Cartolina dal Kosovo (part 1). Una questione di confini

Partenza da Verona per Prishtina capitale della neo Repubblica del Kossovo, il più giovane Stato del mondo, grande quanto la nostra Basilicata.

Nell’aereo da 300 posti siamo in 6. Ci attende uno smistamento di persone provenienti da vari paesi: alla dogana il primo ufficio è quello per il “reintegro dei rimpatriati”. Ci attende anche la foto appesa ovunque di Adem Jashari eroe della guerra di liberazione kosovara a cui è intitolato l’aeroporto.

La guerra in Kossovo inizia nel 1998 e termina nel 1999. Nel 2002 la Nato istituì per il Kossovo The office of missing persons and forensics. Nel 2008 il Kosovo si autoproclama Stato indipendente, ma non tutti i paesi lo riconoscono (l’Italia e la Germania si, la Spagna, la Bulgaria e la Russia no).

In Kossovo rimane stabile dal 1999 una missione Nato (chiamata KFOR- Kosovo Force) autorizzata dalla risoluzione n.1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I compiti sono quelli di proteggere il Kossovo dalle incursioni serbe considerato che ha scarsa capacità di difesa militare (non ha aereonautica e ha un limitatissimo embrione di esercito). La Serbia infatti, continua a ritenere il Kossovo parte integrante del proprio territorio. Le etnìe serbe presenti in alcune città e in certe enclavi, continuano a premere specie ai confini settentrionali, non riconoscendo la giurisdizione del Kosovo e volendo annettersi alla Serbia; la situazione politica generale è sintetizzabile in quella ottima definizione di “instabilità controllata”.

Se nella capitale Pristina la situazione sembra piuttosto tranquilla, al Nord del Kossovo la situazione si fa più calda, come mi aveva anticipato l’ambasciatore italiano dandomi via mail il benvenuto nel territorio kossovaro. Pochi mesi fa alcuni serbi kossovari hanno attaccato i gates, distrutto aree a nord di Dimitrovica -capoluogo dell’omonimo distretto del Kosovo settentrionale a maggioranza serba- e hanno innalzato barricate dividendo la città in due (Nord e Sud: è il fiume IBAR a fare da confine).

Non so molto della situazione attuale nei Balcani, non so bene come siano andate le cose prima della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, le ragioni profonde dei nazionalismi, degli estremismi e delle divisioni laceranti di questi territori che ne fanno un focolaio sempre acceso nel cuore dell’Europa.

Mi aiuta a capire qualcosa mio cugino Giancarlo che mi ha invitato ad andare in Kosovo dove lui è in forza al contingente internazionale (è team leader della Police Mobile Unite) mentre dall’aeroporto ci dirigiamo verso il centro con un mezzo della EULEX (organizzazione di polizia e di giustizia internazionale che presidia il Kossovo dal 2008).

Le strade sono costantemente ingorgate. Mi ricordano Amman.

 

Il Kosovo era una provincia autonoma della Serbia all’epoca di Tito; durante Milosevic l’autonomia gli viene revocata e diventa provincia ordinaria. Questo scatenò la reazione degli albanesi kosovari che si organizzarono in una struttura partigiana di lotta armata per la resistenza chiamata UCK. Grazie ai finanziamenti dei paesi occidentali e degli Stati Uniti l’Uck si è trasformato nel Fronte di Liberazione del Kosovo, il KLA. Il conflitto ha una terribile escalation ma nonostante gli appoggi esterni il Kosovo non era ancora in grado di contrastare l’agguerritissima Serbia e quindi si è reso necessario l’intervento della Nato che ebbe la meglio sulla Serbia. La decisione finale prevedeva che il KLA si sciogliesse e sotterrasse le armi, e che i Serbi si ritirassero dalla linea amministrativa (ABL) e il Kosovo sempre come provincia serba, passasse sotto l’amministrazione ONU con supporto militare Nato.

Ovviamente rimando ad testi e siti ben più documentati tra cui l’Osservatorio Balcani e Caucaso (www.balcanicaucaso.org)

L’attuale presidente del Kossovo è una donna, Jahjaga Atifete trentasette anni, ex language assistence e in seguito vicecapo della polizia dopo che era stato dichiarato nullo il voto a favore dell’imprenditore e tycoon Pacolli (ex marito di Anna Oxa). La maggior parte dei guerriglieri dell’UCK adesso sono nella politica e occupano posti di rilievo in campo economico e nell’amministrazione dello Stato. A capo del partito di maggioranza (PDK, Partito democratico) nonché primo ministro, è attualmente Ashim THACI, per alcuni un eroe della liberazione del Kossovo ma di fatto, attualmente ancora sotto inchiesta da parte delle organizzazioni internazionali, per crimini di guerra con accuse molto gravi.

