Le sculture biomorfe di Jena Filaccio "Good Jena".

Jenamarie Filaccio è nata a Youngstown, Ohio (Usa) dove nel 1975 consegue la laurea in criminologia. Si trasferisce in Italia, a Carrara dove si specializza in scultura, poi arriva alla Spezia e insieme a Gianluca Lerici “Professor Bad Trip”, suo compagno e poi marito, diventa una delle protagoniste della scena artistica underground.

Nella pagina facebook un profilo fotografico di entrambi gli artisti

Le sue opere in marmo, in legno e in creta rappresentano ironiche germinazioni cellulari, bizzarri incroci tra vegetali e uomini, totem ancestrali; i materiali sono di recupero, con un’azione di ri-usage che riporta in vita vecchi tronchi abbandonati dal mare, marmi già sbozzati che offrono all’artista un’ipotesi o un’anticipazione di forma. I suoi lavori introducono una riflessione extra-estetica sulle nostre “radici perdute”, in un orizzonte senza tempo in cui i due termini uomo-natura anziché escludersi, idealisticamente si implicano.

Come Good Jena ha esposto in numerose mostre personali e collettive (recentemente a Parma e al Castello di Santerenzo). Jena inoltre, organizza e cura con passione le esposizioni dedicate a Gianluca ” Bad Trip”, prematuramente scomparso qualche anno fa. Attualmente insegna Scultura all’Istituto culturale internazionale di Firenze. Vive alla Spezia dove ha lo studio.

(contatti: ignota16@libero.it)

 

Puoi raccontare il tuo percorso artistico, la formazione, l’incontro con Bad Trip?

Nel 1982 sono venuta in Italia per un anno e mezzo, sono rimasta a Siena dove ho studiato italiano all’Università per gli stranieri e poi mi sono trasferita a Carrara per imparare a scolpire. Ho conosciuto Bad Trip_Gianluca Lerici subito il primo giorno del mio soggiorno a Carrara perché avevamo affittato delle stanze nella stessa casa ed era impossibile non notarlo. Mi sono iscritta alla scuola del marmo, c’era un corso speciale per stranieri. Ero brava a scolpire e ho iniziato a lavorare come artigiano per laboratori e scultori. Poi mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Carrara e alla Libera Scuola del nudo, che era serale.

Quando comincia il vostro percorso artistico comune?

Con Gianluca abbiamo seguito questo percorso artistico sia separatamente che insieme. Abbiamo fondato l’ Organic Mutation Institute a Carrara legata soprattutto alla mail art che divenne il nostro manifesto. Eravamo solo noi due. Giravamo tantissimo per mostre e per fumetti, eravamo sempre in giro. Andavamo alle fiere del fumetto per vendere le nostre cose, c’era una collaborazione con la Shake edizioni; a Lucca, a Santarcangelo avevamo banchetti abusivi e vendevamo le magliette che stampavamo nella cantina che lui chiamava “la prigione cubana”. I suoi soggetti erano mostri legati al cyber punk, faccioni, alieni. Il tema era quello dell’uomo che è schiavo del consumismo, delle tecnologie. E’ la metropoli che stritola ed è quel mostro che creiamo noi. Lui era “molto pop”, sin da subito aveva iniziato a lavorare con quel segno, con quello stile così distintivo che conosciamo.

Vi siete influenzati reciprocamente?

Eravamo piuttosto indipendenti come idee di arte, non ci davamo suggerimenti l’un l’altro. Poi la collaborazione è venuta fuori, abbiamo fatto dei lavori insieme con la cartapesta, e la fusione è uscita, stando insieme questa era piuttosto naturale ovviamente. Io sapevo dove si potevano unire le forze.

Quali erano i vostri artisti di riferimento all’epoca?

Matteo Guarnacca e molti fumettisti, Andrea Pazienza, Scozzari. Conoscemmo Moebius.

Quando hai capito che la genialità di Bad Trip lo avrebbe reso un personaggio di riferimento per l’underground?

Subito, mi colpì talmente tanto che rimasi senza parole; lui forse non se ne rendeva neanche conto di quanto fosse stupendo questo suo stile, chiaro, originale. Lui lavorava talmente tanto, realizzava collage e pitture che era impossibile non andare attraverso la sua arte, in altre dimensioni visuali.

Il tuo percorso invece in che direzione andava?

Io avevo un mio percorso, non c’entra tanto la tecnologia. Il mio è un lavoro senza tempo, potrebbe essere legato alla preistoria o alla fantascienza, conta la forma, non vedi il tempo nelle sculture; nella natura cambiamo le stagioni ma non il tempo. Gianluca era molto legato alla attualità io no, ovviamente leggo il giornale e mi informo, ma il mio spunto di ispirazione non è la realtà: è il legame profondo dell’uomo con la natura. Io penso di avere un legame quasi spirituale, religioso con la natura, questa è la mia ispirazione, anche in maniera ironica con le mie “verdure umane”. Sono sculture biomorfiche, ognuno con un titolo diverso, simpatico: il totem buono, il totem cattivo. Per divertirmi ho iniziato a fare l’uomo vegetale, la donna verdura, e poi la velina verdura, ispirata dalle escort….La gente si diverte con questi soggetti.

