Etgar Keret, dal paradiso dei suicidi all'omicidio in un fast food

Lo scrittore Etgar Keret, nato a tel Aviv l’anno della guerra dei Sei giorni (1967), non è famoso come Amos Oz o David Grossmann, intellettuali la cui voce è ascoltata in tutto il mondo, ma i suoi libri sono popolarissimi in Israele e ora sono tradotti in molti paesi del mondo (in Italia da e/o). Appena uscito per Feltrinelli e presentato al Festival della letteratura di Mantova (6, 7 settembre)”All’improvviso bussano alla porta”.
I suoi libri sono intrisi di vero humour nero sin dal titolo: Pizzeria kamikaze, Gaza blues, Papà è scappato col circo, La notte in cui morirono gli autobus.
Le vicende travagliate di Israele sono il sottofondo silenzioso dentro cui si incorniciano le storie, paradossali, umoristiche e tragiche insieme.  Nell’esilarante racconto che dà il titolo alla raccolta All’impovviso bussano alla porta uno scrittore è preso in ostaggio e sotto la minaccia delle armi gli viene intimato di raccontare una storia, in Cheesus Christ un uomo viene pugnalato in un fast food dopo aver ordinato un hamburger senza formaggio.
A leggerlo sembra uno Stefano Benni made in Medio Oriente le cui short stories però hanno per argomento – direttamente o indirettamente – la Shoah o il conflitto arabo-israeliano all’epoca della seconda Intifada. Etgar Keret inizia a scrivere molto giovane, diciannovenne, mentre faceva il servizio di leva obbligatorio.

Di Israele dice ironicamente che forse non è

un posto sicuro al 100%, forse neanche il migliore dei luoghi dove vivere, però è sicuramente il posto migliore su cui scrivere, è il luogo che ti dà più spunti narrativi se sei uno scrittore, perché è un po’ come essere sempre dentro un reality show.

I suoi testi sono tutti narrati al presente, e il motivo viene così spiegato da Keret:

Il ruolo della narrativa in Israele non è altro che il tentativo che noi facciamo per esorcizzare le nostre paure, una sorta di impossibilità di trovare un senso di continuità con il passato, il problema cioè di non trovare il collegamento tra il presente e il passato, perché il passato è molto difficile, perché le nostre radici nonostante siano profonde, non ci appartengono più. C’è una sensazione di scollegamento dal passato anche da parte mia: ho 2 genitori sopravvissuti all’Olocausto, i miei nonni non li ho mai conosciuti, non ho mai visto la mia casa di famiglia, la nostra lingua delle origini è stata da sempre un tabù, non ho mai recitato poesie, o sentito canzoni che possono aver segnato la mia vita. La mia vita è stata contrassegnata dal marchio del presente e il mio accanirmi sul presente è come uno sforzo per sostituirmi al passato.

Keret non condivide la politica attuale del governo di Israele, è simpatizzante della sinistra ed è un pacifista convinto, ma non si considera né uno scrittore in esilio, né parte di una minoranza:

I miei sentimenti per la pace sono suffragati dalla maggior parte degli israeliani: è molto radicata nella gente la convinzione che si debba arrivare presto ad una soluzione di pace in tempi brevi.

La sua forma letteraria come si vede anche nell’ultima pubblicazione, si esprime non tanto nei romanzi quanto in una efficace scrittura breve, addirittura brevissima: Keret a proposito di questo, dice scherzosamente che lui vorrebbe ogni volta provare a scrivere un romanzo intero ma poi dopo tre pagine i protagonisti dei suoi racconti muoiono e allora deve chiuderla lì!
Pizzeria Kamikaze parla di un giovane che si ritrova dopo che si è ammazzato, nel paradiso dei suicidi, un luogo che assomiglia molto a Francoforte, e trova lavoro in una pizzeria. Si innamora di una ragazza finita per sbaglio nel paradiso dei suicidi e per questo verrà prelevata da un angelo in incognito e rimandata sulla terra; frequenta un pub divertente, con gente che ha nel corpo segni tipici dei suicidi (ragazze con polsi tagliati, uomini con volti gonfi per l’annegamento); nel bar c’è pure Kurt Kobein, morto appunto suicida, che tutti evitano perché suona canzoni che nessuno vuole ascoltare. La pizzeria è piena di arabi suicidati, sono kamikaze a cui hanno promesso che nell’aldilà verranno ricompensati con vergini vogliose.

Keret parla di una “schizofrenia” che alberga nell’animo dei giovani israeliani, schizofrenia che lui stesso ha vissuto in prima persona e che è dovuta ad una vita scandita dalla presenza costante della guerra:

Penso che la guerra per me e per quelli come me che vivono nel Medio Oriente, produca la stessa sensazione che dà il freddo a quelli che vivono in Islanda. Diventa praticamente una parte importante della tua vita, quasi ti ci abitui, ma ovviamente non puoi rimanere cieco di fronte a una guerra che ti scoppia davanti; nella nostra vita la guerra arriva ad assumere i connotati di nuova normalità. I conflitti sono così per noi, quasi un modo per scandire il tempo che trascorre. Le mie storie le ho scritte quasi tutte quando facevo il servizio militare nell’esercito, la leva è obbligatoria. Ho avuto un’ infanzia e un’ adolescenza protetta. La tua realtà può essere quella normale in cui esiste uno stile di vita occidentale, tu studi, vai a teatro, poi devi lasciare tutto per andare nell’esercito e hai di fronte un mondo parallelo, completamente scollegato da tutto quello che ti è familiare, che conosci; c’è una specie di bipolarità che ti colpisce ed è una cosa che trovo abbastanza peculiare di Israele. Per esempio, il mio dentista è un vegano, manda il figlio a una scuola Montessori, è un sostenitore della sinistra liberal, ma per 20 giorni l’anno va a fare il riservista dell’esercito come tiratore scelto e nel suo patentino dell’esercito c’è scritto che ha ucciso 6 persone. Quindi c’è in Israele questo tipo di realtà dove un giorno ti ritrovi a uccidere e il giorno dopo ti rifiuti di mangiare le uova per non uccidere non solo la gallina ma persino il suo embrione. Io ho passato anni dentro questo vorticoso entrare e uscire da una realtà violenta a una realtà completamente normale e occidentale. Volevo raccontare nei miei libri proprio questa dicotomia. Io stesso essendo un simpatizzante della sinistra, quando ero in divisa eseguivo gli ordini, ma una volta tolta, andavo a dimostrare contro quelle stesse cose che facevamo o ci veniva ordinato di fare.

 

 

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