Ombra al buio: la vita di Ignazio Cutrò, testimone di giustizia.

“Noi testimoni di giustizia siamo ombre al buio”. Questo mi dice Ignazio Cutrò nella nostra chiacchierata telefonica ed è una frase che mi colpisce al cuore. Ombre al buio, chi le vede? In queste parole c’è più di quanto potrei dirvi io, potrei chiudere qui l’articolo e lasciar riflettere voi lettori sulla vita di un testimone di giustizia, ma la storia di Ignazio, imprenditore bivonese minacciato dalla mafia e lasciato solo dalle istituzioni (minuscolo voluto) merita di essere conosciuta.

Ignazio Cutrò, siciliano di Bivona (Agrigento) è un imprenditore che ha il coraggio (anzi, la forza, come puntualizza lui) di denunciare i suoi estorsori: “non ho mai pagato il pizzo”, racconta. Nel 1999 il primo attentato (l’incendio di una pala meccanica) e da lì fu tutto un susseguirsi di minacce e intimidazioni; nel 2006 Ignazio diventa testimone di giustizia, denunciando i suoi estorsori ed entra, assieme alla sua famiglia, nel programma di protezione. Grazie alle sue denunce, parte il processo “Face off” che, nel 2011, porta a vari arresti, per un totale di oltre 60 anni di carcere. Vittoria per Ignazio, dunque, che nel giugno di quest’anno ritorna anche a lavorare, dopo che per anni era stato impossibile. Oggi credeva finalmente di essere un uomo libero, ma il mese scorso è stato lasciato in Calabria (dove aveva portato la famiglia per una breve vacanza, dopo anni di sacrifici) da solo, senza scorta. Secondo i carabinieri calabresi, all’interno della struttura alberghiera non vi era alcun rischio, ma (precisa Cutrò) in realtà il pericolo c’era, in quanto l’ingresso dell’albergo era spesso aperto e senza controllo. Oggi Cutrò ha la scorta che lo accompagna al lavoro, ma non gode più della vigilanza fissa sotto casa. Mi racconta tante cose, dei numerosi appelli alle istituzioni che ha fatto nel corso degli anni, ma -mi dice- i testimoni di giustizia sono considerati un peso. A qualcuno farebbe comodo se stessero tutti zitti. “Nonostante tutto, lo rifaresti?” gli chiedo. Ignazio non ha dubbi: lo rifarebbe, perché così sente di avere la coscienza a posto, può guardare negli occhi i suoi figli, ha ancora la sua dignità. “E non lascio la Sicilia, è la mia terra” continua “ma se me ne andassi, non sarebbe una sconfitta mia, sarebbe lo Stato ad aver perso”. E poi, ancora, mi racconta dello sportello antiracket gratuito che ha in programma di aprire a Palermo, perché le sue difficoltà non devono scoraggiare chi ancora non ha denunciato, chi ha paura, chi è indeciso.

Poi Ignazio mi racconta di altri testimoni di giustizia: di Giuseppe Carini, testimone che denunciò assassini e mandanti dell’omicidio di Padre Puglisi (il prete del Brancaccio ucciso dalla mafia, per volontà dei fratelli Graviano, nel 1993) che poche settimane fa, lasciato solo sul traghetto mentre attraversava lo Stretto di Messina, è stato aggredito e picchiato da un pazzo e di Piera Aiello, cognata di Rita Atria (la picciridda di Paolo Borsellino) che l’anno scorso girava su un’auto blindata e quest’anno non più.

Ordinarie storie che sembrano favole, bugie, fantasie, ma che sono terribilmente reali. Ignazio Cutrò mi dice che per un testimone di giustizia è essenziale la vicinanza dei cittadini, che è importante far conoscere queste storie che nemmeno i giornalisti vogliono trattare.

Alla fine mi ringrazia per l’attenzione, ma sono io a dover ringraziare lui per la sua forza e per questa splendida lezione di vita: andare avanti nonostante le avversità, soli contro tutti, per la Verità e la Giustizia. Ognuno può fare la sua parte, ognuno deve farla.
Grazie Ignazio e grazie a chi, come te, ha messo a rischio la sua vita per un mondo migliore.

Per maggiori informazioni: www.ignaziocutro.com e https://www.facebook.com/#!/groups/316196125073553/?fref=ts.

Parlate della mafia. Parlatene in radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene. (Paolo Borsellino)

Claudia Bertanza

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