TENCO E GLI ALTRI.

Grande successo per lo spezzino Paolo Logli nell’edizione primaverile di LIBRIAMOCI, manifestazione annuale di editoria, reading e approfondimenti letterari che si tiene tutti gli anni alla Spezia. Logli presentava il suo nuovo libro TENCO E GLI ALTRI, edizioni CUT UP con una versione teatrale del suo testo Lei ha conosciuto Tenco? rappresentato da un ispiratissimo LUCA VIOLINI con il quale ha vinto il premio teatrale “Per voce sola” dell’Ente Teatrale Italiano andato in scena un anno fa a Roma e ripreso per l’occasione da Rai5. Un evento che ha catalizzato l’attenzione del numeroso pubblico intervenuto negli spazi-conferenza del Teatro Civico; la voce di Violini ha dato corpo con passione alla figura immortale di Tenco, ha raccontato i suoi luoghi, il pubblico che lo aveva conosciuto e amato. Nel libro troviamo episodi musicali di vita vera o immaginaria, biografie presunte o poetiche di cantanti ben radicati nella memoria di tutti: sono le storie che fanno da sfondo al libro, sei monologhi che raccontano di Giovan Battista Pergolesi, Jimi Hendrix, Joseph Haydn, Giacomo Puccini, Bixio (quello di Parlami d’amore Mariù) e Luigi Tenco che tra loro non parrebbero avere altro legame se non quello di una vita vissuta per la musica.
Paolo Logli è autore di successo: la sua creatività spazia dalla drammaturgia al musical, dalle sceneggiature televisive alle soap ai film di cassetta prodotti da De Laurentis. Ricordiamo tra gli altri: Don Matteo, Il commissario Manara, Il bambino della domenica, Il signore della truffa e ha collaborazioni collaudate con Christian De Sica, Beppe Fiorello, Gigi Proietti, Lorella Cuccarini e molti altri. Nell’ambito del teatro d’autore, che è poi il terreno in cui Paolo Logli si trova più a suo agio e che gli ha dato grandi soddisfazioni e riconoscimenti (oltre a Lei ha conosciuto Tenco?) ricordiamo Un fannullone senza talento, dedicato a Giacomo Puccini andato in scena nel 2008, per la regia di Enrico Maria La Manna, con la partecipazione di Katia Ricciarelli; Parlami d’amore Mariù, sempre con Enrico Maria Manna, una fantasia sulle canzoni di Cesare Bixio, un pretesto per rivisitare scene e quadri di un secolo italiano attraverso la canzonetta, e l’autore che più di altri la rese nobile. Da ricordare anche la collaborazione con l’Accademia di Santa Cecilia per l’estate romana per la quale Logli ha scritto quattro testi originali, in forma di monologo, su Haydn, Mendelssohn, e sulla fruizione della musica classica, letti da Gianfranco Jannuzzo, Laura Lattuada, Stefania Casini, Daniela Terreri in un chiostro cinquecentesco, accompagnati da un quartetto d’archi. Quell’enorme lapide bianca è invece un testo teatrale del 2004, scritto per ricordare la tragedia delle foibe. Insieme ad Alessandro Pondi, Riccardo Irrera e Mauro Graiani ho fondato una factory creativa, che si chiama 9mq (novemetriquadri).
La complicità con personaggi del piccolo e del grande schermo, i riconoscimenti nazionali al suo lavoro, la sua non banale cultura letteraria classica, la sua conoscenza di spaghetti western e di cinema d’autore, di pop/rock/folk e di musica classica, la direzione artistica per il Golfo dei poeti Film Festival fanno di Paolo Logli un personaggio davvero eclettico e interessante, uno spezzino autorevole, che fa onore con i suoi successi, alla città natale. Un vero ambasciatore della cultura made in La Spezia.
Non deve essere stato facile romanzare quella storia raccontata da Paoli su Tenco, quando erano “quattro amici al bar” e sfidavano la morte sporgendosi su muretti o camminando sulle traversine dei treni nelle gallerie genovesi; e nemmeno immaginarsi cosa accadeva gli ultimi giorni di vita del grande Pergolesi che riuscì a vivere ancora il tempo necessario per finire lo Stabat Mater; davvero impossibile poi buttar giù i pensieri di Jimi Hendrix nel delirio del suo ultimo concerto mai suonato.
Il compito dello scrittore secondo Logli sembra proprio essere quello di cambiare di misura il punto di vista su ciò che la cultura e l’immaginario ci consegnano già pronto e confezionato per la memoria: i protagonisti del libro sono evidentemente assai noti, ma non li abbiamo mai visti in quelle vesti, dunque rivivono in modo nuovo proprio in quanto sottoposti a un insolito processo di straniamento e di decantazione insieme, grazie al quale si oltrepassano i triti luoghi comuni, le interpretazioni tendenziose, le assuefazioni ideologiche.
Un libro da leggere, poi, come si ascolta una bella musica e come si guarda un bel quadro: seguendone il ritmo interiore. “Non esiste altro che le cose belle”, recita la dedica di Logli per me. E il suo libro è una di quelle.

