CULTURA: BENE COMUNE ANCHE ALLA SPEZIA?

ALCUNE MODESTE RIFLESSIONI SULLA CULTURA DOPO AVER OCCUPATO PER UNA SERA IL PALCO DEL TEATRO VALLE (Anna Maria Monteverdi)

Devo ammettere che varcare un teatro per me è sempre un’emozione straordinaria; entrare al Valle di ROMA,poi, questo gioiello storico con una graticcia di 20 metri, con la sua architettura da Settecento dorato e vellutato mi ha emozionato doppiamente perché l’ho trovato al massimo del suo splendore, ovvero, ATTIVO, pieno di vita,tenuto benissimo e pieno di persone giovani…

Perchè alla fine gli occupanti di questo teatro sono tutti artisti e dunque amano e rispettano il luogo dove si prova, si recita, si fa spettacolo e lo hanno ad oggi protetto e preservato dall’incuria e dalla fine ingloriosa a cui era destinato dopo che l’ETI che lo gestiva, è stato rottamato dallo Stato come ente inutile.

Un’atmosfera gioiosa e ricca, manifestamente accogliente mi colpisce..

Con  Enzo Gentile ci mettiamo al lavoro sul palco per l’incontro su teatro e tecnologia nato a partire dal mio libro. Un invito gradito che abbiamo immediatamente cercato di rendere proficuo sul piano pratico per il nostro pubblico.

Sono emozionata, unica spezzina invitata al ValleOccupato.

Un pubblico di studenti, occupanti, docenti universitari, appassionati di teatro, frequentatori assidui del VALLE ci fa domande, si informa, ci chiede suggerimenti.

Lo striscione che ci accoglie TEATROVALLEOCCUPATO è il simbolo di libertà e Elio Germano il suo eroe.

In realtà ci sono molti eroi che abitano nei camerini dove veniva la Magnani, che creano attività e laboratori, che gestiscono rapporti, che fanno assemblee, che preparano incontri con associazioni e istituzioni.

Questo laboratorio libertario e democratico di autogestione della cultura non ha esempi precedenti e in questo momento, dopo dieci mesi, con uno statuto messo insieme da giuristi e esperti come Stefano Rodotà, sta decollando verso la creazione di una Fondazione.

Emiliano Campagnola mi dice che servono 250 mila euro, lo guardo con occhi spalancati, mi sembra un traguardo impossibile da raggiungere ma lui ottimista mi dice: “Ne abbiamo già raccolti oltre 80 mila che sono ovviamente vincolati e servono come garanzia“. Partecipo anch’io con la mia quota e divento socia della costituenda Fondazione. “Ti hanno stretto la mano? Tutti quelli che firmano sono della partita …” Stringo la mano “Ti arriveranno per mail aggiornamenti e convocazioni. Appena raggiunta la quota nomineremo 12 membri che eleggeranno un direttore artistico. Ci avvarremo del metodo dell’incarico a rotazione“. Quando si dice democrazia.

E ora?

Non riusciremo ad arrivarci prima di ottobre e servirà pernsare a una stagione teatrale per il prossimo anno; il Comune rilancerà con un bando rivolto ai privati e noi vogliamo impedire questo”.

Mentre parliamo entra Emma Dante con una valigiona, sembra di casa. Farà dei laboratori e intanto in sala stanno proiettando la sua Carmen.

IL Comune ha parlato di dare l’incarico di direttore a Giorgio ALbertazzi. Noi siamo andati da lui a parlargli, così, da artisti ad artista, e gli abbiamo chiesto con grande diplomazia perché si prestava a questa operazione. Lui ci ha risposto che non ci pensa nemmeno di accettare.”

Quindi ancora tutto in ballo. E’ bellissimo vedere questi ragazzi organizzare il lavoro giornaliero dentro il teatro. La statua di Fregoli, il trasformista degli anni Venti ogni volta che giriamo lo sguardo ha qualcosa di diverso addosso, quando un reggiseno in testa, quando una sciarpa da tifoseria. Ci si diverte anche così al Valle.

Quella organizzata dagli occupanti sarebbe la più bella stagione teatrale italiana, ne sono certa verrebbero da tut’Italia a garantirsi un palco o una sedia al VALLE.

Qua Elio Germano con Ozpetek ha girato alcune scene dell’ultimo film ed è un continuo andare e venire di grandi personaggi della cultura.

C’era bisogno di un VALLEOCCUPATO.

Abbiamo bisogno di modelli di questo tipo per una nuova idea di cultura.

Modelli sani. Perché è bene sapere che ogni tanto l’utopia si realizza.

Immaginiamo cosa significa trasportare questa idea nel piccolo delle nostre noiose città, dove non funziona niente della cultura, dove il Palazzo gestisce a tenuta stagna quelle quattro tele sotto vetro, dove i musei vanno deserti e un teatro viene diretto da un diligente ragioniere.

Immaginiamo invece di fare come quelli del Valle, di pensare alto, di creare una dinamica allegramente sovversiva dove ognuno finalmente porta il suo contributo alla vitalità di una città morente. Dove le buone pratiche vengono premiate, dove le competenze vengono valorizzate.

Dove i teatri sono aperti tutto il giorno per fare attività, dove non servono permessi ma solo idee buone. Dove un presidente culturale nominato per meriti politici e che riceve lo stipendio dall’azienda municipalizzata ACQUA E GAS non può permettersi di chiamare a suo piacimento un direttore  dal cesto delle sue amicizie o formare una commissione che gli pare a lui/lei perché tutto  deve essere deciso in maniera assembleare e democratica.

Immaginiamo di abitare il CAMEC, di mettere in cantina le vecchie croste che sono adesso appese  e di far prendere aria nuova alle sale espositive con arte giovane-. Mandiamo a casa i dinosauri della cultura, e poi i protetti del partito. Rendiamo la città aperta a nuove idee e ai nuovi linguaggi. Questa amministrazione ha fallito il compito di rendere la cultura un fattore determinante per la crescita della nostra città- Perché perseverare in certe scelte? Perché addirittura premiarli?

Il Valle che con la sua occupazione farà storia, ha imposto uno slogan CULTURA bene comune che è una straordinaria verità per chi sa comprenderne il suo profondo significato.

Dunque: cultura: bene comune anche alla SPEZIA?

 

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