Cartolina dal Kosovo n.3

 Il mio secondo viaggio in Kosovo non è tranquillo come il precedente.

Il 28 novembre era una data importante per i Balcani perché si festeggiavano i 100 anni di indipendenza dell’Albania (il “Flag Day”), e anche a Pristina i kosovari di etnia albanese e non solo, erano in festa, con le bandiere rosse con un’aquila nera a due teste al centro innalzate ovunque, fuochi d’artificio e una manifestazione “baffuta” (una sfilata con uomini in baffoni veri e finti a ricordo degli eroi della guerra del 1912 contro l’Impero Ottomano).

Per una curiosa coincidenza il giorno dell’indipendenza dell’Albania era anche la ricorrenza della data di nascita (28 novembre) di quello che viene considerato un eroe nazionale, la cui iconografia è stampata ovunque, Adem Jashari, uno dei primi volontari del Kosovo Liberation Army, tra i fondatori dell’UCK, figura però assai controversa (per alcuni un valoroso comandante per altri un criminale di guerra, e non solo di guerra, ucciso con la famiglia a Prekaz).

Hashim Thaci, primo ministro kosovaro, ha colto l’occasione per riportare l’evento all’urgenza politica del momento, l’annessione all’Unione europea e la piena accettazione della sovranità nazionale da parte della Nato: “Today Kosovo is an indipendent and sovereign state and has its security force. We should all be proud that Albania is a member of NATO. Also Kosovo will join NATO soon. We will be unite in NATO and EU”. Anche il partito nazionalista Vetevendosje coglie l’occasione per ricordare il progetto mai spento di una riunificazione della Grande Albania.

Il giorno dopo, il 29 novembre, esce su tutti i media il verdetto sullo scottante “caso Haradinaj”: il tribunale penale internazionale dell’Aia ha assolto l’ex primo ministro del Kosovo ed ex comandante dell’Uck Ramush Haradinaj e altri due componenti dell’UCK (in prigione ad Hague) dal reato di crimini di guerra, omicidio e trattamento crudele e di tortura inflitto nel 1999 a Jablanica nei confronti di minoranze etniche (serbi, rom, egiziani).

Kosovo: 800 uccisi e nessun colpevole” titola così Riccardo Noury giornalista e membro di Amnesty International, l’articolo sul suo blog nel Corriere della sera on line, ricordando anche che erano rimasti solo due testimoni al processo. L’evento della liberazione di Haradinaj è stato salutato con giubilo tra la folla. Fuochi d’artificio un po’ speciali, con colpi sparati per strada con gli Ak47.

Qualche giorno dopo, alcuni veterani dell’UCK hanno manifestato contro il quartier generale dell’Eulex bloccandone gli ingressi, per chiedere la liberazione del leader militare dell’Uck Fatmir Limaj (classe 1971), vicino a Hashim Thachi, ex ministro dei Trasporti dal 2008 al 2010. Già processato e assolto dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia nel 2005 per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità per i fatti avvenuti nel campo di prigionia di Lapusnik, Limaj è ora sotto custodia cautelare accusato per i fatti di Klecka (fonte: Agenzianova. Kosovo).

La situazione poi, è ancora calda nelle zone di confine con la Serbia, nel Nord del Kosovo, in particolare nella città di Mitrovica, letteralmente divisa in due, metà serba metà albanese kosovara (parte Nord e parte Sud) dal ponte sul fiume Ibar; al Nord l’etnìa serba lì residente da sempre, non accetta i nuovi confini e l’annessione del loro territorio al Kosovo poiché vogliono appartenere alla Serbia. Ma questa è una situazione spinosa anche per Belgrado, tenuto conto che a breve si avrà una pre-annessione della Serbia nella UE a patto proprio che dimostri che il dialogo con Pristina stia avanzando. Dialogo che non significa riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

Mentre la situazione è apparentemente stabile nelle altre 3 comunità serbe kosovare di Kosovska, Zevca, Leposavic e Zubin Potok, da qualche tempo i serbi kosovari del Nord hanno innalzato a Mitrovica una barricata di terra e sassi sul ponte, una sorta di blocco costantemente presidiato da una parte da poliziotti kosovari e Kfor internazionali (a Sud), dall’altra (a Nord) dai serbi kosovari. Aggressioni, attentati e sparatorie vengono registrati quasi quotidianamente nella città di Mitrovica. Andare a Mitrovica fa impressione: pochissime donne in giro, locali fumosissimi e le strade piene di persone prive di attività (in Kosovo la popolazione è per il 45% senza lavoro e il 40% è sotto la soglia di povertà, fattore che incrementa la criminalità).

In prossimità del ponte, dove la Repubblica del Kosovo esercita effettivamente la giurisdizione, hanno innalzato un monumento all’Albania e ai caduti dell’Uck mentre al di là del ponte, attraverso lo stretto corridoio per entrare a piedi nella enclave Nord della città, è tutto uno sventolìo di bandiere serbe. La polizia ci avvisa che a passare il ponte si rischia di essere mirati dagli snipers, dai cecchini.