INTERVISTA A PAOLO LOGLI

Puoi “tracciare” un tuo profilo d’artista? ovvero: la tua formazione, le prime proposte artistiche; quali dei lavori degli inizi ricordi con maggiore piacere e quale ti ha dato la notorietà?

Mi sono formato prima come spettatore e lettore, come credo in fondo sia giusto. Sono stati fondamentali le stagioni teatrali del Teatro Civico, e il Cineforum “Controluce” del Don Bosco, alla Spezia. Nei primi anni dell’Università ho fatto parte di una piccola compagnia amatoriale, “La compagnia delle Briciole” di Lerici. Mettevamo in scena testi di teatro dialettale, per lo più temi goviani riveduti e corretti. Credo che l’inalazione di polvere del palcoscenico che ti inocula il virus per sempre sia avvenuta lì. Ma sono dovuti passare molti anni prima che potessi vedere un mio testo realizzato in teatro e portato in tournée.
Nella mia vita artistica e professionale scrittura e musica hanno sempre avuto un ruolo altrettanto importante. Quindi non credo sia un caso se il primo lavoro teatrale a livello nazionale sia stato Segni d’amore, uno sghembo recital musicale con Ivan Graziani che scrissi e realizzai come regista alla fine degli anni Ottanta. Sempre in quegli anni vinsi il premio Europa Cinema 1990 per la regia del miglior cortometraggio europeo, con un filmato musicale di una decina di minuti (si intitolava Hey Joe ed era una via di mezzo tra un corto e un videoclip interpretato da Sam Moore, Francesco di Giacomo e dal Banco del Mutuo Soccorso). Se ripenso agli inizi, queste due cose sono quelle che mi danno maggiori emozioni, anche se le guardo con tenerezza per le molte ingenuità e velleità. Ma le rifarei… Quanto alla notorietà, confesso che l’idea di essere “noto” mi fa un po’ sorridere, non mi sento tale. Ma di certo ci sono miei lavori degli ultimi anni che mi hanno fatto notare. In campo televisivo, probabilmente due film: Il bambino della domenica con Beppe Fiorello per la regia di Maurizio Zaccaro e L’uomo che cavalcava nel buio con Terence Hill per la regia di Salvatore Basile. Sono questi due lavori, di cui ho firmato la sceneggiatura assieme ad Alessandro Pondi, da qualche anno mio partner fisso, che hanno attirato l’attenzione su di me, perché hanno avuto grandi numeri in termini di ascolti. Dopo questi, è iniziato un periodo in cui, finalmente, sia io che Alessandro abbiamo cominciato a poterci permettere di scegliere.

I testi per il grande e grandissimo pubblico cinematografico e televisivo ti vengono commissionati direttamente dalla produzione (De Laurentis, Rai) o dai registi?

Solo da qualche anno provo il piacere di essere “chiamato”. Prima, ovviamente, c’era un ostinato lavorìo per imbucarmi, e ogni metodo era valido. Ora in linea di massima le cose vanno nelle due direzioni, ci capita di proporre soggetti come che ci vengano proposti, ma raramente gli interlocutori sono i registi.

Quando scrivi le sceneggiature per il cinema o per le serie tv sai già quali saranno gli interpreti?

Non sempre, ma sto cercando di lavorare il più possibile sul protagonista, privilegiando lavori in cui ci siano le idee chiare in partenza sull’interprete. E’ stato così con Beppe Fiorello, con Terence Hill, e con Gigi Proietti, per il quale io e Alessandro Pondi abbiamo scritto un tv movie: Il signore della truffa.

A proposito di teatro: ci sono artisti con i quali ti senti particolarmente in sintonia sul piano lavorativo e c’è qualche regista o interprete teatrale con cui vorresti lavorare o che vorresti interpretasse/dirigesse qualche tuo testo?

Rispondo senza neppure pensarci: sì, ci sono, ed ho in cantiere di lavorare con loro. Ovviamente Luca Tommassini, con il quale credo ci sarà una seconda impresa comune, Gianfranco Jannuzzo, con il quale comincerò a lavorare a breve, un grande attore ma anche un grande amico, e Gigi Proietti, con il quale si è aperta una cordialissima collaborazione che spero porti lontano.

Come è nata l’idea di Pianeta proibito il musical con la Cuccarini e i ragazzi di X_FACTOR e come hai lavorato per “tradurre” la corrispondente commedia inglese?