In termini militari questa instabilità solo parzialmente controllata è legata alle organizzazioni di etnia albanese che spingono tutti nella direzione del progetto generalmente conosciuto con il nome “Grande Albania” e che punta alla riunificazione di tutti gli albanesi per far parte di un unico più grande stato che annetterebbe molti territori che appartengono al Montenegro, alla Serbia, alla Macedonia o alla Grecia. Vetevendosje, per esempio, che è il terzo partito politico del Kossovo per importanza (dunque un partito parlamentare, che fa parte dell’arco costituzionale) è per l’autodeterminazione del Kosovo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un Paese da ricostruire.

 La questione della corruzione è uno dei problemi del nuovo Kossovo. In effetti non si capisce quale sia la fonte economica primaria del paese, non essendo uno Stato autosufficiente.

Il Kossovo non ha risorse energetiche, a parte legna e carbone di torba. Le colline per questo motivo sono prive di alberi, quasi totalmente deforestate e presentano segni evidenti di desertificazione e conseguentemente, di instabilità idrogeologica. La centrale di Obilic che brucia torba in periferia di Pristina, inquina pesantemente con fumi non filtrati che si riconoscono e impregnano di un odore acre la città e aree limitrofe. L’Europa ha finanziato un programma di ammodernamento che pare, non sia mai stato applicato.

Quella del Kossovo è un’economia fortemente sussidiata dagli aiuti economici europei e dalle rimesse dei lavoratori kosovari emigrati all’estero; di fatto, una cospicua parte dell’economia pare sia legata agli introiti derivanti da attività criminale direttamente connesse con il traffico di esseri umani (migranti) attraverso vari corridoi, e poi al traffico di droga e armi.

Da quello che ho letto su Internet mi immagino di trovare un territorio devastato  ma non è così. I segni della guerra a Pristina sono visibili, almeno a prima vista, solo nell’attività ininterrotta di ricostruzione di intere aree cittadine senza alcuna pianificazione o progettazione urbanistica come si vede nel boulevard Mater Teresa: il Grand Hotel 5 stelle di svariati piani con rivestimento di un improbabile rosa shocking e oro sta a fianco di poverissime palazzine con laterizi e cemento a vista.

Una ricostruzione resa possibile con gli aiuti europei e americani ma gli interessi economici in questa area sono per lo più tedeschi, turchi, austriaci e svizzeri. Poche le ditte italiane. Molte le banche tedesche.

Il Kossovo è una regione sismica ma tutte le nuove costruzioni sono realizzate senza alcun criterio antisismico; il caso più clamoroso è quello della collina a Nord Ovest della città: considerata instabile geologicamente al punto che fino a tutto il periodo di governo serbo c’era divieto di costruzione, adesso è oggetto di sfruttamento edilizio con mega palazzi residenziali e popolari.

 

Un paese di contrasti.

Il Kosovo è fatto di contrasti violenti. Uno stipendio medio per quei kosovari che lavorano, è di 250-300 euro; un pasto costa 3-5 euro, negli shopping center locali o in quelli internazionali legati ai camp americani o tedeschi dove peraltro trovi “fake” delle migliori marche (anche se mi dicono che in realtà trattasi di un mercato parallelo, non di contraffazione) le scarpe non superano i 10 euro, giacconi e altri oggetti di vestiario difficilmente superano i 20 euro. Ma se attraversi la strada e entri nel quartier generale Eulex, un language assistence kosovaro ha uno stipendio equiparato all’Europa benestante: 1250 euro.

 

 Cos’è una cultura nazionale?

Pristina è una citta all’apparenza tranquilla: ha 500 mila abitanti, l’Università è in pieno centro così come lo Stadio dall’improbabile architettura da astronave aliena. Nelle strade perennemente ingorgate circolano molti mezzi militari Kfor, Eulex, UNMIK (Onu) e OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

C’è un National Museum, una National Library e un National Theatre.

L’indipendenza ha prodotto un orgoglio di identità nazionale ben visibile dai cartelli che campeggiano ovunque con la scritta Repubblica del Kossovo e che è ben altra cosa dal “nazionalismo” anche se spesso i due termini si confondono. Ma cos’è in questa area geografica, una “cultura nazionale”? Quella storica albanese o quella kosovaro-albanese neo-nata? E il nazionalismo è il sentimento politico e culturale che evita ogni contaminazione ma solo con l’elemento serbo o anche con quello macedone? E quali sono i confini di queste culture?

La Repubblica del Kossovo non ha, di fatto, un confine, si discute ancora ai vertici politici perché l’unica linea riconosciuta dagli accordi internazionali (che hanno definito una ABL) è una linea di demarcazione amministrativa con funzioni strategiche militari ma che non rispecchia  il confine storico tra la provincia del Kosovo e il resto della Serbia.

La nuova frontiera non è perciò, ancora conosciuta. Se chiedi alle persone dove si trova, ti rispondono: “E’ dove tutti sanno”.

Quel “dove tutti sanno” sono ancora i vecchi confini geografici prima del 2008.

 

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