 

Quindi sei più vicina all’antropologia che non alla tecnologia.

Arte e antropologia è un rapporto atavico, ancestrale, l’arte è dentro di noi. Nonostante fossimo nella caverna con la clava, quei nostri antenati preistorici erano dei grandi artisti, come dimostrano i graffiti della grotta di  Lascaux. Voglio inventare in arte qualcosa a cui la natura non ha ancora pensato. E’ una specie di evoluzione impossibile, ironica, oppure un ricordo ancestrale di piante che magari sono esistite migliaia di anni fa, ma che ora non ci sono più.

A cosa ti sei ispirata per le tue forme?

Ai film di fantascienza, quelli vecchi degli anni Cinquanta. Gianluca invece amava la fantascienza tecnologica, il rapporto uomo-macchina, il cyberpunk. A lui interessava l’evoluzione dell’uomo nella attualità. Io partivo da più lontano. Di carattere era molto ossessivo, doveva creare in continuazione, io non lavoro così non ho pressioni esterne, ma Gianluca era un personaggio e questo è stato la sua fortuna ma anche un gioco pericoloso, non controlli più  tuo personaggio, e il suo era quello del Professore, il Professor Bad Trip.

Quali sono i materiali che preferisci?

Il marmo è quello che capisco di più, ma ogni tanto uso altri materiali, mi piace tradurre le stesse forme, per esempio, in legno o in creta. I materiali li trovo e li riuso. Molte mie opere potrebbero esser esposte fuori, all’aperto, nei giardini, perché di quello parlano.

Foto di PAOLO SPETALE

Il progetto per una scultura: parti dal disegno, dal bozzetto?

Non sempre parto da un bozzetto, mi piace spesso lasciarmi guidare dal materiale.  Ho come l’idea che vengano fuori delle cose più fresche, però a volte, se è complicato, faccio un bozzetto in creta.


Fai anche disegni, pitture.

Faccio picture, non proprio quadro o pittura, realizzo crescite cellulari, virus, temi legati alla mutazione o alla germinazione infinita. E’ il mio “mettere al mondo”, è una cosa molto femminile, una riproduzione asessuata. Ne sto facendo alcuni adesso per una mostra collettiva organizzata da Vittore Baroni.

Come era l’ambiente artistico a Carrara negli anni Novanta?

Ho avuto tante collaborazioni a Carrara, c’erano molti scultori e un ambiente molto vivace, con poca competizione e molti scambi; molti poi, sono andati via, ma ho partecipato a diversi simposi, a tante mostre collettive e personali. All’inizio degli anni Novanta ci fu un bel movimento, il boom creativo di Gianluca è degli anni 1995-96-97.

Dagli anni della Pantera in poi molti erano i centri sociali occupati diventati speciali speciali luoghi di creatività e di incontro, a Pisa, a Firenze, a Milano e Bologna. Li frequentavate?

Si, andavamo in molti centri sociali, io al Conchetta di Firenze, lui faceva anche i murales.

Foto di PAOLO SPETALE

Poi vi siete trasferiti alla Spezia…

L’abbiamo fatto per la casa, ci siamo trasferiti a Spezia dopo 13 anni di Carrara dove stavamo in montagna, era freddo, ma bellissimo.

A Spezia avete trovato un fermento artistico?

A Spezia abbiamo fatto subito una mostra al cabaret Voltaire, Wall heads. Ci invitavano alle mostre, io ho trovato diversi lavori.

Il vostro è sempre stato un discorso artistico fuori dal sistema dell’arte, fuori dall’aspetto commerciale: come si trova un equilibrio tra la necessità espressiva di fare arte e basarsi su questa per vivere?

Si, è un arte che prescinde dall’aspetto commerciale. Non ci siamo mai troppo preoccupati di essere riconosciuti, Gianluca forse ci teneva di più, ora anche a me piacerebbe avere qualche riconoscimento. E’ un problema essere fuori da un discorso di marketing e questo riguarda la pittura, la scultura, la musica, il cinema e altro, ed è un discorso che vale per tutti ormai, anche per gli artisti mainstream. Per me non ha alcun tipo di senso il fatto che il sistema dell’arte imponga dei temi. L’arte sta diventando sempre più banale perché non si vuole problemi.

Un’arte normalizzante..

C’è sempre meno libertà. La creatività è precipitata perché la società non vuole che dai fastidio. L’arte  “non deve dare fastidio”. La società non è più disposta a mettere in primo piano la creatività perché ne comprende il pericolo.

Questo riguarda il tema del rapporto arte e potere, anche il rapporto con i poteri dell’arte, di chi gestisce spazi espositivi e permette solo un certo tipo di discorso artistico e il resto lo censura….

