva di valori condivisi legati alla indipendenza, alla ricostruzione morale e civile oltre i separatismi e i nazionalismi.

Tutte riflessioni e interrogativi alla base del lavoro teatrale di Jeton Neziraj, drammaturgo trentacinquenne già direttore del Teatro Nazionale del Kosovo,  i cui testi rappresentati in molti paesi europei (recentemente ha avuto successo al festival di Lipsia Euro-scene con Yue Medlin Yue) e negli Stati Uniti (The demolition of the Eiffel Tower) lo hanno reso un personaggio da cui è impossibile prescindere occupandosi della scena balcanica.

Sono venuta a Pristina per la seconda volta, invitata ufficialmente dalla compagnia Qendra Multimedia di Jeton Neziraj per il debutto al Teatro Nazionale del suo nuovo testo Fluturimi Mbi Teatri e Kosoves messo in scena dalla giovane e bravissima moglie, Blerta Neziraj e dalla compagnia Qendra con in scena anche due straordinari musicisti italiani, una violinista e un fisarmonicista: Gabriele Marangoni e Susanna Tognella.
Avevo letto il testo tradotto in inglese e a fronte di una trama che sembrava davvero intrigante ma anche decisamente  scottante, sulle tematiche dell’indipendenza del Kosovo, mi ero stupita che in un paese a così alto tasso di controllo istituzionale, non ci fosse stato alcun tentativo di boicottaggio. Mi sbagliavo. Jeton mi accenna per mail pochi giorni prima della mia partenza, di un grave tentativo di censura da parte del Governo attraverso il Ministro della cultura per impedire il debutto al Teatro Nazionale previsto per la serata del 5 dicembre.

Mi scrive anche che nel caso, lo avrei visto comunque, ma non a Pristina: “Verrai con noi a Tirana il giorno dopo o a Skopje o a Belgrado. E’ il piano B”. A Belgrado sapevo già che non lo avrei potuto vedere: il mio stamp di ingresso dall’Italia attraverso il Kosovo mi avrebbe impedito di entrare in Serbia. Ma c’era da capire come la comunità teatrale, culturale e anche le istituzioni politiche degli altri paesi presenti qua per business (banche, ditte di ricostruzione, telefonia) avrebbero reagito e sarebbero intervenute per impedire che un paese che ha chiesto di entrare nell’Unione Europea, facesse cadere la ghigliottina della censura oggi, nel 2012 su un autore affermato a livello internazionale. C’è poco tempo ma una mobilitazione stava già per entrare nel vivo. Il 5 dicembre a Pristina “la bella” nevica abbondantemente. Il gruppo di critici internazionali e direttori di teatri che sono stati invitati in Kosovo (o meglio, che hanno accettato di venire) tra cui Hans Echnaton Schano (ex attore del Living Theatre) vengono convocati la mattina a teatro; scaglionati a causa dei diversi fusi orari e dei jet lag, ci precipitiamo dentro, chiedendo tutti subito la stessa cosa: “Ci sarà lo spettacolo?” Jeton ci spiega come la situazione si sia sbloccata da poche ore solo grazie all’intervento dell’ambasciatore austriaco, tedesco e svizzero.

Forse a questo punto vale la pena ricordare la trama, così si spiegano meglio le parole liberatorie di commento di Jeton sull’assurda vicenda degna di un testo beckettiano o di un poliziesco: “It’s like a film!”. Come spesso accade, la realtà (e la stupidità umana) supera anche la più fervida immaginazione, e l’intervento della censura governativa sembra davvero un perfetto “ultimo atto” della commedia di Jeton. Insomma, un “play within a play”.

 

Aspettando (con Godot) l’indipendenza del Kosovo.

Un regista e la sua compagnia teatrale in residenza al Teatro Nazionale del Kosovo mentre stanno provando la più famosa piéce di Beckett, riceve la visita del segretario del Primo Ministro.