Dott. Michael Giffoni

La situazione di “instabilità controllata” in Kosovo è ben stigmatizzata dall’ambasciatore italiano a Pristina, Dott. Michael Giffoni, esperto dei Balcani (era a Sarajevo ne periodo dell’assedio e della guerra dal 1994-1996 e dopo gli accordi di Dayton, è stato per tre anni consigliere presso l’Ufficio dell’Alto Rappresentante per la Bosnia, inizialmente retto da Carl Blidt), che gentilmente mi riceve in una nevosa giornata di dicembre nella sede dell’ambasciata italiana:

La situazione è abbastanza stabile ma fragile. Sono passati 4 anni e 9 mesi dalla indipendenza del Kosovo del febbraio 2008 e da allora questo processo di consolidamento istituzionale è andato avanti con successo, pur con alcune evidenti lacune. Sul piano interno tutte le comunità inclusa quella serba a Sud del fiume Ibar, ha accettato questo nuovo contesto istituzionale e il principio del decentramento amministrativo, che concede pari tutela e rappresentanza a tutte le comunità. I serbi del Nord però, non accettano questo stato di cose; nel luglio 2011 sono state innalzate barricate che dànno un senso di fragilità che contraddice questo processo di consolidamento interno. Il Nord non accetta neanche il dialogo tra Pristina e Belgrado, favorito e facilitato dal’Unione Europea che da ottobre scorso si svolge ad alto livello politico con incontri dei due Primi Ministri a Bruxelles. A livello internazionale il vero problema è che la mancata normalizzazione, anche solo a livello embrionale, dei rapporti tra Belgrado e Pristina ha impedito una piena legittimazione del Kosovo con conseguenze anche per la stabilità e la Prospettiva Europea di tutta la regione dei Balcani occidentali.

L’Ambasciatore per spiegarmi il sistema istituzionale in fase di transizione, efficace ma graduale, usa l’immagine delle “convergenze parallele”:

In sostanza, a un primo livello di sovranità interna, evidente e concreta per la stragrande maggioranza della popolazione, si contrappongono livelli di realtà/virtualità che lo contraddistingono in parte: il livello della mancata accettazione piena della comunità serba all’interno, e quello del mancato pieno riconoscimento internazionale con il Consiglio di Sicurezza dell’ONU che, per il veto di Russia e Cina, ancora si muove in un quadro precedente alla proclamazione dell’indipendenza, nonostante la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2010 che l’ha considerata non contraria al diritto internazionale e alla stessa Risoluzione 1244″.

Da questa situazione non si può sperare che le rette (ovvero tutti gli attori protagonisti: Unione Europea, Onu, Serbia, Kosovo, le diverse etnie e le comunità interne) si incontrino e finiscano per coincidere perfettamente, ma, ci ricorda l’Ambasciatore, “almeno si può auspicare e si deve lavorare affinché si avvicinino il più possibile. L’Italia partecipa e conta molto, è un Paese capofila che ha riconosciuto subito il Kosovo e ha cercato di rendere meno traumatico l’impatto dell’indipendenza”.

Ci sono ancora 5 Paesi su 27 che non hanno ancora riconosciuto il Kosovo: Cipro, Grecia, Romania, Spagna e Slovacchia.

I serbi in Kosovo non se la passano benissimo, sia per i trascorsi di guerra sia per la questione religiosa: i serbi in generale e i serbi kosovari sono cristiani ortodossi mentre i kosovari albanesi  sono musulmani (e sta pericolosamente aumentando anche il fondamentalismo islamico di stampo waabista). Con la Serbia che con il suo primo ministro Dacic sta negoziando a Bruxelles il suo accesso all’UE, con i primi passi verso un dialogo con Pristina attraverso la gestione integrata dei valichi di confine iniziati il 10 dicembre scorso (con la presenza ai gates di Eulex) la “normalizzazione” e il processo di integrazione europea sembrerebbero apparentemente vicini.

Apparentemente, sia perché di fatto la Serbia afferma che non si tratta di confini, dando al Kosovo lo status di sua “provincia meridionale”, sia perché allo stato attuale, le proteste –confluite in impedimenti della creazione di infrastrutture (i cosiddetti Co-located Bcp’s sono adesso funzionanti grazie anche al lavoro del responsabile della logistica Eulex, l’ingegner Michele Sabatini) presso i valichi amministrativi del Nord, presso il valico di Jarinje per esempio- hanno rischiato di far saltare l’attuazione dell’accordo raggiunto a Bruxelles tra Belgrado e Pristina.
Di questo me ne parla praticamente in tempo reale mio cugino Giancarlo Monteverdi, team leader della police in Eulex che dopo la risoluzione degli accordi per la gestione integrata dei valichi, è stato incaricato di stare al gate 3 con funzione di monitoraggio con un orario di lavoro di dodici ore che quasi gli impedisce il rientro giornaliero a casa nella capitale.

Fuori dalle zone rosse un’altra battaglia si combatte a suon di milioni di dollari: il Kosovo si appresta, infatti all’avvento di una massiccia presenza americana per l’affare più lucroso del paese, la privatizzatizzazione della PTK (Poste e telecomunicazioni), l’operatore telefonico nazionale. L’Herald Tribune di qualche giorno fa titolava: Back in Kosovo for business: i due personaggi che ritornano in Kosovo per contendersi la PTK sono niente meno che Mrs Madalein K Albright, (ex segretario di stato Usa) e James Pardew, inviato speciale durante la presidenza Clinton, nei Balcani.

 

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