Singolarità di una ragazza bionda (2009), un film di Manoel de Oliveira

 

Regia: Manoel de Oliveira. Con Ricardo Trêpa, Catarina Wallenstein, Diogo Dória, Júlia Buisel, Filipe Vargas, Leonor Silveira, Fernanda Borsatti. Durata: 64’ – Portogallo, 2009

Scrive un utente del Web riguardo a Singularidades de uma Rapariga Loura (2009): “[…] Ci sarebbe da domandarsi cosa ne sarebbe stato di quest’opera tratta da José Maria Eça De Queirós, se a firmarla non fosse stato l’ultracentenario Manuel De Oliveira, ma un qualsiasi ragazzetto esordiente. […] Non bastasse, ci sono le riprese, tutte rigorosamente a macchina fissa e con punti di ripresa a dir poco elementari, o la recitazione da oratorio di tutti gli attori o, ancora, gli inutili inserti vagamente grotteschi o intellettualoidi a mostrare che questo cinema gira totalmente a vuoto […]”; un altro replica: “[…] si tratta di una parabola che mostra pienamente gli anni che ha, ma la messa in scena del regista, adattata ai giorni nostri, non ha nulla che non vada e l’iniziazione di un giovane alle delusioni sentimentali della vita è materia fuori dal tempo, applicabile in qualsiasi contesto spazio-temporale. Come sempre De Oliveira predilige gli interni, le figure intere, la camera fissa e frontale: quanto di più semplice, a testimoniare – più che riprendere – l’azione, lasciando un retrogusto antonioniano […]”. Chi dei due ha ragione? Come spesso accade, la verità sta nel mezzo o forse sarebbe meglio dire “nell’insieme”. E’ evidente che ben poco si può aggiungere di criticamente attendibile su un piccolo film dove si affollano precarietà, passioni, delusioni, timidi rimpianti della Belle Époque, citazioni letterarie e musicali … e tutto questo in appena sessantaquattro minuti!

La nostra vicenda, comunque, ha luogo durante un viaggio in treno (già qui la memoria dovrebbe tornare subito alla Sonata a Kreutzer [1891] di L. Tolstoj). Il giovane Macário (R. Trepa), scusandosi per l’impertinenza, si sfoga con la vicina di scompartimento (L. Silveira), raccontandole la sua triste storia: questi lavorava come semplice contabile a Lisbona presso l’azienda tessile dello zio (D. Dória), suo tutore. Da qualche tempo si era invaghito della dirimpettaia (C. Wallenstein) la quale, a suo dire, gli si offriva puntualmente allo sguardo come una romantica apparizione di “neve e oro”, muovendo sensualmente un ventaglio rigido con dipinto un dragone cinese. Ricambiato dall’interesse di Luísa, così si chiama la fanciulla, Macário verrà presto ai ferri corti con lo zio, perdendo prima il lavoro, poi la casa, riducendosi a vivere in condizioni sempre più disagiate. In seguito ad un buon affare concluso a Cabo Verde, Macário comincia a veder arrivare i primi soldi ma, scoprendo malriposta la fiducia nel socio (F. Vargas), si ritrova al punto di partenza. Una svolta sorprendente arriva quando lo zio, compresa la sincerità delle intenzioni di Macário, restituirà il lavoro al nipote prestandogli, in aggiunta, la somma necessaria per chiedere, finalmente, la mano di Luísa alla sua famiglia. Ma …

Giunto alla ponderosa età di centoquattro anni, Manoel de Oliveira dimostra di essere ancora in grado di costruire una scena partendo dal set e da cosa vuole raccontare esattamente … e non delude. Anche quando il risultato finale appare irrisolto, come nel caso di questo Singularidades de uma Rapariga Loura: gli eventi presentati, per quanto ancora applicabili ai giorni nostri, hanno il sapore un po’ stantio di un romanzo ottocentesco di elevazione e caduta (il giovane onesto e giudizioso che si impone delle privazioni pur di accedere all’alta società, mondo della donna amata, perdendo la propria innocenza e rendendosi conto, troppo tardi, di essere caduto in un groviglio di vipere) e sessantaquattro minuti sono davvero insufficienti al cineasta portoghese per sbrogliare il nodo di citazioni, suggestioni e storie che si portano dietro ogni personaggio e ogni ambientazione. Certo, l’oggetto di discussione emerge distintamente e con sincera amarezza (il potere distruttore dell’avidità: Luísa umilia Macário rubando un anello nella stessa gioielleria dove stanno scegliendo le fedi per il matrimonio) ma restano, purtroppo, sulla carta potenziali tematiche quali l’intersecarsi di realtà e finzione (i personaggi odierni come immagini speculari alle creature letterarie di Eça De Queirós, evocate nella pellicola da riproduzioni in porcellana, esposte nella teca di un circolo culturale), l’esperienza del giovane Macário a Cabo Verde a testimoniare (con ironia?) la predisposizione tutta portoghese ai grandi viaggi per mare, la dialettica fra passato e modernità – da una parte vediamo la vecchia borghesia, sdegnosa ma realmente colta, che ascolta rapita la trascrizione per arpa di una delle due Arabesques di Claude Debussy o la voce di Luís Miguel Cintra mentre recita due sonetti di Fernando Pessoa, dall’altra la nuova borghesia, rappresentata dalla madre di Luísa (F. Borsatti), edonistica, parassitaria ed estranea alla vera bellezza.

Inoltre, nel prologo si ode la voce fuori campo del protagonista che conclude fra sé e sé “Quello che non riesci a dire alla tua consorte, quello che non riesci a dire al tuo migliore amico, confidalo ad uno sconosciuto”: Macário ha dato, dunque, un calcio al passato e si sposato con un’altra donna? Cosa lo ha portato a compiere questo passo? Perché lasciò Luísa così bruscamente, senza darle la possibilità di spiegare le ragioni del suo gesto? Non si diventa ladri dall’oggi al domani. Un capriccio? Un caso di cleptomania o un furto che celava un secondo fine? Troppi interrogativi senza risposta e un finale che rimane a coda di pesce. Ma avercene, di film con simili strumenti di discussione!

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