PH. Avri Selmani

Dovranno mettere in scena l’indipendenza (ancora non avvenuta) del Kosovo. Occasione unica e ghiotta per l’ambizioso regista il quale sottostà a tutte le richieste del segretario pur di non perdere la commissione, e inizia a immaginare uno scenario possibile, un testo, dei personaggi, dei dialoghi. Unica incognita: la data. “Quando ci sarà la dichiarazione di indipendenza”? chiede. Nessuno lo sa ancora. Segreto di Stato. Dovrà essere una data che sta bene a tutti, Usa e membri Ue, ma anche Eulex, Kfor, Unmik… Quindi si iniziano le prove senza sapere esattamente la data della rappresentazione. Il segretario richiede di inserire un testo, quello che leggerà il Ministro davanti al popolo in festa. Anche questo è ovviamente top secret e verrà dato pochi minuti prima della messa in scena.

Le incognite iniziano a essere troppe. Che dirà il testo? E soprattutto quando verrà portato? Ma il regista non si scompone, soprattutto quando sente la cifra messa a bilancio “2 milioni di euro”. Ma tra vari passaggi i soldi arriveranno a essere, alla fine, solo ventimila. Accenno sarcastico alla corruzione istituzionale imperante in Kosovo. Si alternano situazioni tragicomiche in cui il segretario in veste di censore ufficiale, ascolta la trama e corregge passaggi niente affatto “secondari”, quando per esempio, si racconta delle battaglie in cui i kosovari hanno battuto i nemici serbi bisognerà dire che in realtà quelli sono amici.

Si chiama “ragion di stato”, quella che fa cambiare di segno le ideologie e trasmutare in senso opposto gli ideali a cui si è creduto e per i quali si è combattuto. Così mentre aspettano frementi la data dell’indipendenza, a un tecnico di palco viene in mente di attuare la sua meravigliosa e quasi eroica missione: fare una trasvolata kosovara aggiustando un rottame di aereo della seconda guerra mondiale, attaccandogli un motore del palcoscenico e lanciando da lassù volantini con scritto “Riconoscete il Kosovo”; altri hanno pensieri personali da risolvere, ben più urgenti dell’indipendenza: l’attore, ormai solo ubriaco di professione, vuole tornare con la moglie che lo ha lasciato.

Ma è sull’avvenente attrice, famosa per poche battute in una fiction tv, che il regista conta per avere un “aiutino” sulla data della dichiarazione di indipendenza: la donna cercherà di carpirla  dal segretario in persona. Non tornerà a mani vuote: non ha la data ma una promessa per un debutto non proprio a Broadway ma almeno in qualche ambasciata americana.

Mentre il regista impazzisce, ha crisi autorali e incubi notturni e dubbi sulla data che a volte sembra vicinissima a volte lontanissima e sul testo che proprio come Godot non arriva mai, l’attore che deve fare la parte del protagonista si ubriaca come al solito e in scena storpierà la dichiarazione ufficiale del Ministro e alla fine la trasformerà in un assurdo e convulso monologo.

La dichiarazione dell’indipendenza è un piagnisteo di un ubriacone rivolto alla moglie perché lo riaccolga a casa. Se l’indipendenza del Kosovo è una festa per tutti, per la compagnia questa data si rivelerà una Waterloo. Anche il volo sarà un disastro e l’aereo con le parti del velivolo tenute insieme solo dalla buona volontà di un folle, precipiterà sul tetto del Teatro e il pilota, non capìto nel suo slancio patriottico, verrà scambiato per un attentatore sovversivo.

Se l’indipendenza del Kosovo è passata per altre strade, quelle del consenso dei Paesi che contano lassù a Bruxelles, senza coinvolgere la popolazione che neanche sapeva quando sarebbe avvenuta, quella teatrale è stata messa effettivamente a rischio, sia nella finzione sia nella realtà. E anche in questo caso, come per tutta l’economia kosovara, salvifico è stato il deus ex machina dall’accento germanico. All the rest is silence. Silenzio beckettiano, ovviamente.

