Intervista a Giulia Boschi, attrice

Intervista a GIULIA BOSCHI, attrice [02/09/2012]

Giulia, si ricorda come ottenne il ruolo di Martina in “Atto di dolore“? Si presentò ad un provino piacendo, poi, a Pasquale Squitieri oppure è stato lo stesso regista a pensarla per la parte e contattarla direttamente?

Fu il regista a cercarmi per la parte, probabilmente dopo aver visto “Pianoforte” di Francesca Comencini.

In “Pianoforte” (1983), suo film d’esordio, vestiva i panni di una studentessa universitaria che vinceva la sua dipendenza dall’eroina grazie allo studio della musica. “Atto di dolore“, invece, l’ha portata, per così dire, “dall’altra parte dello specchio” ossia nell’angoscia quotidiana di una persona che ha un caro o un conoscente tossicodipendente … nel caso di Martina, suo fratello. Quanto ha contato la precedente esperienza nell’avvicinarsi a questo nuovo ruolo?

Più che l’esperienza cinematografica ha contato l’essere stata adolescente negli anni settanta, l’esperienza diretta di amici che sono stati vittime della droga. Qualcuno non c’è più. Altri ce l’hanno fatta ma sono rimasti segnati. Qualcuno ne è uscito vittoriosamente. Molti, per fortuna, se ne sono tenuti alla larga.

Ad un certo punto il suo personaggio dice furente alla madre, a proposito del fratello Sandro: “Non guarirà! Ma non ti guardi intorno? Non le vedi le facce? Non guardi la televisione?”. Ma Elena replica ostinata: “Tu non sei madre. Non puoi capirmi. Non ancora.”. Elena si umilia, rovinandosi per il figlio, arrivando al punto di chiedere un prestito alla stessa Martina, pur conoscendo la carenza del suo stipendio di impiegata e dei sacrifici fatti per ottenere quel posto, imparando ad usare il computer (Martina: “Quel coso, come lo chiami tu mamma, mi permetterà di uscire da qui. Non voglio finire come Sandro”). Può l’amore, anche quello di una madre, essere messo in atto nel modo sbagliato, provocando danni ulteriori, senza rendersene conto? Come donna e madre – se è divenuta madre, in questi anni – come giudica il comportamento di Elena?

Ho la fortuna di avere due figli e credo che le donne in generale, non solo le madri, tendano spesso a commettere sbagli per troppo, cosiddetto, amore. In ciò sono eroiche e vigliacche al tempo stesso. Eroiche nella capacità di sopportazione, vigliacche nel non trovare il coraggio di prendere le distanze dal loro sentimento, dal loro attaccamento, e guardare in faccia la realtà. Il vero amore non è fatto di attaccamento o peggio di possesso. Sappiamo che la prima causa di morte per le giovani donne in Europa è l’assassinio da parte di un uomo con il quale è esistito un rapporto di cosiddetto amore … ma anche l’amore materno può talvolta macchiarsi di possessività, soprattutto nei confronti dei figli maschi. Un errore comune fra le donne è pensare che attraverso la forza della propria sopportazione si possa arrivare a trasformare l’oggetto del proprio amore, oppure pensare che tutto ciò che un figlio fa o pensa sia in ultima analisi il frutto della propria educazione, come se i figli potessero essere plasmati a propria immagine e somiglianza … Nel film i due figli sono stati educati allo stesso modo, con risultati molto diversi … Senza nulla voler togliere all’importanza cruciale di una corretta educazione, soprattutto attraverso l’esempio, bisognerebbe ricordare che il destino di un’anima non dipende solo da chi l’ha educata. La tragedia finale del film è in fondo – a mio parere – un’espressione, pur carica di pietas, di un delirio analogo a quello che porta gli uomini a uccidere le donne che essi non possono più possedere.

Quando uscì nelle sale, “Atto di dolore” sollevò non pochi dubbi e ancora oggi gli spettatori (e i critici) che lo hanno visto lo ritengono il peggior film di Squitieri, individuando un sottofondo proibizionista e – cito testualmente – “filocraxiano”. Sono nato nel 1987: troppo giovane per ricordarne il contesto; ciò nondimeno penso che Atto di dolore potrebbe oggi fare un’impressione diversa, magari diametralmente opposta a quella che era spontaneo cogliere al tempo. Che opinione si è fatta del film? Per quanto ne ricorda, certo.

Non sta a me esprimere giudizi, ritengo tuttavia che legare un film al suo contesto storico possa essere utile filologicamente ma non debba essere il criterio principale con cui valutarne la portata espressiva. Nel cinema come nella letteratura le opere possono parlare in modo diverso a diverse generazioni.

Com’è stato recitare al fianco di un’attrice importante come Claudia Cardinale? Avete avuto modo di entrare in confidenza a riprese concluse?

Abbiamo avuto modo di entrare abbastanza in confidenza durante le riprese. Claudia è una donna squisita, solare, di grande umanità.

