La sindrome rancorosa del beneficato: intervista a Maria Rita Parsi

Psicologa, psicoterapeuta e scrittrice, nota al grande pubblico per svariate partecipazioni televisive, Maria Rita Parsi da anni si occupa di violenza su bambini e adolescenti. Cavaliere al merito della Repubblica, ha ricevuto nel 2009 il Premio Nazionale Paolo Borsellino per l’impegno, la coerenza e il coraggio nella propria azione sociale contro la violenza e l’ingiustizia , ed in modo particolare per l’impegno profuso in difesa e la promozione dei valori della libertà, della democrazia, della legalità.

“La sindrome rancorosa del beneficato” è un testo di divulgazione scientifica che  affronta il tema dell’ingratitudine, analizzando i meccanismi che legano chi dona e chi riceve. Maria Rita Parsi parla dell’ingratitudine che spesso coglie chi ha ricevuto benefici e non è in grado di sopportare l’idea di aver dovuto chiedere aiuto.

Che cos’è la sindrome rancorosa del beneficato?

È la reazione che molte persone hanno quando, dopo aver ricevuto dei benefici di varia natura (economici, affettivi, di sostegno in momenti di grave difficoltà), hanno un rifiuto per la ”dipendenza” che hanno dal loro benefattore. E quindi fanno pagare al benefattore la loro situazione di dipendenza, di senso di inferiorità di fronte alla capacità del benefattore di aiutarli, facendo prevalere il bisogno di dire ”io non debbo niente a nessuno”. L’unico che non deve niente a nessuno, come scrive Maria Luisa Spaziani nella poesia ”il diluvio universale” è il pesce, che disse: ”non debbo nulla a Noè”. Moltissime persone debbono qualcosa a qualcuno, eppure scatta un meccanismo di invidia per il potere del benefattore, un senso di inferiorità per aver dovuto chiedere. In molte persone dover chiedere crea un disagio profondo che le porta a cancellare, calunniare il benefattore, testimone degli eventi.

Chi è più soggetto a questa sindrome: genitori, figli, amici, partner?

Io direi tutti, questa è una malattia dell’anima che ha a che fare con l’invidia. L’invidia primaria è quella in rapporto al potere di sopravvivenza che ha il seno. Quella dipendenza immensa fa scattare nel neonato una profonda aggressività quando il seno non arriva o quando il latte non è nutriente, mentre fa godere infinitamente quando il latte è buono e sostanzioso. Questa dipendenza crea l’ambivalenza di invidia e amore verso il seno. La stessa ambivalenza la troviamo quando riceviamo aiuto, collaborazione, appoggio. Il benefattore è talmente potente e dona senza preoccuparsi del riscontro. Possono così scattare due meccanismi: uno di ammirazione e di identificazione, è un atto di identità il riconoscere colui da cui abbiamo preso. L’altro di confusione, promiscuità e invidia, paura che il benefattore possa sopraffare. Ci può essere addirittura il timore di non poter ricompensare. Ci sono persone che ringraziano e accettano di non poter restituire quello che è stavo dato loro e comunque danno quello che possono. Altri che vivono una sensazione di impotenza come elemento distruttivo: se non sono in grado di restituire rifiutano, negano, calunniano.

Ha scritto che gli ingrati le hanno insegnato a vivere. Può spiegarci di più questa considerazione?

Ho avuto molto dolore per questo. Dagli affetti ho ricevuto molto, ho ricevuto e dato, scambiato. Però ho ricevuto anche molta ingratitudine che mi ha lasciata stupefatta. Nel momento di dare non mi aspettavo di ricevere qualcosa indietro o in cambio, ma mi sono resa conto che alcuni si aspettavano che io chiedessi. Ricordo un’allieva cui avevo dato grande spazio e che avevo favorito spontaneamente, afflitta da un’invidia nei miei confronti e da un malessere talmente grandi da non riconoscermi e non riconoscersi. Questa invidia è stata talmente grande che mi ha dato un insegnamento: non fidarsi incondizionatamente di persone che non sono all’altezza, che di punto in bianco vorrebbero trovarsi a livelli che io ho raggiunto con fatica e soprattutto senza compromessi. È giusto condividere con persone di pari grado le proprie conquiste, sostenere e favorire gli altri è un atto di civiltà, ma con limiti ben precisi e mettendo elle regole. Bisogna essere generosi ma mai prodighi.

Come psicoterapeuta il suo rapporto con la fragilità umana è quotidiano. Chi è più fragile oggi, l’uomo o la donna?


Sono fragilissimi tutti, solo che le donne hanno come sempre più energia, speranza, obiettivi. Le donne hanno per le mani la vita di tutti, loro hanno in grembo nove mesi un bambino, lo fanno nascere, lo allevano, tutta la filiera della crescita è in mano alle donne. Noi dobbiamo rendere gli uomini consapevoli di essere padri, non dobbiamo costringere i figli a fare come Telemaco che sta sempre ad aspettare che Ulisse torni per rimettere a posto Itaca. Ulisse deve stare nella sta isola, non può andarsene sempre girando per guerre, deve seguire la crescita di Telemaco, altrimenti le famiglie diventano come Penelope che di giorno fila e di notte disfa, come i segni invasi dalla non regola e dalla non legge. Quello che io sento profondamente è che le donne hanno una fragilità connaturata alla tradizione e alla memoria della specie, ma non è reale perché le donne sono fortissime, sono multitasking, lavorano, allevano figli, sanno fare più cose. Hanno certamente anche molti difetti, per esempio quando imitano gli uomini danno il peggio del maschile.

Quali motivi l’hanno spinta a costituire la Fondazione Movimento Bambino da lei presieduta?


La motivazione è proprio la tutela e la cultura delle donne, perché dopo la loro arriva quella dei bambini e degli adolescenti. Le donne hanno dovuto cambiare modelli di vita, di comportamento. Hanno costruito un modello diverso di rapporto tra uomo e donna e con queste trasformazioni, con il loro desiderio di essere presenti ovunque, in famiglia, nel lavoro, si è mossa la cultura dell’infanzia e dell’adolescenza. Penso che tutelare i diritti dei bambini renderà paritaria la società a venire, curando e rispettando i diritti dei bambini avremo adulti diversi dai ruoli tradizionali odierni e liberi dai condizionamenti ancora pesanti.

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