 

E sul palcoscenico com’era?


La comicità o meglio il registro tragicomico di Jeton Neziraj ha il suo compimento migliore proprio nella scrittura scenica di Blerta Neziraj che sottilmente e con maestria accentua il ridicolo dei personaggi di potere (con relativi servi) e della situazione generale (un’indipendenza ottenuta con il permesso dell’UE e con il benestare di tutti i paesi ospiti -non sempre così graditi- sul suolo kosovaro) attraverso la soluzione scenica di 4 sedie (che diventano un’ottima appendice attoriale, con cui creare balletti, atti di seduzione, proclami).

Scrittura scenica che passa anche dalla scelta dei costumi con i colori della bandiera kosovara (gialla e blu) e la scenografia con una specie di tetto forato con le stelle bianche (che corrispondono alle diverse etnie nella bandiera del Kosovo) e soprattutto dalla presenza della musica dal vivo realizzata da un fisarmonicista e una violinista, straordinari interpreti ben visibili sul palco. Si tratta di due collaboratori di lunga data della compagnia, Gabriele Marangoni e Susanna Tognella, due italiani che hanno creato per l’occasione una partitura ritmata coinvolgente, allegra, scanzonata e folle almeno quanto la scrittura teatrale.

Si passa senza soluzione di continuità dal motivo sognante di Singing in the rain pizzicato al violino a suoni tradizionali balcanici fino a Mission impossibile o alla soluzione strepitosa del coro weill-brechtiano fatto solo delle sigle dei contingenti militari e dei paesi UE. Solo questi passaggi varrebbero tutto lo spettacolo per restituire il senso di una forte denuncia (non meno attenuata dalla scelta del registro parodico) di un sistema di potere che in Kosovo ha assunto le forme di un protezionismo UE.

Questo è un vero teatro d’attore con gag e azioni coreografate da far piegare in due il pubblico dalle risate, con punte di bravura interpretativa che hanno fatto scattare varie volte, in un teatro zeppo all’inverosimile di giovani, applausi a scena aperta: ecco gli interpreti: Bajrush Mjaku, Adrian Morina, Anisa Ismaili, Adrian Aziri, Ernest Malazogu.

Come in altri testi di Jeton, la situazione è talmente assurda da poter essere vera o almeno verosimile, i personaggi talmente consumati nei loro cliché da risultare probabili (anche fuori dal Kosovo): funzionari corrotti, registi e attori compiacenti e venduti al politico di turno, un teatro non votato all’ideologia ma al vile denaro. Ma levando anche il contesto teatrale lo sguardo generale non cambia di molto e non rassicura granché. Standing ovation finale e applausi. Anche da poliziotti Eulex.

 

 

 

Nella foto: Anna Monteverdi con alcuni membri di Eulex a teatro per Jeton Neziraj  (Michele Sabatini in primo piano, Giancarlo Monteverdi, Ekki Goebbel) 

Desidero fare un ringraziamento speciale alle persone che mi hanno accompagnato in questo viaggio, aiutato a capire la situazione politica del Kosovo e a scrivere questi resoconti: dott. Giancarlo Monteverdi; ing. Michele Sabatini (Eulex).

Un ringraziamento all’ambasciatore italiano in Kosovo, Dott. Michael Giffoni con cui abbiamo conversato non solo di politica ma anche di arte, teatro e letteratura.

Un abbraccio fraterno a Jeton e Blerta Neziraj, che hanno creato quel “teatro necessario” e non “mortale” che amiamo.

Grazie a Gabriele Marangoni, Sunita Kurti e a tutta la compagnia Qendra multimedia che mi ha accolto amichevolmente nei loro spazi, permettendomi di vedere prove e condividendo conversazioni e molti caffè.    

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