La politica per l’arte è imbarazzante, perché deve sempre produrre ricchezza, dicono, anche nella letteratura, nella musica e tutto diventa molto poco coraggioso…tanti artisti stanno bene negli schemi imposti e non danno mai noia. Senz’altro per paura, dobbiamo vendere, far vedere le nostre cose, fare mostre… L’arte è sempre più concepita come esercizio di profitto, o di puro stile, non di amore. Non si vuole rischiare. Ma le persone ancora riconoscono se quello che vede lo tocca nel profondo. Dubuffet  parlava di “valori selvaggi” nell’arte: se l’artista prova ebrezza mentre crea, lo trasmette a chi guarda l’opera.

Cosa ne pensi del tema della riappropriazione degli spazi pubblici da parte degli artisti come insegna il Teatro Valle?

L’importante è che non diventino dei piccoli ghetti; si può occupare ma poi dopo non si deve replicare quel meccanismo di potere. Il mio pensiero è che bisogna raggiungere la gente comune, se rimane un discorso tra noi non ha senso. Siamo sempre di meno e stiamo invecchiando, e all’orizzonte non c’è un cambio di guardia.

Tu insegni in una Scuola d’arte internazionale, che idea ti fai della creatività giovanile, quali sono i temi che maggiormente vengono fuori?

Oggi vedo che c’è sempre meno fantasia e immaginazione negli istituti d’arte, forse i giovani sono poco trasgressivi, pensano già a come inserirsi nella società e quindi poco a formarsi. Abbiamo trasmesso non un’idea di libertà ma la paura a esprimersi, questa è la Generazione Playstation con poca curiosità, poco interesse a fare ricerca e a esprimersi in modo originale.

 Come vedi l’ambiente artistico spezzino?

Alla Spezia c’è voglia di fare arte, di incontrarsi, ci sono dei luoghi adatti a questo ma abbiamo troppe preoccupazioni per campare, per sopravvivere, passiamo troppo tempo a pensare a come sopravvivere, ma ancora c’è voglia di dare sfogo all’arte. Le possibilità ci sarebbero per fare della Spezia una città interessante per l’arte ma sono poche le idee per fare innovazione. Purtroppo la realtà competitiva di Spezia con Sarzana, Carrara con Pietrasanta è negativa, i localismi ci fregano: non si uniscono le forze e ci si fa concorrenza.

Che faresti dei musei? Proporresti una direzione artistica singola o collettiva? Oppure proporresti un’idea di residenza?

Sicuramente non li metterei nelle mani di accademici, bisogna far dirigere gli spazi a gruppi di giovani o a persone vicine ai giovani, ai loro linguaggi e con una grande apertura mentale. Questo per evitare di riproporre musei già visti, inutili; ci vuole qualcosa di vivace, devono diventare centri culturali. Un museo deve essere sempre aperto e sempre pieno, ricco di cose accessibili, facendo passare l’idea che l’arte è per tutti. Recuperando anche abilità artigianali e laboratoriali. Mi hanno raccontato tutti che l’Arcimboldo chiuso vari anni fa, è stata una bella esperienza, ecco secondo me dovrebbero esserci ancora esperienze cosi, funzionerebbero, se ne sente il bisogno.

foto di PAOLO SPETALE

Siete consapevoli del ruolo pionieristico che avete avuto per le nuove e nuovissime generazioni?

I giovani sono molto legati a quell’immaginario, è vero, spesso mi chiedono tesi sul lavoro di Gianluca e mi contattano perché vogliono capire come è stato fatto. Inconsciamente eravamo artisti del nostro tempo, non ce ne rendevamo conto ma nel nostro piccolo stavamo facendo una  rivoluzione. Non era consapevole neanche Gianluca, noi andavamo avanti con la nostra visione, con il nostro progetto. All’epoca il tema era quello di un’arte condivisa, crei arte per creare un dialogo, per creare un contesto partecipato. All’epoca c’erano le condizioni per farlo.

Ritieni che la figura di Gianluca sia stata valorizzata in pieno in questa città da parte delle istituzioni culturali (che hanno dedicato a Bad Trip una importante antologica al Camec alcuni anni fa, dopo una petizione popolare)?Ti sembrerebbe opportuno dedicare, per esempio, uno spazio a Gianluca?

Mi sembra bella l’idea di uno spazio dedicato al suo lavoro ma dove e come possa essere gestito non saprei. Poi penso che a lui forse non piacerebbe: ha sempre “sparso” il suo lavoro dappertutto, forse sarebbe contento così. Limitarlo a un solo luogo sarebbe  riduttivo. L’ultima mostra di Gianluca è stata a Torino alla Gallo Art Gallery un anno fa, avevamo presenze tutti i giorni, all’inaugurazione c’erano mille persone.

Come artista quale parte della produzione di Gianluca preferisci?

Io amo i collage del 1997: sono dei capolavori. Lui aveva dei periodi di genialità assoluta, i quadri che ha fatto nel 1995 sono anche incredibili, o i disegni che ha fatto nel 1996, i ritratti.. Poi un discorso a parte va fatto per il fumetto del Pasto nudo: rimarrà nella storia dell’underground.

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