Pietà, un film di Kim Ki-Duk

Il Leone d’Oro al Festival del cinema di Venezia? Con sorpresa, un premio immeritato. Ammetterlo costa caro giacché i precedenti risultati di Kim Ki-duk – L’arco (2005) e Time (2006) su tutti – erano davvero parenti prossimi del capolavoro! Laddove c’era carne e sangue d’autore, nel recente Pietà (2012) rimane soltanto la carne e,  su di essa, dello sperma imputridito.

La pellicola in esame pedina gli itinerari giornalieri di Kang Do (Lee Jung-Jin), un giovane balordo di mezza tacca che vive ricattando piccoli artigiani e negozianti. La procedura è semplice e terribile: incitare i malcapitati all’automutilazione così da incassare i soldi dell’assicurazione e, con la somma, pagare il debito che hanno con lui. Nella sporca routine di Kang Do fa breccia una donna taciturna e misteriosa (Jo Min-Su) che affermerà, poi, di essere sua madre, fuggita quando lui era molto piccolo perché povera e impreparata alla maternità. Fino a qui il pubblico si sente indeciso se partecipare o meno al dramma narrato ma tutto è regolare, intelligentemente prevedibile. Sappiamo bene cosa aspettarci dal cineasta sudcoreano e su questa visitatrice “proveniente da nessun luogo” aleggerebbero i ricordi dell’angelico senzatetto di Ferro 3 (2004) e di Yeo-jin ne La samaritana (2005) se non fosse che la donna – dopo essersi inginocchiata, supplicando il figlio di perdonarla per averlo privato dell’affetto necessario – sceglie consapevolmente di toccare, insieme a Kang Do, il fondo dell’abisso: si lascia trascinare in alcuni umilianti rituali, come pestare uno dei tanti indebitati, ad esempio, arrivando, perfino, a masturbare il giovane (una situazione che ricorda fortemente La luna [1979] di Bernardo Bertolucci) e a sfiorare l’incesto. Sebbene continui a dubitare della sua vera identità, Kang Do comincia a sentirsi vincolato e responsabilizzato da questa nuova presenza; la luce (non solo in senso metaforico) entra finalmente nel suo bugigattolo e, giorno per giorno, egli rinuncerà a riscuotere il pizzo dai commercianti … Si sta redimendo? Forse. Ma lo spettatore più attento, mediante episodi isolati e piccoli segnali, intuisce che i sospetti di Kang Do potrebbero non essere infondati. Quale reale scopo nasconde la sopportazione della sedicente madre?

Senza svelare ulteriormente l’intreccio, ribadisco che Pietà (2012), pur sollevandosi nel secondo tempo, segna una battuta d’arresto nella carriera del regista. Purtroppo l’insieme risulta molto ineguale e ambiguo, indeciso com’è fra denunciare l’aberrazione morale e il senso di vuoto della società odierna – compiacendosi, a proposito, di una fotografia (di Cho Yeong-jik) dai colori desaturati e freddi, di zoomate volutamente incerte e metafore fin troppo scoperte quali il coniglio investito da un’auto o l’anguilla che boccheggia nell’acqua stagnante, ormai priva d’ossigeno – oppure assolvere genericamente la medesima in quanto marchiata da un’innata (non voluta, dunque) corruzione – le vittime dell’usura indicano spesso Kang Do come il Diavolo e l’Inferno, la sua legittima dimora, senza rendersi conto che le gesta del giovane strozzino sono solo l’opaco riflesso del degrado umano che lo circonda (vediamo un fabbro schiaffeggiare la moglie e abusarne sessualmente, un altro, reso sciancato dal protagonista, che non esita a minacciarne la madre con un coltello alla gola …).

Gli stessi riferimenti all’iconografia e al fondamento teologico della Pietà cristiana possono apparire tortuosi ed imprudenti: reggendo il Cristo fra le sue braccia, Maria – madre di tutte le madri e, dunque, generatrice non dell’essere finito ma dell’essere eterno – prelude, con il suo gesto, non solo alla resurrezione del figlio ma anche alla redenzione cosmica. Il genere umano – ridotto a conflitti, paure, sete di potere – riaccende, per mezzo di lei, ogni ordine e bellezza poiché la Madre del Cristo è, appunto, origine di ogni ordine. Il personaggio di mater dolorosa presentato da Kim Ki-duk si limita, invece, ad esibire sul proprio corpo le stimmate delle tragiche conseguenze delle illusioni coltivate dall’umanità ossia il denaro, l’appagamento delle passioni, l’assicurare un ordine duraturo mediante la sopraffazione … essa viene sospinta più da un indecifrabile “delirio amoroso” che da un sentimento di pietas, credendo ossessivamente che la condotta criminosa di Kang Do debba essere imputata solo ed esclusivamente alla mancanza di amore materno nella sua esistenza, come se il figlio fosse stato disgraziatamente plasmato a sua immagine interiore a prescindere dalla sua assenza fisica, escludendo, così, la possibilità che Kang Do, benché immerso in un contesto gramo, avrebbe potuto essere libero di compiere scelte diverse. Nessuna ascesi giudaico-cristiana, in sostanza, e, forse, neppure la prospettiva della deificazione attraverso l’esperienza del dolore (come accadeva anche in alcune pellicole dell’agnostico Pier Paolo Pasolini) ma solo una corsa verso la morte come definitivo allontanamento dal Male, ormai profondamente ramificato nel mondo. E il colpo di scena “giustizialista” verso la conclusione, benché ingegnoso e concettualmente più chiaro, non fa che mettere altra carne al fuoco.

Per contro, tutto ciò che in Pietà rimanda all’universo poetico dell’autore reca ancora il sigillo di un grande talento e mette rabbia pensare che se Kim Ki-duk avesse privilegiato la misura a scapito della furia iconoclasta, la sua opera avrebbe significato per questo decennio quello che Il diavolo, probabilmente (1977) di Robert Bresson ha significato per gli anni Settanta: infatti, alla base dei due film, c’è la stessa agghiacciante acredine e il pessimismo con cui vengono giudicate le rispettive epoche è sincero e senza via di scampo.

 

Regia: Kim Ki-Duk. Interpreti: Jo Min-Su (La madre), Lee Jung-Jin (Kang Do)

Durata: 104’ – Corea del sud, 2012

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