Che ricordo serba di Pasquale Squitieri? Aveva già visto qualche suo film prima di recitare in “Atto di dolore“? Come si comportava sul set? Si ricorda qualche aneddoto o confronto rilevante con lui?

Di Squitieri ricordo soprattutto lo sguardo, occhi azzurri estremamente espressivi taglienti o ironici, divertiti o furenti, soprattutto decisi, tranchant come le sue opinioni. Un episodio curioso che ancora ricordo perché mi colpì molto fu che una notte lo sognai e il mattino dopo, arrivando sul set, ancor prima che potessi dirgli buongiorno, mi accolse dicendomi: “Giulia! Che sogno pazzesco che ho fatto con te stanotte!”.

Ripercorrendo la sua filmografia, lei ha preso parte a grandi successi quali “Il siciliano” (1987), “Da grande” (1987) ma ha spesso privilegiato progetti “indipendenti” nei quali l’impegno civile è accompagnato da uno sguardo insolito sui moti dell’animo umano, seguendo le tracce della poesia o delle emozioni che si irradiano dai paesaggi. Vedi “Notte italiana” (1987), “L’uomo proiettile” (1995), “La casa rosa” (1997) … fino al controverso “Porzûs” (1997) di Renzo Martinelli. Cosa la colpisce di più in un copione? Quali elementi la portano ad accettare o a rifiutare una parte?

Ormai sono molti anni che ho abbandonato il mondo dello spettacolo. Ho sempre preferito film sinceri, che facessero pensare, che in un qualche modo potessero proseguire la loro storia nella mente degli spettatori anche a visione conclusa.

Cosa ne pensa del cinema contemporaneo? Qual è il regista che ama di più, anche del passato?

Il cinema contemporaneo, soprattutto italiano, mi pare talvolta troppo condizionato dalla necessaria prevendita dei diritti di antenna. Il linguaggio cinematografico ha perso molto della sua specificità dovendo adattarsi alle esigenze della televisione. Tutto tende ad essere più misurato, equilibrato non di parte … ma questa non è la vocazione del cinema. I registi con cui ho lavorato e che mi sono rimasti più nel cuore sono Francesca Comencini e Giuseppe Bertolucci. Francesca è stata la mia prima regista ed è un po’ come il primo amore che non si dimentica mai. Giuseppe è stato quello che ho più ammirato da un punto di vista umano. Fra quelli con cui non ho lavorato amo D’Alatri fra gli italiani, Kieslowski fra gli stranieri. Con Lars von Trier ho un rapporto di amore ed odio …

A ventidue anni da “Atto di dolore“, nonostante i diversi, possibili rimedi, il consumo della droga è ancora una piaga e sempre più giovani e minori di età, i soggetti. Personalmente non credo che il cinema influenzi o trasformi la società ma può, entro certi limiti, dare un contributo a migliorare l’informazione su alcune tematiche. In conclusione, crede che valga la pena riscoprire oggi la pellicola di Pasquale Squitieri?

I film più controversi sono in genere quelli che continuano ad aver qualcosa da dire nel tempo. Personalmente sono decisamente antiproibizionista, non perché sia a favore della droga bensì perché ritengo che sarebbe finalmente tempo di ammettere il fallimento del proibizionismo ed adottare un’ottica più pragmatica e meno ideologica, direi più scientifica, che difenda innanzitutto gli innocenti: tutti coloro che pur non drogandosi subiscono conseguenze pesantissime degli errori altrui, come il mio personaggio nel film. Non usciremo dal problema della droga se non partendo dal ‘cui prodest?’ Se la droga non portasse enormi profitti non sarebbe così diffusa ed è proprio il fatto che sia proibita a far lievitare i profitti. All’epoca del film la clandestinità non è stata solo la causa della maggior parte delle morti per droga – in genere per droga tagliata male o per il fatto che non si sapeva esattamente cosa si stesse assumendo – ma anche il motivo principale per cui la droga fu e rimane un grosso affare per la malavita, come avvenne per l’alcool durante il proibizionismo americano. L’alto prezzo della droga è il motivo per cui i drogati diventano anche delinquenti, la clandestinità è il motivo per cui ai danni alla salute propri della droga spesso si aggiungono altre malattie incurabili … Molte di queste motivazioni restano valide ancora oggi anche se il quadro è molto cambiato. Oggi non è tanto la ribellione quanto un esasperato edonismo a spingere verso la droga, dall’ecstasy al viagra. Una ricerca parossistica del piacere immediato che in buona parte deriva dal vuoto di prospettive, dalla paura del futuro. E non coinvolge solo i giovani o i giovanissimi … Per questo oggi, pur limitando enormemente i danni collaterali, nemmeno un approccio antiproibizionista sarebbe più sufficiente ad eradicare la piaga se non trovando anche il modo di far riscoprire alle persone la propria dignità. Potenzialmente il cinema potrebbe aiutare …

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