Quel che resta del Teatro Monteverdi

All’inizio era solo un parcheggio. E già qualcuno poteva indignarsi. Poi, una volta stabilito che dentro un teatro ci si può infilare qualunque cosa, si è passati dalle macchine ai 1800 metri di esposizione di vestiti a buon mercato, calzature, lingerie da passeggio ecc ecc. Tutto stipato nel vecchio palcoscenico dove forse si aggira ancora il fantasma di Renato Rascel e della Wandissima.

Sì, perché il Teatro Monteverdi (per la cui scheda rimandiamo a wikispedia), storico teatro cittadino fondato nel 1929 dal mio bisnonno Luigi Monteverdi, oggi è un grande magazzino di vestiario made in China. Qualcosa del Monteverdi è rimasto, sì, nel nome: lo “shopping center”  si chiama infatti Nuovo Mondo-Galleria Ex Teatro Monteverdi”.

Meglio di niente.

Così soccombe anche l’ultimo pezzo di memoria del quartiere Saint Bon. Un teatro morto già da un po’ di tempo, da quando per la precisione, il sindaco Pagano diede l’autorizzazione a farne un parcheggio. I vincoli delle belle Arti mircolosamente sparirono di fronte alla prospettiva di una città nuova, costruita più che sulla memoria, sul cemento.

Un giorno  incontrai l’ex sindaco il quale, saputo il mio cognome, mi disse “Mi dispiace”. Sembrava persino sincero.

L’idea di costruire un teatro non fu proprio di Luigi ma del figlio, Balduino Monteverdi, ambiziodo comandante dei bersaglieri (al primo piano c’era infatti la sede dei Bersaglieri), appassionato d’arte e di cultura. Luigi che fece fortuna in Uruguay, tornando alla Spezia divenne impresario edile, comprò un grande terreno da un lotto napoleonico (lo sorteggiò, come si usava un tempo) e costruì qualcosa come 18 palazzi nella zona compresa tra la Scalinata Cernaia e Via Migliari, con strade annesse.

La famiglia Monteverdi divenne una delle famiglie che contribuirono alla crescita della città e la storia della famiglia si incrocia con molte delle opere importanti: la tomba di famiglia e la cappella monumentale furono acquistate dal nonno esattamente all’epoca della costruzione del cimitero dei Boschetti e sono infatti le prime che si incontrano entrando dall’ingresso principale. Mio padre Carlo (detto Carletto), classe 1913, studente in medicina, ultimo direttore del teatro, insignito della croce al merito come partigiano -fu incarcerato al Ventunesimo ma riuscì rocambolescamente ad evadere, come mi ricordava spesso- .

Viveva con il nonno Luigi, non era strano perché il padre, Giovanni Francesco, medico della Prima Guerra Mondiale, uno dei primi medici a usare il radio scoperto da Madame Curie per individuare le ferite dei soldati al fronte, si ammalò per le gravi conseguenze all’epoca ancora sconosciute, dei raggi X. Visse però ancora molto a lungo, nonostante il radio gli avesse mangiato le ossa delle mani; conservo ancora come una reliquia, moltissime lastre fatte dal nonno che credo, dovrebbero avere un notevole valore storico-scientifico. Le ritrovai in mezzo al famoso baule del Monteverdi e dei ricordi di famiglia che papà ricoverò in campagna, in Toscana, insieme a delle pizze cinematografiche con pellicole dell’Istituto Luce purtroppo diventate verdi perché in pessimo stato di conservazione e altre memorabilia.

Ho ereditato da papà una bellissima pergamena del 1928 ad opera del pittore Eugenio Brandolisio che le famiglie notabili spezzine vollero regalare al mio bisnonno, in segno di riconoscenza per il suo contributo alla crescita della città. Altri tempi.Alcuni di questi  palazzi costruiti da Luigi Monteverdi recano ancora in pietra il simbolo genealogico della famiglia, i 3 monti verdi.

La storia del Monteverdi è inscindibile da quella della mia famiglia, di cui un giorno ricostruirò le fila in qualche libro. E allora racconterò della Cesira, la cuoca di casa Monteverdi al primo piano dell’edificio del Teatro, di mia zia Paola che sposò prima della Seconda Guerra mondiale il console britannico di stanza alla Spezia, Lord Stafford, di mio zio Alberto che lavorò in Etiopia e a Teheran all’epoca del regno dello Scià di Persia Reza Palhavi, ma anche di Mambrino che aiutava nel palcoscenico quando c’erano gli spettacoli e ci dormiva, non potendo permettersi una casa.

E poi di Gino Patroni e di Fusco, amici inseparabili di papà di cui conservo copie di libri autografate.

Non mi interessa sprecare tempo a immaginare come poteva essere recuperato diversamente un Teatro dalla architettura così particolare, dalla dimensione smisurata e dalle sculture d’ornamento così importanti, un teatro storico che ha ospitato la rivista, il varietà, i primi incontri di pugilato, il cinema e i concerti rock formando culturalmente 3 generazioni di spezzini, forse anche la famiglia di Pagano e di Federici.

Certamente in altre città i monumenti vengono preservati in quanto tali, tutelati dalle Belle Arti e diventano oggetto di studi storici; altrove si cercano fondi europei per fare rivivere i luoghi della memoria. Ma non è solo Spezia che opera questo abbruttimento gettando la storia cittadina (e la cultura) nel cestino delle cose inutili.

Stamani mi ha fatto impressione sbirciare dentro quell’enorme capannone di vestiario  dentro il  Teatro Monteverdi.

Mi fa paura un mondo che non sa che farsene di un teatro.

 

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