Cartolina dal Kosovo part 2: Theatre in Place of War

“Ci sarà un teatro”.

C’è. E’ il Teatro Nazionale Teatri Kombetar i Kosoves in pieno centro, parzialmente danneggiato dai bombardamenti.

Il Teatro Nazionale è un teatro di 300 posti senza palchi con pianta a ferro di cavallo con un palcoscenico piuttosto profondo. Ha anche una sala specifica per la danza perché ospita il National Ballet of Kosova. A ottobre è stata inaugurata una mostra con i volti dei massimi interpreti e autori teatrali mondiali: nel foyer Pirandello sta insieme a Stanislawski.

Il teatro, collocato a una delle estremità del boulevard Mater Teresa, in parte danneggiato dai bombardamenti e con l’area intorno in completo rifacimento, è da giorni completamente al buio. Pare non abbiano soldi per pagare l’elettricità ma mi assicurano che quando ci saranno le prove, ripristineranno la luce.

Il biglietto per il teatro costa un euro.

C’è un teatro e c’è pure un drammaturgo giovane e assai attivo che lo ha diretto fino a pochi mesi fa.Si chiama Jeton Nassirej, ha 35 anni, ed è una personalità riconosciuta in Kosovo e nei Paesi Balcanici ma anche all’estero, specie nei paesi germanici (Svizzera, Austria e Germania). Dirige la compagnia Qendra Multimedia nata nel 2002 a Pristina.

E’ autore di oltre 15 commedie (tra cui The last Supper  “Yue Madeline yue”; The demolition of the Eiffel Tower; “The bridge”, War in time of love”) rappresentate a Vienna, a Parigi e Londra, oltre che in Kosovo, Albania, Croazia, Serbia, Macedonia.

 

 

 

 

Anna Monteverdi e Jeton Neziraj

 

Neziraj non si ritiene un “autore guerrigliero” ma un “autore in tempo di guerra”. Pubblica in albanese ma è tradotto in inglese, francese e tedesco, ed è seguito da un’agenzia letteraria per la distribuzione delle sue opere. Il suo testo più famoso e più rappresentato è War in time of love.

E’ animatore di numerose manifestazioni, festival e forum teatrali (In place of war: theatre and nationalism 2010 in collaborazione con l’Università di Manchester) e letterari (Polip_borders of politics, the beginning of po-ethics), impegnato sul fronte dell’attivismo intellettuale e sul ruolo dell’artista, sulla sua responsabilità e sul suo margine di libertà nei processi socio-politici in atto. Jeton ha dato vita a molti progetti di cooperazione e di integrazione in parte finanziati anche dalle organizzazioni internazionali che hanno base qua. Il più importante è sicuramente il progetto VOICES in collaborazione con l’Office on Missing Persons della Nato, con cui ha cercato di unire etnia serba e albanese sulle tematiche della memoria, del conflitto, del trauma attraverso testimonianze dirette o registrate delle vittime e con attori da Pristina e Belgrado, mettendosi in condizione di essere fortemente criticato e osteggiato dal Ministero della cultura kosovaro

I suoi testi che trattano tematiche politiche anche scottanti come il problema dei profughi di ritorno, dei rimpatriati forzati, quello del fondamentalismo islamico e in generale del “chaotic post-war Kosovo”, sono solo in parte assimilabili a quello che qua viene definito il “teatro documentario”; casomai è più vicino a quella corrente in voga anche nell’Europa occidentale, di “dramatizing reality”.

  Jeton Neziraj parla delle sue opere come di “tragicomedies of the absurd”: i suoi protagonisti sono “roman” o albanesi resi ridicoli nella loro stereotipia mediatica (il musulmano terrorista, la donna con il burqa, la zingara esotica)

Nel suo teatro l’umorismo e la comicità possono diventare un’arma fenomenale per distruggere luoghi comuni e convinzioni separatiste: la vedova di guerra si innamora dell’addetto all’ufficio Missing person dove era andata a denunciare la scomparsa del marito, musulmani sulla torre Eiffel, l’uomo che fa indossare alla sua donna il burqa non la riconosce più, in mezzo a troppe donne velate.

Ci diamo un appuntamento in un luogo veramente assurdo: davanti alla statua di Bill Clinton. Ci riconosciamo a distanza (potenza di facebook). Mi accompagna nel quartier generale della compagnia, Quendra Multimedia. Quendra significa Centro ed è in un “basement” molto popolare che Jeton usa per le prove da quando è stato allontanato dalla direzione del Teatro per motivazioni politiche legate ai suoi progetti di integrazione o alle sue critiche al fondamentalismo islamico. Jeton ha ingaggiato un carteggio pubblico con il Ministro della cultura che non ha valutato adeguatamente la sua posizione e molti artisti hanno firmato una petizione senza ottenere alcun risultato.

Quendra fa editoria letteraria (ha pubblicato una bella raccolta di graphic novel di autori kosovari giovanissimi e vari volumi di saggistica), cortometraggi, produzione di spettacoli ed eventi (come l’International Theatre Meeting: New plays and theatre forms, giugno 2011 alla presenza di Biljana Srbljanovic), ed è un centro per la traduzione in lingue europee delle opere di autori kossovari.

Intravedo la regista e alcuni attori, deve essere una commedia: una di loro mima i gesti di una depilazione con ceretta, un altro è seduto e sta mimando una bevuta eccessiva. Parlano in albanese e mentre Jeton mi è andato a prendere dei libri io faccio delle riprese. Jeton torna con una busta di libri e penso che io sono al limite con il peso per l’aereo.

 

Cos’è un Teatro Nazionale?

Al di là della struttura istituzionale che rappresenta, Jeton Nessiraj riflette sui suoi saggi, sul ruolo e sul contenuto del programma che un Teatro Nazionale dovrebbe avere in uno Stato appena nato. Non ha dubbi sulla sua nuova identità:

Deve essere un teatro completamente autonomo nelle sue attività, un teatro che articola le richieste e i bisogni del pubblico Kosovaro, un teatro che riflette criticamente sul passato e sul presente, un teatro che affermi la cultura del Kosovo nel mondo e allo stesso tempo porti in Kosovo lla ricca cultura teatrale mondiale. Un teatro che si riconosce con proprie estetiche, con un ruolo emancipato, un teatro aperto e pronto a vedere oltre i “National topics”, un teatro che diventa la voce dei deboli e degli oppressi.

Lungi dall’autoconfinarsi in un’isola (o in un ghetto) di passioni nazionalistiche, con repertorio, temi e cliché e al di là di “patriottismi artistici”, la nuova identità sarà creata

con l’abbondante arsenale fornito dal passato. Il passato è come un magazzino inesauribile che fornisce quella nuova identità. Ma cosa prendere e cosa non prendere dal passato? E in che tipo di nuova confezione il passato sarà avvolto? Queste sono domane, dilemmi, aspirazioni per il nuovo teatro”.

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