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: l’idea è totalmente di Luca, che ha proposto a me e ad Alessandro di lavorarci. Ovviamente abbiamo accettato subito, e per me personalmente è stato fantastico coniugare William Shakespeare, un grande amore di gioventù mai sopito, e il rock, altro amore che è impossibile dimenticare. Abbiamo lavorato inizialmente sulla traduzione letterale del testo di Bob Carlton, pensavamo di adattarne una buona parte, ma ci siamo resi conto che molti tic, ammicchi, giochi di citazione e di allusione che erano perfetti per il pubblico anglosassone, qui da noi si sarebbero persi. Abbiamo preferito a quel punto riscrivere da capo e non ti nascondo che per me è stato molto ma molto più gratificante.

La tecnologia messa in campo da Tommassini è stata un aiuto o una limitazione?

Senza alcun dubbio un aiuto. Da Luca ho imparato il pragmatismo che lui porta con sé dagli States: ciò che serve per realizzare quel che hai in testa. L’idea ed il risultato sopra ogni cosa. E poi un contesto cosi citazionista, referenziale, pieno di rimandi e allusioni è proprio il mio, io stesso sono così, chiama anche una ridondanza di mezzi visivi. Nel testo abbiamo citato di tutto, esplicitamente o sotterraneamente. Dai Vangeli a Blade Runner, dal Signore degli Anelli a De Andrè… io mi sento a casa, sono io stesso un patchwork di riferimenti diversi!

Tu sei un autore particolarmente prolifico: come riesci a conciliare tutte queste attività per il teatro e il cinema e per l’editoria?

Me lo chiedo spesso anch’io, e non ho una risposta se non forse che (lo dico senza presunzione) per me scrivere è davvero facile. Non mi è mai capitato di rimanere a fissare il foglio bianco. Mi viene naturale, come ad altri una qualsiasi altra cosa. Mi innamoro delle idee e mi butto. Starei per dire: prima scrivo, poi valuto se ne vale la pena. Ho i cassetti pieni di cose iniziate, cose da limare, idee…

Tu sei molto legato al teatro e la tua scrittura teatrale è spesso ispirata alla musica.

Sì, come dicevo la musica è l’altro grande amore della mia vita. A volte ridendo dico che avrei voluto fare la rock star e poi mi sono rassegnato. Ho scritto moltissimo sulla musica. Molti monologhi teatrali a sfondo musicale – che spero di riunire in un volume, prima o poi, e un romanzo che sto terminando di scrivere Concerto per opossum: un affresco del mondo dei diciottenni innamorati del rock così come lo ricordo io. E’ una storia che ho tenuto nel cuore per anni e che finalmente sto realizzando. Non so ancora dove approderà, non ci ho pensato. So che c’è molto del mio cuore, lì dentro.

Ci sono progetti ancora inediti che vorresti portare in scena o progetti che ritieni che non abbiano avuto la giusta valorizzazione?

Uno su tutti: Lei ha conosciuto Tenco?, un monologo con il quale ho vinto il premio teatrale “Per voce sola” bandito dall’Ente Teatrale Italiano tre-quattro anni fa.
Un altro testo che ha riscosso grande clamore mediatico, ma che ancora non ha avuto la collocazione che si merita è …quell’enorme lapide bianca, sul dramma delle foibe. La lapide è un testo che amo molto, perché eretico, non allineato. Sia per il fatto di aver parlato di un tema che la sinistra ufficiale ha a lungo evitato, sia per avere “invaso” un orto in cui la destra si è volentieri pasciuta. Fatto sta, il testo è ininterrottamente rappresentato da Luca Violini da cinque anni, e l’anno scorso ho avuto l’onore – primo autore italiano da due decenni – di essere rappresentato a Montecitorio per i gruppi parlamentari. Ne sortì un lungo dibattito sui giornali, con interventi di Luciano Violante, Fini, Scalfari, e indegnamente anche del sottoscritto, invitato ad esprimersi sul “Riformista”.
E’ stato adottato come testo integrativo in alcune scuole del Friuli, ha ottenuto il patrocinio di tutte le associazioni degli esuli Istriani, Giuliani e Dalmati, e ha scatenato una polemica sui giornali dopo il fantastico e intellettualmente onestissimo commento che ne fece Luciano Violante… ma per ora secondo me non ha ancora spiegato le ali come potrebbe.

Cosa ne pensi del teatro di ricerca italiano? Ci sono delle compagnie o degli autori che prediligi?

Penso sinceramente e senza polemica che esista il teatro, punto. Non amo le etichette e non comprendo la necessità di affiancare un aggettivo, classico, sperimentale, musicale o quant’altro. Penso quindi che esistano belle storie, begli allestimenti, e begli spettacoli. In questi anni ho apprezzato molto alcuni registi con cui ho lavorato, Luca ed Enrico Maria la Manna sopra tutti. E se devo dirti un sogno che mi manca, da realizzare, sono due: una regia teatrale e una cinematografica.

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