La nostra risposta a… 50 sfumature di grigio

LEGATA

Si ritrovò legata come in quelle foto di Araki, mani con le caviglie, la corda ben tesa alle due estremità del letto, ginocchia piegate, gambe leggermente divaricate. Un uomo quella sera le si era avvicinato e lei aveva accettato di stare con lui. Si annoiava e la città dove viveva non l’aiutava.

Tornando ancora un po’ indietro le venne in mente ciò che voleva dimenticare: quel tavolo pieno di vecchi scontrini, chiavi usb dove aveva stoccato memorie inutili, libri mai letti ma in mostra su alcuni leggii di legno, una vecchia stampante con la lucetta intermittente a segnalare un guasto che nessuno avrebbe mai riparato, una vecchia custodia di chitarra con gli adesivi che andandosene avevano lasciato l’impronta di colla e di sporco. Maschere, fotografie, cornici piene e cornici vuote.

Un bel tavolo di legno intarsiato con otto sedie di velluto cremisi disposte intorno; ci aveva studiato da ragazza per l’esame di maturità, in una primavera già calda: tutte le mattine una chicchera di latte e un pezzo di focaccia a fare compagnia a lei e al Leopardi. C’era una gara di ciclismo alla televisione quei giorni, forse il giro d’Italia, papà l’ascoltava, lei studiava, Federico prendeva appunti. Un momento di grazia, un ricordo felice a cui attaccarsi di tanto in tanto. Quel tavolo sarebbe rimasto lì ancora per molto tempo, forse giusto un po’ spostato,  vicino alla finestra ma non c’erano più le stesse tende e lo stesso divano  ingiallito dalla luce; del resto papà era mancato e la famiglia se ne era andata. Lei fece appena in tempo ad appoggiare un telone di plastica a protezione della polvere prima di partire, chissà quando sarebbe tornata. Fatto sta che tornò e quel “prima o poi”si ripresentò anzitempo, dieci anni esattamente dopo. Quel tavolo era di grande ispirazione per lei, anche se stava originariamente sotto un lampadario che aveva perso parecchie delle gocce di cristallo originarie e faceva davvero poca luce. Papà non c’era più e la casa aveva bisogno di essere vissuta o venduta, lei ritornò lì a incontrare i fantasmi del suo passato con cui aveva ancora qualche conto in sospeso.

L’uomo si era appoggiato su di lei, già nuda, per bagnarle i seni con la saliva. Un’azione svolta senza sentimento che a lei sembrò qualcosa di già visto in un film. Era evidentemente molto eccitato ma niente al confronto di come diventò al vederla legata e immobile. Lei stette al gioco, supplicando di essere slegata, era sicura che avrebbe aumentato l’eccitazione dell’uomo che stava già cominciando a bagnarsi prima ancora di penetrarla.

Le sembrava giusto non deluderlo. Cercò di capire perché mai gli uomini per fuggire all’infelicità e alla solitudine cercano persone ancora più infelici e ancora più sole con cui vivere o condividere anche un breve e inutile attaccamento di corpi. Suo padre leggeva i libri di Kundera che lei gli regalava per le feste ma, seppe poi, non gli piaceva: lo faceva per farle un favore. Glielo disse in punto di morte: “Sai non era granché ”. I suoi pensieri tornavano sempre indietro.

Quell’uomo era un corpo come un altro ma ora lei aveva voglia di capire di più. “Se vuoi possiamo mangiare”. Faceva freddo, lui la slegò. Si abbracciarono come solo due sconosciuti possono fare. Al confronto di quell’uomo le sue paure sembravano nulla.  Lui le parlò di un tempo in cui amava alzarsi presto per vedere l’alba. Al di là dei vetri intravide un bosco di castagni fitto e nulla intorno, nessun rumore. Legna per l’inverno in una cassapanca vicino al camino, frutta dentro cassette di legno e odore di umido. Non aveva nessuno, era chiaro che viveva da solo da molto tempo, forse gli erano morti tutti, ma lui si affrettò a farle conoscere la sua famiglia in fotografia senza specificare se qualcuno di loro ancora fosse vivo. Lui in braccio alla madre davanti alla macelleria, nella spiaggia della Versilia, poi in strada, forse a Genova. Aveva dei filmini in Super Otto, le disse che si era arrangiato a proiettarli sulla parete di casa e poi li aveva ripresi con la telecamera digitale. Erano rovinatissimi, sembravano di epoche lontane eppure lui non doveva avere più di cinquant’anni. Lo spiò in bagno davanti allo specchio. Era un bell’uomo e lei non se ne era accorta quella notte mentre pensava a tutt’altro con lui sopra.

Passarono diversi giorni, il frigo non era pieno, ogni tanto lui scendeva in paese, le aveva comprato un accappatoio, delle ciabatte e degli indumenti. Lei non conosceva i suoi gusti ma immaginò che sua madre facesse bene passati caldi di verdura, torte di castagne e si mise all’opera. Il terzo giorno le chiese: “Vuoi legarmi?” Lui non parlò. Ormai non era più una sconosciuta e non poteva più legarla.  Non sapeva per quanto tempo ancora il gioco potesse continuare, non era convinta che le cose messe così le stessero bene, ma in quel momento non aveva granché d’altro da fare. Aveva trascorso alcune belle giornate con quest’uomo ma sapeva che se ne sarebbe andato, come tutti gli altri. Al pensiero, lo trattenne per un braccio:  “Starai con me?” No, non sarebbe stato con lei per molto. Lei decise di anticiparlo e uscì per sempre, non prima di aver messo su una lavatrice con le lenzuola perché lui dimenticasse il suo odore.

Era passato del tempo, sentiva sempre il bisogno di tornare indietro ma non di vedere qualcuno. La sua casa in fondo, non sarebbe cambiata, il lampadario sarebbe rimasto lì. Si ricordò che c’era ancora l’albero di Natale. Lo lasciarono lì, scapparono tutti alla morte del padre, come ladri beccati nella notte. Quell’albero luccicava per via del glitter appiccicoso che ci aveva messo sopra il piccolo Andrea e lo aveva addobbato papà, finendo come sempre faceva, con le luci. “Le luci si mettono alla fine, altrimenti i fili argentati li coprono”.

La notte fece un sogno: l’incubo ricorrente che si ripresentava ogni notte, ma stavolta lei vinceva, l’uomo che l’aveva abbandonata sceglieva lei e non l’altra, e così si svegliò contenta, perché il suo inconscio le aveva dato il risarcimento, il suo inconscio si era preso una rivincita sulla realtà. A volte cercava di dimenticare il motivo per cui aveva l’abitudine di cambiare spesso uomini e di buttare via tutto, le cose non le si appiccicavano alle mani, e se non le vedeva attorno, era convinta che prima o poi sarebbero sparite per sempre dalla sua mente. Rifletteva che l’impulso a ricordare avviene ogni qual volta ci troviamo in mano qualche oggetto che ci riporta indietro. Dunque lei cancellava tutte le tracce del suo passato con una meticolosità rara.

Aveva voglia di non ricominciare più, casomai questo avesse significato sbagliare di nuovo e ancora.

Advertisements
Annunci
Annunci

Lascia un commento

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.